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Marco Antonio (Toni) Servillo (Succedeoggi.it 3/6/13)

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03giu

toni servilloSe dovessimo cercare oggi fra gli attori italiani qualcuno in grado d’interpretare il ruolo del “mattatore”, che tanto è andato di moda a cavallo fra ‘800 e ‘900 e su su fino a noi con le ultime incarnazioni in Carmelo Bene, Gassman, Albertazzi, non vedrei migliore incarnazione che in Toni Servillo, perché Servillo è un mostro di bravura in scena, è intelligentissimo, non utilizza mai le parole a caso e ha quel tanto d’impostato, leggermente sprezzante e distaccato nella persona. E poi è infaticabile, e travalica ogni ruolo: è grande sullo schermo (anzi grandissimo) ma dice di amare soprattutto il teatro e che anzi il cinema lo fa quando gli avanza il tempo fra una tournée e l’altra. Non bastandosi come attore, salta con disinvoltura e con idee inconsuete – persino irriverenti – nei panni del regista (teatrale). Non è un uomo bello secondo la stereotipata immagine di bellezza maschile sancita dal divismo americano e dalle soap televisive, eppure è il più bello di tutti grazie a una carica erotica naturale – e da lui trascurata nella creazione dei personaggi come di se stesso, ma perciò ancora più potente – e grazie a una faccia che è una maschera capace di esprimere il fascino del dongiovanni sepolto nel grigiore del più incolore travet. Una faccia che sembra di pongo su spalle muscolari e abbastanza solide da sostenere energicamente le traballanti sorti del teatro come quelle diversamente fragili del nostro cinema. Non a caso il suo nome intero è Marco Antonio.

Però è un mattatore molto distante dai suoi predecessori. Innanzitutto non si cura di esserlo, lo è – insomma – suo malgrado e poi è un mattatore “impegnato” e questo è quasi un ossimoro. Se in teatro si sbizzarrisce, passando da Goldoni a Eduardo alla sperimentazione musicale, quando sceglie ruoli cinematografici è invece unidirezionale: gli piace chiaramente un certo cinema di denuncia, quello che oggi ha raccolto l’eredità del neorealismo sia pure declinato liberamente con aperture onirico-metafisiche che non dimenticano la lezione felliniana.

Nella "Villeggiatura"

Nella “Villeggiatura”

Forse perché si trova più a suo agio in palcoscenico, al cinema (almeno per ora) preferisce andare sul sicuro e affidarsi ai registi migliori e a lui congeniali, primo fra tutti Paolo Sorrentino naturalmente. Ma è nel teatro che investe la parte più ardita del temperamento e dove rischia di più. Teatro primo amore, da quando esordiva nell’avanguardia degli anni Settanta/Ottanta dal Teatro Studio di Caserta al gruppo Falso Movimento alla collaborazione con Leo e Perla alla fondazione di Teatri Uniti. Ora anche regista di scommesse importanti come una Trilogia della villeggiatura che rompe con la tradizione consacrata e investe il testo di un’attualizzazione più marcata, mi pare, di quanto sia stato tentato in precedenza e non tanto nella rilettura del testo quanto per la recitazione in contrasto stridente con l’etica, la gestualità, lo stile di comportamento del ‘700. Ma il risultato è convincente. Meno convincente semmai l’interpretazione di Eduardo (Le voci di dentro) dove in coppia vincente col fratello Beppe (vocalist degli strepitosi Avion Travel) spinge in modo eccessivo sul pedale del comico dimenticando la grande lezione del suo “maestro”, Eduardo De Filippo appunto, che sempre stemperava la comicità in una profonda tragicissima malinconia scomparsa quasi totalmente dalla messa in scena di questo recente spettacolo.

Come se oggi il comico, anche nell’intelligenza di un regista e attore tanto fine, non potesse che farsi contaminare da un registro televisivo, di pronta presa sul pubblico, ma senza vera risonanza. Così pensavo delusissima uscendo dal teatro Argentina dove la platea era in delirio.

Il delirio che prende le folle quando vedono una star da vicino.

Ricordo di Maria Lai (il Foglio, 18/5/13)

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19mag

images-1Nel 1981 un nastro azzurro lungo quasi 27 chilometri legò ogni balcone, porta, casa del paese sardo di Ulassai, nel cuore dell’Ogliastra, al suo monte più alto, il Gedili. L’ ”azione”, pensata e realizzata dall’artista Maria Lai – scomparsa il 16 aprile scorso a 93 anni – coinvolse tutti gli abitanti del luogo, donne e uomini, vecchi e bambini e si chiamò, appunto, Legarsi alla montagna. Documentata dal fotografo Piero Berengo Gardin, resta un’impressionante opera sul territorio che ha del fiabesco e dello psicodramma. A Maria era stato richiesto dall’amministrazione comunale un monumento ai Caduti, ma lei con l’anarchia che ha caratterizzato ogni sua scelta – non solo artistica – contropropose qualcosa che «servisse per i vivi, non per i morti». Quei vivi erano gente litigiosa. Accettavano di annodarsi, sì, ma solo con i paesani con cui andavano d’accordo. Ci volle un anno e mezzo per convincerli a stare tutti insieme in un vincolo così esibito. E ci si arrivò con un compromesso suggerito dalla mente serena dell’artista: il nastro sarebbe passato dritto laddove c’era del rancore, avrebbe creato un nodo (intrecciato a del pane pintau) dove riconosceva dell’amicizia, e addirittura un fiocco dove ci fosse stato l’amore. Così si vide prima un gruppetto di una decina di persone cominciare a trinciare in larghe fettucce le tredici pezze azzurre messe a disposizione dell’evento, e a loro a poco a poco  aggiungersi una folla di gente alacremente intenta a tirare e lacerare che avrebbe poi finito col ballare compatta fino a notte alta a manifestazione conclusa. Il secondo giorno si sparò un razzo con i lunghissimi nastri e tutti cominciarono ad acchiapparne uno e a legarlo e a legarsi finché da Cagliari arrivarono tre scalatori che portarono la stringa svolazzante fino in cima al Gedili. Altro che mega packages di Christo! Maria Lai, senza alcun intento né ideologico né intellettuale, dava corpo alla sua idea di land art e arte in generale: un po’ gioco, un po’ incantesimo, sempre al servizio degli altri e mai di un ego ipertrofico. Aveva raccontato di sé: «Giocavo con grande serietà, a un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte».

images-1All’origine di quella pazza idea di avvolgere in un nastro case, cose, persone e la natura minacciosa di una terra facile a smottamenti e frane, con temporali apocalittici cui chiedere pace, c’era un altro elemento tipico dell’immaginazione di Lai: la fiaba. E la fiaba narrava di una bambina mandata da Ulassai sul monte a portare pane ai pastori. Proprio in quel momento comincia a piovere forte e la bambina con i pastori si ripara in una grotta, ma mentre il cielo esplode in tuoni e fulmini il gruppetto di rifugiati vede volare davanti all’apertura un nastro celeste. L’unica a stupirsene è lei, la bambina, che si lascia incantare; corre sotto il diluvio all’inseguimento del nastro. Alle sue spalle intanto la grotta frana e così è l’unica a salvarsi. «Il nastro è l’arte» spiegava Maria Lai «l’arte bella e frivola che però indica itinerari di salvezza. L’artista è chi sa stupirsi». Naturalmente la bambina è lei, capace di stupore a tutte le età; lei che si raccontava come una giovane «timidissima, balorda e imbranata» cui solo la poesia ha saputo dare una direzione; lei che da piccola era affascinata dai fitti rammendi della nonna sulle lenzuola, le sembravano una scrittura. «E che c’è scritto?» domandava la nonna. «Una favola» rispondeva lei.

Una bella immagine di Maria Lai giovane

Una bella immagine di Maria Lai giovane

Nata a Ulassai, 120 chilometri a nord-est di Cagliari, il 27 settembre del 1919, è la secondogenita di un veterinario che avrà altri tre figli, due dei quali – i più piccoli – malati (l’ultima, Cornelietta, morirà a sette anni). Così Maria viene data in affidamento a una coppia di zii che non hanno bambini (l’usanza sarda preferisce l’espressione “fill’e anima”, figlia d’anima, come abbiamo imparato dal romanzo di Michela Murgia Accabadora: «un modo meno colpevole di essere madre e figlia» che permette all’ ”adottato” di riconoscersi figlio non di due genitori, ma di quattro, fuori dalle scartoffie burocratiche). «Questi zii si tennero Maria e ne fecero una bambina perfetta, disciplinata, sensibile» scrive la sorella Rosa Giuliana Lai nel libro di memorie L’erede del corbulaio (AD edizioni). «Maria viveva in un mondo diverso dal nostro», un mondo più ricco, cittadino, di cui era la reginetta amatissima e alla quale veniva concessa un’inusitata libertà. Nella casa di campagna le era permesso istoriare a suo piacimento le pareti della propria stanza, che venivano ridipinte di bianco solo perché lei potesse ricominciare a scriverci e disegnarci sopra col carbone come su una lavagna. In quella stessa casa furono ospitati per più d’un anno alcuni girovaghi di un circo che insegnavano ai loro bambini – e a Maria insieme ad essi – gli esercizi da giocolieri e qualche acrobazia. Quando la carovana si rimise in marcia la piccola Lai si nascose nel carrozzone per fuggire con quelli. E nessuno la rimproverò quando fu scoperta e riportata a casa. Del resto non era stata l’unica fuga della sua infanzia, insieme educata e selvaggia. Scappava e s’isolava perché amava «ascoltare il silenzio». Scrive ancora la sorella, morta il 6 luglio dell’anno scorso lei pure novantenne: «Quando stava con noi comunicavamo soprattutto attraverso i disegni che realizzava col carbone sulle mattonelle di un terrazzo. Le stavamo intorno, sdraiati per terra, per delle ore, pieni di stupore. Lei disegnava e raccontava, nascevano piccoli scenari animati da figure in movimento e storie inverosimili. Si partiva sempre da oggetti a portata di mano come sassi, conchiglie, pennacchi di canna, barchette di sughero; vivevamo quelle storie in prima persona perché ci veniva assegnato un ruolo e un personaggio».

Un quadro di Maria Lai

Un quadro di Maria Lai

Poi gli zii muoiono e del suo amatissimo secondo padre le resta il nome con cui l’aveva ribattezzata e con cui tutti la chiameranno in famiglia: Lola. La storia di questo nome me la racconta una nipote, la figlia di Giuliana, Maria Sofia, che insieme alla madre fu la persona più vicina a Maria Lai adulta e artista. Viene dal vezzeggiativo dialettale Maròla. Un giorno Maròla camminava fra le montagne col padre che si divertiva a far rimbalzare quel nome contro le rocce. Ma la montagna rimandava indietro una parola un po’ diversa: «Lola Lola Lola» e allora lui preferì chiamare così la sua «capretta ansiosa di precipizi», come amava definirla.

Morti i genitori adottivi, dunque, Maria Lola torna a Ulassai, nella grande casa sotto il nuraghe della sua primissima infanzia. E’ un paese di pastori molto poveri, Ulassai, che stanno la maggior parte del tempo lontani a pascolare gli animali. «Tornavano a casa due volte al mese, per cambiarsi d’abito, fare all’amore, e portarsi via il pane che la loro donna aveva confezionato» scrive Giuliana. Spesso si tiravano dietro i figli maschi ancora bambini, per addestrarli al lavoro. Le donne restavano custodi della casa, coltivavano l’orto, cantavano alle veglie funebri che non erano rare, passavano ore al telaio per preparare il corredo alle figlie, creando meravigliose opere di tessitura. Maria appartiene a una classe sociale più alta, ma tutto osserva, tutto impara ed elabora. Ecco da dove viene tanta parte della sua opera, quei suoi spettacolari Libri cuciti, per esempio, quelle toppe, quelle stoffe, quei ricami, quei lavori a maglia. E’ stata la prima a elevare umili prodotti di artigianato domestico a opera d’arte, Arte Povera, Informale, quel che si vuole. Ma è un’antesignana. «Senza la Lai non si capirebbero oggi ben più giovani artiste come Bruna Esposito, per restare in Italia, o come la tedesca Rosemarie Trockel fra le più note nel mondo» mi dice Mario Fortunato, scrittore attento all’arte contemporanea. «Artiste che hanno doppiato il femminismo lavorando, per esempio, sulla maglia. La Lai l’ha fatto prima di tutte. Fosse nata negli Stati Uniti, non credo che gli americani l’avrebbero lasciata in pace nel suo angolo sardo».

"La cattura dell'ala del vento", installazione all'aperto di Maria Lai

“La cattura dell’ala del vento”, installazione all’aperto di Maria Lai

Maria non è una naïve, studia. Con Francesco Ciusa e con il perugino Gerardo Dottori (spostatosi per breve tempo a Cagliari). A Cagliari, quindicenne, ha un insegnante d’italiano d’eccezione, lo scrittore Salvatore Cambosu, il primo a credere nelle sue qualità artistiche e di piccola fata, di jana, come si chiamano le creature magiche dei boschi in Sardegna e che lei stessa ha descritto così: «Divinità profetiche che abitano le rocce e giocano a fare le donne». E’ lui a insegnarle «il valore del ritmo delle parole che portano al silenzio». Ritmo e silenzio saranno due concetti chiave del fare artistico di Maria Lai. A Cagliari stringe amicizia anche con Giuseppe Dessì, di dieci anni più grande, suo vicino di casa in via Mazzini, che poi ritroverà a Roma negli anni Cinquanta. Quando si ammala di depressione Dessì le chiede: «Maria fammi una magia». Allora lei comincia ad accarezzargli la testa pronunciando parole incomprensibili, inventate, e ottiene di farlo addormentare. Sicché da quel giorno lui la chiama sempre perché pronunci la formula fatata che lo fa stare meglio. E quando Maria parte, scherzosamente la minaccia: ne morirà!

Ma per Maria è tempo di frequentare il liceo artistico a Roma dove studia scultura e fa incontri importanti, con Alberto Viani, con Marino Mazzacurati. Ma intanto scoppia la guerra, non può tornare in Sardegna. Se ne va al nord, a Venezia, a studiare all’Accademia di Belle Arti con Arturo Martini. E’ sola, senza una lira, preoccupata. E in più il misogino Martini la umilia. «Qui si fa sul serio» dice subito come la vede nell’aula sperando di convincerla a ritirarsi. «Non dava molto spazio al femminile» raccontò Maria Lai molti anni dopo. «Pensava che l’arte fosse un percorso molto serio e difficile, inadatto alle donne. Non era qualcosa da possedere, ma da conquistare. Solo chi resiste ha diritto a dirsi artista». Non si dà per vinta e resiste. Per tre anni è sua allieva e impara moltissimo. «Martini era vitalissimo e pieno di fascino. Non capivo molto di quel che diceva (aveva ragione lui!), eppure immagazzinavo tutto e i suoi insegnamenti mi sono serviti molto per tutta la vita». E’ di questo periodo che parla nella lettera inedita del 1949 che pubblichiamo in questa pagina spedita al «Dr. Girotti Girolamo e Signora, via Scarpa 9, Milano» (genitori allora di tre bambini: Odoardo, Mario, che sarebbe diventato l’attore Terence Hill, e Piero). Li aveva conosciuti a Venezia e frequentati fino alla loro partenza, quando resta a «un bivio» e piena di «paura dell’ignoto». Li ragguaglia su quello che ha vissuto subito dopo: ha trovato lavoro, ha stretto altre amicizie. Fa riferimento anche al proprio carattere schivo, a quell’atteggiamento eremitico che non tradirà mai in tutti i lunghi anni che le resteranno da vivere: «Ho bisogno di silenzio intorno al mio lavoro; odio chi mi parla di mostre e di articoli perché tutto ciò mi disturba ed è immaturo».

Maria e i suoi fili di lana

Maria e i suoi fili di lana

Lo conferma la nipote Sofia: «Si rifiutava di fare mostre. Non voleva consensi perché coi consensi – diceva – non si cresce. Fin dagli anni Settanta le sue opere hanno cominciato a essere acquistate da musei internazionali, da Tokyo a Sidney, da Parigi a Montreal, e i critici la corteggiavano, arrivavano telefonate…ma rispondeva sempre di non essere pronta. Le interessava sperimentare e voleva sentirsi completamente libera». Ai tempi veneziani è ancora lontana da questi risultati. Nel ’45 torna rocambolescamente in patria su una scialuppa di salvataggio che da Napoli la sbarca a Cagliari. In continente, a Roma, metterà di nuovo piede solo nel ’54 distrutta dalla morte del fratello minore Lorenzo, assassinato nei dintorni di Ulassai. (L’altro fratello, il maggiore, Gianni, morirà in un incidente aereo). A Roma, nella leggendaria galleria l’Obelisco di Irene Brin e Gaspero Del Corso, vicino a piazza di Spagna, espone per la prima volta, nel ’57, i disegni a matita che va accumulando dai primi anni Quaranta. E’ in questo periodo, probabilmente, che conosce l’opera di Burri, un artista – spiega la nipote – che ha molto amato e che l’ha profondamente influenzata «ma non per il suo portato tragico». Maria Lai aveva un rapporto panteistico con l’universo, un senso di religiosità del reale, sapeva cogliere la vita segreta degli oggetti come un bambino coi suoi giocattoli. Sosteneva di saper leggere il discorso simbolico nelle forme mutanti delle nuvole. Quando nel ’93 realizza sui monti intorno a Ulassai l’istallazione La scarpata e le assi metalliche dell’opera vengono scompigliate dal vento, dice agli operai di non rimetterle a posto, di lasciarle come sono state rimescolate: «La montagna ha parlato» disse, rivelandole «la precarietà del mondo tecnologico».

«Aveva il cervello nelle mani, nelle dita» dice ancora Sofia. «Mia madre e io, con la nostra abilità a usare la macchina da cucire l’abbiamo molto aiutata, ma era lei a dirci come lavorare i fili, lavarli, sostenerli: l’opera alla fine era solo sua». Negli ultimi anni vivevano insieme in una grande casa di campagna, una specie di factory a Cardedu, dove Lola aveva un suo studio impenetrabile, meta dei pellegrinaggi di chi voleva vedere l’artista in carne e ossa e ascoltare affascinato le sue idee stravaganti sull’arte. A pochi chilometri c’era sempre la loro Ulassai, dove nel 2008 è nato il museo-fondazione che raccoglie un centinaio di opere di Maria Lai da lei donate. Si chiama Stazione dell’Arte e coi suoi tre caseggiati, appartenenti a una vecchia stazione in disuso, è il centro del grande museo all’aperto che comprende gli interventi artistici nel territorio, dai già citati Legarsi alla montagna dell’81 al chilometro e mezzo di Capre cucite con punti metallici sul muro d’ingresso del paese, ai libri in terracotta distribuiti sulle facciate delle case del centro storico. All’interno interventi di altri artisti, da Guido Strazza a Costantino Nivola allo stilista Antonio Marras. Una meta unica per raggiungere e comprendere un’eccezionale protagonista dell’arte contemporanea.

"Telaio del meriggio" di Maria Lai

“Telaio del meriggio” di Maria Lai

INEDITO (per gentile connessione di Piero e Piera Girotti e Maria Sofia Lai)

Cagliari 2-4-49

Cari amici,

… avrei potuto credere, quando lasciaste Venezia, che avreste conservato il mio ricordo dopo tanti anni e tante peripezie?… Ritornai in famiglia dopo due anni di residenza a Venezia. Tentai il viaggio di ritorno prima che la bufera si fosse calmata e dovetti sostare in tre campi di concentramento. Il tre luglio del ’45 ero a casa. Ritrovai tutto e tutti come li avevo lasciati. Solo io ero molto cambiata….Ora vivo a Cagliari sola nel mio studio… Sono vagabonda per natura. Qui insegno disegno e Storia dell’arte per tre giorni alla settimana. Notizie della mia arte? In genere non ne do. Non sono né timida né modesta, so quello che voglio. Tutto ciò che contiene il mio studio non è che un aborto di ciò che vorrei dire. Il mio desiderio di sciogliere in me qualche cosa che è in più, la mia ansia di scoprire che cosa mi appartiene veramente, sono le sole cose vive e importanti, anche se la vita non mi basterà per mettere al mondo un’opera d’arte. Ho bisogno di silenzio intorno al mio lavoro; odio chi mi parla di mostre e di articoli perché tutto ciò mi disturba ed è immaturo.

 

CAMERA CON VISTA su Succedeoggi.it (dal 15/5/1)

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16mag
Valeria Golino (a destra) con Jasmine Trinca e Carlo Cecchi

Valeria Golino (a destra) con Jasmine Trinca e Carlo Cecchi

Una volta lo spettacolo più frequentato nei cinema era quello delle 22,30. Si cenava con calma e poi si usciva, o si andava al ristorante, magari nei paraggi della sala così non si doveva cercare di nuovo parcheggio per l’auto, e si finiva la serata vedendosi un film. Fra la mezzanotte e trenta e l’una, più o meno, a nanna: ore poi non così “piccole”. I costumi cambiano, per la maggior parte della gente l’ora di cena non è più inderogabile. Si può fare slittare a più tardi, o si può addirittura saltarla, la cena, con ottime ripercussioni sulla linea: un modo come un altro di stare a dieta. E dunque adesso lo spettacolo più affollato nei cinema è quello delle 20/20,30. Mi domandavo la ragione del cambiamento l’altra sera al Quattro Fontane, uno dei cinema più frequentati di Roma e con le migliori programmazioni (si trova in una traversa di via Nazionale, raggiungibile facilmente in autobus e anche in metropolitana). Andavo a vedere un film di cui si parla molto bene, Miele, esordio nel lungometraggio come regista di una brava attrice italiana, Valeria Golino e mi aspettavo di trovare il pienone, sia pure alle famigerate 22,30. Macché, la sala era praticamente vuota. Eppure, con tutti i disoccupati in giro, di persone che devono svegliarsi presto al mattino non ce ne sono più tante. Forse – mi sono chiesta – non hanno i soldi per pagarsi il biglietto? Ma allo spettacolo delle otto, però, ci vanno, e costa lo stesso prezzo. Dunque? Mistero. Oggi si preferisce andare prima al cinema e poi mangiare con calma, e non importa se dopo mezzanotte il cibo ti resta sullo stomaco. Lascio  il quesito in sospeso aspettandomi una risposta dai sociologi, se avranno voglia di indagare, e passo a un altro argomento, il film che ho poi effettivamente visto al Quattro Fontane, Miele.

Unknown-2Mi è piaciuto? Diciamo che non mi è dispiaciuto. Quello che mi era piaciuto, e molto, è il romanzo da cui è stato (liberamente) tratto. I titoli di coda dicono che s’intitola A nome tuo ed è di Mauro Covacich, uscito da Einaudi nel 2011. E qui si apre un altro mistero: io me lo ricordo benissimo il libro che narra questa storia potente, quella di una ragazza che vive aiutando la gente a morire, ma s’intitolava diversamente: Vi perdono, pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2009. Il mio ricordo di quel testo è molto vivo perché ne avevo anche scritto sull’Unità. L’autrice si nascondeva sotto lo pseudonimo di Angela Del Fabbro e fu montato un caso per far credere che fosse la vera protagonista della storia, che però voleva – per ovvie ragioni – restare anonima. Adesso confronto i due testi: uno, il secondo, quello di Covacich è, stando al numero di pagine, il doppio dell’altro (ossia quello della Del Fabbro, che poi era sempre lui sotto falso nome, scopro parlando con qualcuno della casa editrice). Allora il mistero è svelato? No, perché per me il vero mistero è la ragione che ha spinto Covacich ad annacquare una bellissima storia, scritta magnificamente, ingabbiandola in un inutilmente complicato altro romanzo. Sarebbero affari suoi, se non fosse che diventano affari nostri, di noi lettori voglio dire, quando un editore non si preoccupa di segnalarci l’operazione compiuta e spaccia per interamente nuovo un romanzo già pubblicato, almeno in parte. Il titolo è stato cambiato (e quanto era più bello e determinato il primo!), il nome dell’autore pure, la mole è diversa: come fa un poveraccio a sapere che sta acquistando qualcosa che ha già acquistato in precedenza, infilato dentro un diverso contenitore? Non trovo una parola di avvertimento nel risvolto, tanto meno in quarta di copertina: è lì che i lettori s’informano quando gironzolano fra i banchi di una libreria meditando di comprare qualcosa. Una nota dell’autore c’è solo all’interno, alla fine del volume, arzigogolata e a caratteri minuti, di quelle che si evitano come la peste e che comunque, essendoci tanto di cellofan, non si potrebbe in libreria arrivare a leggere se non rompendo l’involucro e rischiando di essere redarguiti severamente. Vi si nomina, sì, Vi perdono, ma senza preoccuparsi di precisare in modo chiaro che è diventato una parte di A nome tuo! E dire che nella mia recensione avevo scritto: «Chiunque si nasconda dietro il nome Angela Del Fabbro: complimenti». Ora mi tocca ritirarli a Covacich i complimenti, e ne sono dispiaciutissima.

Unknown-1Tornando al film ha dunque fatto benissimo Valeria Golino a ignorare interamente i capitoli superflui, quelli nuovi, e a impostare la sua trama sulla concentrata vicenda di Miele (così si chiama l’accabadora del racconto) prendendosi solo la libertà d’inventare una complicazione amorosa che nel romanzo non aveva sviluppo. E che però rende un po’ melò una storia che di sentimentale non aveva nulla, o meglio teneva il sentimento sprofondato nell’inconscio dei personaggi facendolo intuire senza esplorarlo, e questo era anzi uno dei suoi meriti più evidenti. Merito evidentissimo del film, invece, è la presenza di Carlo Cecchi in stato di grazia assoluta. Mentre la protagonista femminile, una graziosissima Jasmine Trinca con i capelli corti, dovrebbe forse pensare a prendere lezioni di recitazione se vuole continuare a fare l’attrice. Il viso espressivo e la fisicità sono perfetti, ma non è possibile che non azzecchi un’intonazione che è una, quando pronuncia due frasi di fila. Direi anzi che è un vero peccato, per lei – così adorabile – e per noi.

ADDIO A ROMA a PARIGI

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13mag

iic_logoMarina Valensise

Directrice de l’Institut culturel italien
a le plaisir de vous convier à la nouvelle séance de juin du

Dialogue d’Auteur

entre

SANDRA PETRIGNANI et PHILIPPE CLAUDEL

qui aura lieu le mercredi 12 juin 2013 à 18h30

sur le thème du roman contemporain

Institut culturel italien – Hôtel de Galliffet 73, rue de Grenelle 75007 Paris

Pour participer à la soirée vous êtes priés de vous enregistrer sur www.iicparigi.esteri.it

SP a Viterbo

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12mag

RASSEGNA IL SALOTTO  DELLE  18

foto ritoccata

 

dove porto ADDIO A ROMA per parlarne a Viterbo

GIOVEDI 16 MAGGIO

ALLA BIBLIOTECA CONSORZIALE

in VIALE TRENTO 18

SALA CONFERENZE

incontri ideati e condotti da PASQUALE BOTTONE

 

naturalmente alle 18,00

ADDIO A ROMA al Salone di Torino

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10mag

Addio a Roma copertina

 

VENERDI’ 17 maggio, ore 16,00

 

interviene con me

 

MICHELA MURGIA

 

allo spazio

CAFFE’ LETTERARIO

 

 

 

 

 

Un bel libro di Mario Fortunato (Unità, 8/5/13)

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09mag
George Clooney sul Lago di Como

George Clooney sul Lago di Como

Su un ramo del lago di Como continua a comparire e scomparire George Clooney, insieme presenza reale che frequenta un certo ristorante, sorride alle ragazze che svengono al suo passaggio, rompe il motorino e lo riaggiusta con l’aiuto di un passante, e insieme fantasma sognato e fantasticato chiuso nella verde prigione della sua villa. Che ci fa Clooney in Italia? Come mai ha preso casa proprio a Laglio se il Bel Paese gli interessa tanto poco da non aver imparato nemmeno il più basico italiano? Laglio non arriva a mille abitanti, si trova sulla sponda occidentale del Lario e dista quindici chilometri da Como. Ma è un luogo letterario. E Villa Oleandra, acquistata dal celebre attore, è una dimora storica fra le più belle di quelle rive. E poi forse Clooney è un lettore e non gli saranno sfuggite le tante relazioni di viaggio dei suoi connazionali (e non solo) da Melville a Susan Sontag, da Mark Twain a Jonathan Franzen che hanno incluso il lago manzoniano nei loro giri italiani. Probabilmente ha saputo che Gustave Flaubert, in visita nel 1845, andava dicendo di voler «vivere o morire qui». E non gli sarà sfuggito che nella Certosa di Parma Stendhal distingue i due rami del lago sostenendo che quello di Como è «pieno di voluttà» e quello di Lecco «pieno di severità» (fra parentesi non dubitavamo che per mettere su casa George avrebbe scelto il primo).

Colin Firth

Colin Firth

Trovo queste suggestioni in un libro eccentrico, L’Italia degli altri di Mario Fortunato, che esce questa settimana da Neri Pozza, curiosa alternanza di autobiografia minima, evocazioni letterarie, riflessioni sul modo che hanno gli stranieri di vedere gli italiani e come questo modo non sia sostanzialmente cambiato dai tempi del Gran Tour a oggi. Sono tre, in particolare i luoghi che Fortunato prende in considerazione nella sua ricerca, luoghi centrali della sua esistenza: la Calabria dove è nato, Como e il lago dove per un periodo si è occupato di incontri culturali e artistici, e la Sabina, nei dintorni di Rieti, sotto al monte Soratte, dove risiede abitualmente quando è in Italia. Gli incontri dell’autore, le discussioni a cena con persone che qualche volta sono persone note (Colin Firth, Giulio Einaudi, Peter Stein) altre no, si alternano a citazioni letterarie illuminanti evocate in un processo di libere associazioni tali da toccare i punti nevralgici dell’argomento. Nessuna cronacaccia contemporanea, scandali o votacci europei, ma quello sguardo lungo in cui il nostro paese si è potuto riflettere nel corso dei secoli, diventando spesso scenario privilegiato di grandi romanzi o prendendosi pagine e pagine nei diari e nelle lettere di scrittori viaggiatori o viaggiatori tout court.

Già per Edith Wharton, l’autrice dell’Età dell’innocenza, l’Italia è «la terra in cui tutto può accadere, tranne il banale, l’ovvio, e il prevedibile» ed è in qualche maniera una chiave per spiegare l’anomalia italiana che ci rende bizzarri, imprevedibili appunto, e quindi inaffidabili, oggi come nel primo Novecento. Henry James arriva a chiedersi: «Perché in Italia giudichiamo affascinante ciò che in altri paesi considereremmo sicuramente un indizio di volgarità?» La risposta per Fortunato sta in una specie di gioco del rovescio per cui ad essere attratta dalla confusione italiana è sempre stata soprattutto la cultura anglosassone, ordine contro caos, serietà contro arte di arrangiarsi, self-control contro sensualità, per quell’attrazione verso «il diverso che ci svela a noi stessi» e di cui l’autore coglie la forte metafora nella forma architettonica dei giardini, espressione incrociata dell’inconscio delle due nazioni. Il giardino all’italiana rinascimentale è fatto di rigore geometrico dove tutto deve essere tenuto sotto controllo e lo spazio viene dominato e ridotto a quinta teatrale, mentre il tradizionale giardino inglese che si sviluppa nel corso del Settecento è un trionfo di rigoglio (fintamente) naturale, ispirato a una vecchia visione dell’Italia più selvaggia dove piante e fiori si arrampicavano liberamente fra le rovine e che faceva dire a John Ruskin: «L’orrore di vivere fra questi sporchi, spregevoli italiani, e di vederli comportarsi come cani e mosche fra i sepolcri e le chiese dei loro padri…» fino all’amara constatazione: «I veri abitanti dell’Italia sono i morti» per dire che i vivi non meritavano la terra che avevano ereditato.

Tipico giardino detto "all'inglese"

Tipico giardino detto “all’inglese”

Risuona in queste parole aspre «un mix talvolta sconcertante di amore vero e vero complesso di superiorità verso gli italiani», osserva Fortunato, ma il disprezzo si arrende quasi sempre di fronte a un dato ineluttabile: la bellezza. E’ la bellezza che porta alla felicità, altro elemento che torna nelle osservazioni degli stranieri sul nostro paese. «C’era qualcosa di animale nel mio amore per Roma» dice esaltato Frederic Prokosch, autore del meraviglioso Voci. «Rimasi a Roma cinque anni. Furono anni di continua felicità». E il poeta Josif Brodskij parlando di Venezia: «La bellezza circostante è tale che quasi subito si è presi da una voglia assolutamente incoerente, animalesca, di tenerle testa».

Parole di ammirazione che sono risuonate persino nel discorso programmatico di Enrico Letta sul suo governo: «La nostra tendenza all’autocommiserazione è pari solo all’ammirazione che l’Italia suscita all’estero. Molti stranieri vogliono bagnarsi nei nostri mari, visitare le nostre città, mangiare e vestire italiano». Per fortuna è pur sempre così, e sarebbe ora che imparassimo ad esserne fieri, e a proteggere tanta bellezza.

 

succedeoggi.it CAMERA CON VISTA 4/5/13

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04mag
Jeremy Irons

Jeremy Irons

Andare al cinema attratti dal nome di un certo attore è qualcosa di disdicevole, forse. Ebbene lo ammetto: sono andata a vedere Treno di notte per Lisbona, di Bille August, indifferente alle stroncature che ha totalizzato, non giustificata dall’aver letto il romanzo omonimo di Pascal Mercier da cui è stato tratto (tradotto da Mondadori) perché sapeva troppo di best-seller preconfezionato. Sono andata a vedere il film solo perché interpretato da Jeremy Irons. E dire che trovarlo in tv nei panni di Alessandro VI, il padre di Cesare Borgia, era stato un duro colpo. Mai ruolo fu più sbagliato: Irons è un convincente nevrotico dei nostri giorni, nulla c’entra con l’efferatezza truculenta di un secolo eccessivo come il 1400 (anche la patologia va storicizzata). Ma insomma per me Irons resta pur sempre quello che mi ha preso il cuore una volta per tutte nei panni di Charles/Mike in La donna del tenente francese di Karel Reisz, nonostante due tremendi basettoni ottocenteschi che gli avevano incollato sulle guance. O quello di Tradimenti di David Jones, in cui interpreta il personaggio molto contemporaneo di uno che è l’amante della moglie del suo miglior amico; film tratto da una commedia di Harold Pinter, autore ad Irons particolarmente congeniale. Ma dove davvero è indimenticabile, anche perché sdoppiato nei due gemelli Beverly e Eliot Mantle, è in Inseparabili di David Cronenberg e poi eccolo languidissimo nel Danno di Louis Malle…

images-2Certo sono passati gli anni e gli anni passano anche per gli uomini belli e per i grandi attori. In Treno di notte per Lisbona – che non è un gran film, hanno ragione i critici – fa la parte di un uomo privo di appeal, invecchiato, noioso (lo dice proprio il suo personaggio: la moglie l’ha lasciato perché è un uomo noioso) e per giunta con una montatura di occhiali antidiluviana che aggiunge impaccio a una sua apatica maniera di stare al mondo. Ebbene a quest’uomo, però, succede qualcosa di inaudito: salva una ragazza che si vuol buttare giù da un ponte a Berna e da lì, in modo davvero poco credibile, pigro e abitudinario com’è, cambia vita. Per una serie di coincidenze che non sto a riassumere, finisce sul famoso treno per Lisbona e in questa città carica di storia e di tristezza farà incontri struggenti, pieni di significato riattraversando le pagine tragiche della dittatura salazariana fino alla Rivoluzione dei garofani.  Naturalmente non sarà mai più lo stesso e magari troverà pure qualcuno (potevamo dubitarne?) capace di cogliere in lui la sepolta segreta bellezza. Segreta fino a un certo punto, perché Jeremy è pur sempre se stesso e per quanto sia così bravo da dismettere completamente il fascino inquietante che generalmente emana, qualcosa ne conserva anche in questo film flaccidino. Ma di che è fatto, poi, questo fascino? Vado a guardarmi su You Tube una serie di interviste televisive: mi colpisce il modo che ha di fare lo spiritoso restando serissimo, e poi una certa dolcezza femminile nei movimenti, e lo sguardo: enigmatico, sfuggente. Come la sua storia matrimoniale con un’attrice conosciuta da giovane, Sinéad Cusack, che dura da trentaquattro anni con molta elasticità. Intanto Jeremy si fa vedere in giro con altre innamorate, e gira pure la voce di una sua presunta omosessualità. Vai a capire. Ma è così importante? Quel che conta per una star è il suo potere incantatore, resistente al tempo e ai personaggi – anche sgradevoli – cui deve dare spessore. Quando nel ’97 si è calato nell’Humbert Humbert della Lolita di Adrian Lyne, malgrado dovesse sostenere lo sbilanciatissimo confronto con quel capolavoro che ne fece Stanley Kubrick nel ’62, è riuscito a farci dimenticare tutta la patinata idea di cinema del regista e a infondere al memorabile personaggio un’umanità inquieta e dolente, che forse è la sua anche nella vita.

O forse no. Anche se penso di sì.

 

“Freshwater” tradotto da Chiara Valerio (Il Foglio 24/4/13)

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24apr
Virginia Woolf con la nipote Angelica

Virginia Woolf con la nipote Angelica

Cos’è Freshwater, solo un breve testo da recitare in famiglia? E’ l’unica commedia composta da una scrittrice-mito, Virginia Woolf – e di lei non si può perdere nemmeno una virgola? La stessa Woolf, scrivendo alla sorella Vanessa, che aveva bisogno della commediola per riunire parenti e amici a rapprensentarla (tipico divertimento bloomsburiano) si domanda se non sia da buttar via senza perderci altro tempo; la trova «esile e scialba». Confesso che esile e scialba mi sembrò nei primissimi anni Ottanta, malgrado il mio inevitabile, generazionale woolfismo spinto, quando la lessi una prima volta tradotta e pubblicata da quella notevole casa editrice che fu La Rosa. Esistono due Virginie: una tragica che a ventinove anni si sente «una fallita – pazza per di più – altro che scrittrice», a quaranta ha le vertigini sembrandole continuamente di camminare su «un instabile nastro gettato sulla vita» e che finirà col suicidarsi. L’altra è spiritosissima, leggera, capace di aggiornare così Vita Sackville-West sul proprio, subito detestato, taglio di capelli: «1.Virginia è decisamente rovinata dai capelli alla maschietta. 2.Virginia coi capelli alla maschietta ci guadagna decisamente. 3. I capelli alla maschietta di Virginia passano del tutto inosservati. Sono queste le tre scuole di pensiero sull’importante argomento. Ho comprato un toupet, che fisso con un fermaglio. Finisce nella minestra e lo ripesco con la forchetta». Era il 1927.

La prima stesura di Freshwater è del ’23. Ce ne sarà un’altra nel ’35 quando il testo verrà finalmente messo in scena nello studio di Vanessa in Fitzroy Street per il diciassettesimo compleanno della figlia Angelica, costretta a recitarvi una parte (quanto patisse la goliardia del suo illustre parentame, Angelica Bell l’avrebbe rivelato solo molti anni dopo in un memoir dell’85 crudo e crudele, Ingannata con dolcezza, sui genitori – veri e presunti – e la loro cerchia, perché solo troppo tardi scoprì di non essere figlia del primo marito della madre, Clive Bell, ma dell’allora suo amante, e poi compagno, Duncan Grant, che sarebbe stato amante anche di David Garnett, futuro marito di Angelica, malauguratamente senza avvertire la figlia – che del resto fino al ’37 non sapeva di essere sua figlia.

Vanessa Bell in un autoritratto

Vanessa Bell in un autoritratto

Ma questa è un’altra storia, più o meno. Torniamo a Freshwater, in cui si respira l’aria comica, frivola e colta di quella vicenda del toupet nella minestra. Ci torniamo perché la commedia esce di nuovo in questi giorni, per Nottetempo (115 pagine, 11 euro),  e per la traduzione e cura di una giovane, ossessiva lettrice di Woolf: Chiara Valerio, classe 1978 (per dire che cambiano le generazioni, ma l’autrice di Mrs. Dalloway continua  a essere un “faro”, persino attraverso le sue opere minori). E se questa giovane scrittrice non fosse una vera invasata sul tema e non mi avesse stordita di notizie sulle sue ricerche intorno a Freshwater, che ha riversato in una preziosa nota posta in chiusura di libro, ma che consiglio di leggere per prima, non starei qui a parlarne, semplicemente perché non l’avrei riletta. E non mi sarei imbattuta in una frase come questa: «Cerca il vero là dove il vero giace nascosto», piazzata proprio in mezzo a un testo fra i più strampalati di Woolf in cui s’incontra una sua prozia, Julia Margaret Cameron, antesignana dell’arte fotografica, il pittore G.F. Watts, il poeta Tennyson, la leggendaria attrice Ellen Terry (fedifraga moglie di Watts), la regina Vittoria e qualcun altro, compresi due animali: un delfino e una scimmietta. E dimenticavo due bare a prova di termiti che i coniugi Cameron, in partenza per l’India, intendono trascinarsi dietro per ogni evenienza, non fidandosi dei feretri indiani. Non sia mai le termiti dovessero divorare l’opera di Tennyson che Julia vuole portarsi in Paradiso! In sé la commedia non mi ha esaltato neppure questa volta. A esaltarmi però sono stati gli altri tre brevi testi woolfiani, due saggi e un racconto tradotti per la prima volta, che Valerio ha messo a corredo e spiegazione dei personaggi presenti nel testo principale e del senso stesso di esso. «Freshwater è una commedia sul tempo» osserva brillantemente nella sua nota, prendendo a prova il brevissimo delizioso racconto Una scena dal passato – prima versione di un’altra novella poi raccolta in A Haunted House. Il luogo è di nuovo Freshwater nell’Isola di Wight, Inghilterra. E di nuovo Ellen Terry – che di nuovo riceve un bacio da un giovane corteggiatore – e un vecchio signore, che tanti anni prima puntando un telescopio verso la terra, invece che in cielo, aveva messo a fuoco una scena simile: un giovane uomo che baciava una giovane donna. Ecco là servito il segreto della letteratura, Freshwater o no: «le parole avvicinano cose lontanissime» scrive Chiara e la letteratura sta in questo ribaltamento della realtà, nella capriola spazio-temporale di un telescopio rovesciato. L’attimo faustiano non ha bisogno di fermarsi, basta che rimbalzi e si ripeta nella scrittura.

Il romanzo di Marco Balzano sul precariato (L’Unità, 14/4/13)

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14apr

sellerio-coverSembra che i «romanzi sul precariato» siano diventati una specie di sottocategoria del realismo contemporaneo e che – almeno secondo Walter Siti che ne parla nel suo recente e convincente saggio, Il realismo è l’impossibile (nottetempo) – agitino con ironia e autoironia prevedibili «cliché giovanilistici» e «sentimenti politicamente corretti», qui e là percorsi abilmente da un pizzico di «protesta civile» soprattutto se ci s’infila qualche «giovane immigrato» col profumo di «spezzatino allo yogurt cucinato dalla zia». Indubitabilmente Pronti a tutte le partenze (da un verso di Ungaretti) di Marco Balzano, nato a Milano nel 1978 e di professione insegnante, è un romanzo sul precariato con un protagonista trentenne, Giuseppe Savino, detto Giusè, che spera in una cattedra ma ottiene solo sporadiche supplenze, e nelle sue 200 pagine si muove anche qualche immigrato dalla Cina come dal Marocco. Però non vi ho trovato dentro nemmeno un cliché, né giovanilistico né adulto, e mi piacerebbe che Siti leggesse questo romanzo e si conciliasse con un realismo possibile, che non smonta le sue argomentazioni, anzi le rafforza.

Devo dire meglio: le situazioni prevedibili ossia povertà, rabbia, disagio, ingiustizia, disperazione ci sono tutte, ma trattate con orgoglio smagato, con raffreddata passione, con tranquilla determinazione linguistica, e questo cattura e incanta come se a snodarsi sulla pagina non fossero più le quotidiane vicissitudini di un povero sfigato come tanti, ma la favola triste, bizzarra e sorprendente di Giusè, diventato un Lazzarillo che non delinque ma simpatizza coi delinquenti, un antieroe colto che non frequenta intellettuali, un picaro che vorrebbe tanto radicarsi. Forse un eccesso di realismo produce il suo contrario?

walter-siti-258Intanto Marco Balzano viene dalla poesia (Particolari in controsenso, Lieto Colle), è un esperto di Leopardi (I confini del sole. Leopardi e il Nuovo Mondo, Marsilio) e si è fatto per così dire le ossa, insomma si è allenato a questo suo realismo che definirei ascetico tanto è estremo, con un primo romanzo dignitosissimo: Il figlio del figlio (Avagliano). Non solo: ha sentito il bisogno di nobilitare, con intento contrappuntistico, le disavventure disadorne del suo personaggio, tradito e abbandonato da una piccola femme fatale di provincia, tale Irene, e sempre in scacco professionalmente, ponendo a titolo dei capitoli versi danteschi («A retro va chi più di gir s’affanna», «Era già l’ora che volge il disìo», «Andai, dove sedea la gente mesta»…). Anche perché Giusè, che s’ostina a insegnare nelle scuole che gli capitano, facendosi chilometri in treno o in macchina per raggiungerle, è studioso della Divina Commedia («quando studiavo Dante mi sentivo una persona migliore») e potrebbe persino aspirare – complice un lunatico cattedratico che lo stima e lo appoggia – a una lenta carriera universitaria, se tollerasse le logiche punitive e ondivaghe dell’ambiente. Soprattutto se tollerasse di convertire il suo ideale nobile d’insegnamento («per ogni scuola aperta resta chiuso un manicomio») in ripiegamento narcisistico del sapere.

Marco Balzano

Marco Balzano

Ma lui è un antieroe forte, a suo modo sognatore e dietro all’aria mite del perdente nasconde una determinazione a farcela nonostante i tempi avversi – sì, proprio quelli che stiamo tutti attraversando – malgrado le continue minacce d’affondamento e i non luminosi esempi di amici ancor più miserabili di lui (i famosi immigrati, ma non solo). Un rigore morale sorprendente – e contagioso – lo sostiene dall’inizio al finale non esattamente lieto, ma insomma in fin dei conti, incoraggiante. Un altro mondo è possibile? Forse sì. Ed è possibile anche una letteratura onesta capace di proporre non solo una storia a suo modo esemplare, ma un’idea della vita alta, anzi altissima – in altri tempi si sarebbe detto Weltanschauung – e vertiginosamente attraente, tanto più toccante se paragonata allo svilimento odierno di ogni ideale, di ogni visione grande dell’umano, di ogni superiore proposito di stare al mondo. A sapersi accontentare, naturalmente, come si contenta Giusè.

Ma dove Balzano non si contenta e dà il massimo al lettore è nello stile. L’adozione di un understatement realistico precisamente mimetico conosce inattese accensioni che scaldano tutto il romanzo con l’irruzione della tragedia, ma anche qui per sottrazione. Mi spiego meglio: la tragedia in Pronti a tutte le partenze aleggia in ogni pagina, è il compimento possibile di vite sempre sull’orlo del precipizio economico, affettivo, professionale; ma è messa in scacco da una preziosa autoironia che in qualche maniera sempre la disinnesca. Insomma il lettore è in tensione tutto il tempo aspettandosi il peggio, come stesse leggendo un giallo da cui può sbucare l’assassino con la lama fra i denti da un momento all’altro. Ma quel coltello non affonda mai interamente in nessuna carne, senza per questo che lo stesso lettore possa finalmente aspettarsi il meglio. Credo, anzi, che proprio questa posizione mediana, questo scomodo camminare sul filo perdendo l’equilibrio senza mai cadere, questo andamento borderline sia la speciale cifra di Marco Balzano nel panorama letterario della giovane narrativa contemporanea.

Javier Marìas

Javier Marìas

Tuttavia in tre momenti la storia s’impenna e la tragedia sfiorata esplode lasciando intravedere squarci di disperazione senza rimedio: quando un barbone incrociato per strada (che mi ha ricordato un altro clochard: quello di Innamoramenti, l’ultimo bellissimo romanzo di Javier Marìas, pubblicato da Einaudi) attacca senza ragione a pugni e insulti un incolpevole passante fermo al semaforo nella sua auto e quello di un pericoloso detenuto, nella classe in cui insegna Giusé, che solleva sotto le ascelle il professore indifeso – per alcuni interminabili secondi – solo per finire con l’abbracciarlo scoppiando a piangere. Il terzo momento è la vendetta di Giusé sulla piccola sciagurata che lo illude e tradisce esasperandolo («Non ero più io, no. Non ero più io»). Sono tre punti cardine in cui il romanzo potrebbe prendere un’altra strada diventando una delle tante narrazioni a effettacci che impunite ci ammorbano. Invece lo squarcio si chiude come si è aperto e la famosa pistola che in ogni brava narrazione realistica, se appare, deve prima o poi far fuoco, viene rinfoderata. Il suo scopo non era eccitarci come in un war-game, ma illuminarci sulla complessa natura umana.

E a proposito di natura umana, e in particolare femminile, lasciatemi fare all’autore un ultimo non secondario elogio: il modo in cui ha saputo tratteggiare caratteri femminili autentici. Non so cosa sia successo a un buon numero di maschi italiani che scrivono, ma si sono, anche i migliori purtroppo, incarogniti su un immaginario erotico-sentimentale pornomasturbatorio o da pigra contemplazione di bambole tv, finte bambine, finte star, finte sexy, finte tutte. Balzano ci restituisce donne credibili, deliziose o intollerabili, dalla «darkettona del primo banco»  che dice senza diventare grottesca: «Mi piace il punk. Non mi piace l’emo punk», alla fatale-suo-malgrado Irene, alla possibile compagna di una vita che fa la libraia e si muove prudente e giudiziosa nel mare tempestoso dell’esistenza.

 

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