Un’intervista a Tiziano Terzani (Panorama, 13/8/98)

Un’intervista a Tiziano Terzani (Panorama, 13/8/98)

Con Tiziano ed Angela Terzani ed il mio cane Ralfone all'Orsigna

Con Tiziano ed Angela Terzani ed il mio cane Ralfone all'Orsigna

Il primo a stupirsi è lui: Tiziano Terzani, fiorentino del 1938, per venticinque anni corrispondente dall’ Oriente per lo Spiegel, prestigioso settimanale tedesco, e firma nota e amata anche in Italia (dall’ Espresso al Corriere della Sera). Si stupisce di essere in cima alle classifiche con un libro, In Asia (Longanesi), che raccoglie quasi un trentennio di lavoro giornalistico. In genere le raccolte di articoli, siano pure di autori importanti, vengono considerate dagli editori una maledizione. Figurarsi 440 pagine di cronache da fronti lontani come Vietnam, Cambogia, Laos, Birmania… paesi che la gente confonde, di cui ignora persino la precisa posizione sulla carta geografica o il nome della capitale. «E’ il mio addio al giornalismo questo libro. Lo consideravo un po’ una pietra tombale, davvero non mi aspettavo questo successo. Un anno fa ho chiuso il contratto di corrispondenza con lo Spiegel e ora scrivo solo quando mi pare e di ciò che mi pare» spiega Terzani, vestito di bianco, con i capelli tutti bianchi, la pelle abbronzata, gli occhi che negli anni, a furia di stare in mezzo agli orientali, sembrano diventati un po’ obliqui. Ha anche la gestualità orientale, di tanto in tanto scuote la testa come fanno gli indiani, e parla parla parla, fluviale, cordiale. Ora vive a New Delhi, dopo tanti anni di Cina, dopo Singapore, dopo Hong Kong, dopo il Giappone, dopo la Thailandia. E quando torna in Italia si chiude nell’ eremo di Orsigna (Alta Toscana) dove ha costruito nel tempo una casa fatta di un corpo centrale e di altre due dépendance, un suo studio di legno che profuma di incenso e che lui chiama «la mia yurta, la mia tenda mongola», e una struttura in muratura sede di sua moglie, Angela, anche lei scrittrice. Il “caso” Terzani è esploso due anni fa con Un indovino mi disse (Longanesi, 70 mila copie in hardcover, 120 mila in tascabile), un libro davvero appassionante, al quale solo l’inaffidabilità dei premi italiani ha impedito di vincere il Bancarella. Ma ha avuto la più clamorosa conferma con la carrellata di Asia, «che vuole essere», dice l’ autore, «anche esempio di varie forme giornalistiche: dal pezzo scritto a caldo all’ articolo di ricostruzione messo insieme nel tempo, all’ intervista. Un modo di dire: ai miei tempi si faceva così». Gli articoli sono legati tra loro dal filo di piccoli cenni autobiografici, che dimostrano come la vita sia stata tutt’uno con la professione. Forse è in questo che va cercato il segreto del suo successo tardivo, nella coerenza della sua storia personale, nella scelta radicale che ha fatto. Una scelta che fa sognare i giovani malati d’esotismo e che riporta i meno giovani agli anni del coinvolgimento politico nel Vietnam, nella Rivoluzione Cinese. «In parte sarà così. In parte voglio sperare che la gente non ne possa più del giornalismo italiano, fatto di firme strapotenti, di schieramenti, di invenzioni clamorose. Io sono per forza di cose un giornalista tedesco, costretto alla durissima scuola dello Spiegel. Perché, questo voglio dirlo: il “fenomeno Terzani” in Italia un posto fisso non l’ ha mai trovato. Nessuno mi ha offerto qui un lavoro da corrispondente o da inviato. E avrei ben rinunciato a scrivere in tedesco se ne avessi avuto l’opportunità. Ma è stata anche la mia fortuna. Così ho respirato sempre un’aria diversa, sono cresciuto non inquinato dal nostro ambiente. E alla fine tutto questo passa in ciò che si scrive, nel modo in cui si guardano le cose». E come si guardano le cose? «Facendosi guidare dalla propria coscienza e non da un partito che ti dà la linea, da una fede, da una chiesa. Sono arrivato in Cina nel 1979 ed ero considerato un “amico” perché credevo nel maoismo. Ne sono stato espulso nell’ 84 perché non scrivevo quel che i cinesi volevano. Ma avevo visto le cose con i miei occhi, avevo visto la distruzione sistematica della tradizione per imporre un altro concetto di umanità. Lo trovavo inaccettabile. E lo scrivevo. Insomma, se devo fare un bilancio, a sessant’ anni, posso dire di aver coltivato soprattutto una qualità: di non appartenere a nessuno, di essere libero. Sono stato anche molto fortunato: nel ‘ 56 volevo iscrivermi al Pci, perché mio padre era comunista. Ma ci fu l’ invasione dell’ Ungheria. Non mi piaceva e ci ho ripensato». Cosa ti ha spinto giovanissimo verso l’ Oriente? «La curiosità. L’ amore. Come si fa a spiegare perché ci s’ innamora di una persona e non di altre? Per me l’ Oriente è stato una scelta d’ amore. Se invece dobbiamo razionalizzare, posso dire così: dall’ Oriente sono venute alcune delle più grandi ispirazioni del nostro tempo, dalla rivoluzione cinese al gandhismo (che personalmente mi attrae di più), al buddhismo. E poi l’ Asia è comunque l’ altro. Quando diciamo che vogliamo salvare il Tibet, che non esiste nemmeno più, che cosa intendiamo? Vogliamo salvare un sogno, l’ idea di un’ alternativa, altri valori. Quando i miei figli si sono laureati, li ho portati tutti e due ad Angkor, in Cambogia, a vedere la distesa dei templi. Volevo che nel loro animo ci fosse questa misura di grandezza». E l’ India? Perché hai deciso di vivere lì adesso? «Perché malgrado tutto è ancora la sacca di maggior resistenza al modello occidentale. E’ il mio modo di non andare avanti a Prozac». Ma non è una posizione irrealistica? «Chissà. Il criterio puramente economicistico che guida le nostre società fa acqua da tutte le parti. Non è affatto detto che funzioni. In India ci sono semi che potranno tornare a germogliare, magari altrove». E Orsigna cosa rappresenta? «La voglia di fermarmi. C’ è un detto cinese che dà questa immagine: guardare i fiori dall’alto del cavallo. Di corsa, insomma. Io adesso voglio guardare i fiori da vicino, a uno a uno. Voglio scendere da cavallo».

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2 Comments
  • fabrizio carbone
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    Che bello ieri sera da Bibli. Ero emozionato nel sentire le parole di Angela che confermava quel cambio di marcia di Tiziano verso la natura, la scoperta di un mondo che lui non aveva considerato per decenni e che poi ha avuto in dono in India, nella sua casetta in faccia al gigante delle nevi eterne. Mi sono accorto che, quando sono intervenuto, ha detto:”Tiziano ha 4 anni più di me”. Non ho detto aveva perchè lui non è morto, vive con una tale forza ed energia nei suoi libri perchè ha ancora molti amici che non lo conoscono e devono scoprirlo. ieri sera infatti Alessandro mi ha chiesto un consiglio. Voleva sapere quale libro leggere per primo. Ho fatto fatica a suggerirglielo. Ho pensato “In Asia” ma forse prima “Un altro giro di giostra” e poi “Lettere contro la guerra”. Ma anche “Un indovino mi disse”. Poi gli ho detto di leggerli tutti senza fine nè principio.

    12 Novembre 2009 at 10:27

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