Centenario Morante (Il Foglio 7/7/12)

Centenario Morante (Il Foglio 7/7/12)

Elsa Morante ai tempi di "Menzogna e sortilegio"

Quando qualcuno o qualcosa la scandalizzava, non lasciava correre. Interveniva. E con violenza. Mettiamo che a un tavolo vicino, al ristorante, le capitasse di ascoltare la conversazione fra due razzisti. Li affrontava. Li distruggeva con un diluvio di parole urlate e di ragionamenti inoppugnabili. Elsa Morante a molti faceva paura per questo. Persino gli amici più intimi, i pochi che accettava di frequentare regolarmente, temevano di fare o dire qualcosa che avrebbe potuto scatenare le sue furie. Bastava non essere autentici, semplici, diretti come esigeva lei. Bastava apprezzare un libro o un autore che lei disprezzava. E si cadeva in disgrazia, e si diventava il capro espiatorio della serata. E guai se gli altri, i presenti, provavano a difendere il reietto. La situazione peggiorava e si stava male tutti. Alcuni pur essendo da lei amatissimi, l’hanno abbandonata, hanno rinunciato a un certo punto alla sua preziosa amicizia stanchi di mantenersi all’altezza di così severe richieste, stremati, vinti. Perché la sua amicizia, parlare con lei «era una specie di terapia linguistica, emotiva, morale e concettuale, nonché, naturalmente, estetica» ha scritto una manciata di anni fa, su questo giornale, Alfonso Berardinelli in un intervento poi raccolto ne Il critico come intruso (ed. Le Lettere). E’ fra quelli che si allontanarono, Berardinelli: «Nell’amicizia con Elsa le cose peggiori avvenivano quando in lei l’impazienza del poeta si univa alla chiaroveggenza del romanziere. Allora ci vedeva come personaggi di romanzo, vedeva in noi il legame necessario fra carattere e destino. Ma chi sopporta di sapere qual è davvero il suo carattere e destino?»

Però alla scrittrice ha continuato a sentirsi legato e ora firma l’introduzione di un libro-evento a cura di Daniele Morante, che uscirà per Einaudi a fine estate: L’amata. Lettere di e a Elsa Morante. «Sprofondando in questo lavoro e nella sua vita, l’ho amata ancora di più» racconta Daniele, il nipote preferito, figlio di Marcello, uno dei fratelli della scrittrice e autore dell’unica biografia (parziale) disponibile, Maledetta Benedetta, edita da Garzanti. Daniele per scegliere le lettere ha visionato un materiale molto più vasto di quello che raggiungerà i lettori. Elsa era in rapporti epistolari con un numero sorprendente di persone, note e sconosciute, e rivela in queste relazioni qualcosa che sfuggiva persino a chi aveva con lei una familiarità quotidiana: ovvero come «il polo d’attrazione del suo carattere potesse incidere sugli altri e influenzarne la risposta» dice Patrizia Cavalli, che sta preparando un altro libro, fotografico, di futura pubblicazione da Einaudi. Una sorta di biografia per immagini della Morante – molte mai viste prima, nascoste negli album di vari conoscenti, sepolte negli archivi delle agenzie fotografiche, dei giornali – e commentate da citazioni indirette, prese dai suoi corrispondenti nell’epistolario, o da riflessioni di altri su di lei.

Con Alberto Moravia a Capri

Il prossimo 18 agosto cade il centenario della nascita della scrittrice romana, che continua a esercitare sui lettori di nuove generazioni la stessa malia suscitata all’apparire, nel 1948, di Menzogna e sortilegio. L’intera comunità letteraria si accorse immediatamente «che si trattava di un grande libro», evoca Leone Piccioni, evoca Leone Piccioni, un critico che l’ha sempre stimata e che lavorava alla radio in un programma culturale poi diventato il più longevo della storia televisiva, L’Approdo. Altri tempi: nel comitato direttivo c’erano Emilio Cecchi, Giuseppe Ungaretti, Gianfranco Contini, Roberto Longhi, Riccardo Bacchelli, Carlo Bo. Moravia faceva critica cinematografica, Anna Banti si occupava di storia dell’arte e Elsa Morante aveva una rubrica fissa di spettacolo. Il successo popolare sarebbe arrivato nove anni dopo, con il premio Strega vinto dal suo secondo romanzo, L’isola di Arturo.

Piccioni la ricorda «affascinante, bella». Ma sulla sua avvenenza i pareri sono discordi. Attilio Bertolucci diceva sempre che la trovava molto graziosa, ma non solo: con lui «era stata sempre gentilissima, persino un po’ timida» e si stupiva che tutti la descrivessero come una specie di erinni. Per molti, infatti, era una donna sprezzante, parlava a voce troppo alta e sul suo viso rotondo, anche da giovane la bellezza andava e veniva perché la bocca aveva un disegno imperfetto, i denti erano un po’ distanti. Invecchiando, poi, come ha raccontato Cesare Garboli nell’introduzione a Pro o contro la bomba atomica (Adelphi), aveva deciso a un tratto di lasciarsi andare. «Cominciò a detestarsi» scrive il critico viareggino «a “decrearsi”, …non si riconobbe più come donna… voleva distruggersi, scomparire». Un processo che cominciò negli anni ’60 con la separazione da Moravia, arrivata dopo tradimenti reciproci e umiliazioni pubbliche che lei non gli aveva mai risparmiato, e con il suicidio del grande amore della maturità: il giovane pittore newyorkese Bill Morrow. «Io detesto il mio corpo» diceva di sé.

Nell’epistolario le lettere di Moravia a Elsa sono un centinaio e fra le più significative. Mancano purtroppo, quasi interamente, quelle di lei ad Alberto, perché forse lui conservava poco per abitudine, o forse le aveva distrutte per rabbia verso quella ex moglie che gli negò sempre il divorzio e con la quale si mostrava infastidito, ma generoso. Questi, però, sono i fatti della vita, che non sempre illuminano in modo utile l’opera di uno scrittore. Soprattutto uno scrittore che non voleva essere considerato «persona vivente», ma «un fantasma, uno spettro» e che non si può fissare, come dice ancora Garboli «in una sola immagine o in un solo libro». Aveva un carattere contraddittorio, «incapace di dimenticare e dimenticarsi, … selvaggio, entusiasta, capriccioso, infantile». C’erano tante Else e l’epistolario le rivela. Il titolo L’amata è stato scelto da Daniele Morante con intenzione antifrastica: «Perché la forza del suo carisma provocava un’adorazione al limite del plagio. Ma questo tipo di gloria è ambiguo: crea uno schermo ai veri sentimenti, e lei non si sentiva amata da nessuno, non nel senso profondo della parola, almeno». Non tanto letterario, quanto invece privato, utile all’approfondimento della persona Elsa, l’epistolario riserverà parecchie sorprese.

Un giorno era andata a mangiare, come faceva spesso, al ristorante “Biondo Tevere”. A un tavolo un imprenditore festeggiava con i suoi operai la figlia che compiva gli anni. Avevano acceso una radiolina per ballare. Scenata furibonda di Elsa che pretende silenziamento immediato dello strumento disturbante. Nei giorni seguenti le arriva una lettera di quel signore che le dà dell’isterica e la rimprovera aspramente perché, proprio lei tanto attenta ai poveri, non ha capito quanto avesse offeso non lui, ma i suoi dipendenti, veri destinatari della musichetta molesta. Morante ne resta turbata, si pente. Risale in qualche modo all’imprenditore, lo chiama a casa al telefono. Risponde la moglie, lui non c’è, e Elsa, Elsa Morante, si scusa! Seconda lettera di lui, allora, che stima la grande scrittrice ed è felice di poter stimare adesso anche la persona.

Una rara immagine di Rodolfo Wilcock

Elio Pecora aveva ventinove anni quando la conobbe intorno alla metà degli anni Sessanta. Era appena arrivato a Roma dal sud, non aveva ancora pubblicato le sue poesie e lavorava da “Bocca”, una libreria di piazza di Spagna molto frequentata da intellettuali e artisti. Elsa entrò alla ricerca di un libro sul Beato Angelico su cui doveva scrivere un saggio. «Era una regina temibile» la descrive. «Portava una frangetta fitta sugli occhi viola». Divenne un rapporto d’amicizia intensissimo e dispotico. «Le volevo molto bene, ma avevo bisogno della mia libertà. Per esempio lei non voleva che io frequentassi Amelia Rosselli e Dario Bellezza, che pure l’amava svisceratamente. Diceva che mi avrebbero fatto male, perché erano due persone capaci di mettere in luce la parte peggiore dei loro amici. Da parte sua era un modo di proteggermi, non certo un pettegolezzo. Lei era così, quello che pensava lo diceva apertamente, tanto più ti amava tanto più lo diceva. Poi aveva la tendenza a mettersi in mezzo nelle coppie. Io ero innamorato di un ragazzo di nome Glauco allora, che è stato mio compagno per anni. Temevo che ci avrebbe fatto litigare…» A Pasolini, per esempio, non faceva piacere per niente che lei istigasse Ninetto Davoli, l’allegro protagonista di tanti suoi film e suo profondo amore, a mettere su famiglia, come in effetti a un certo punto fece spezzandogli il cuore. In altri casi capitò l’inverso: Elsa si spendeva per riconciliare le persone. Accadde, mi racconta Antonio Debenedetti, con suo padre Giacomo – un altro grande critico che riconobbe subito il genio della Morante. C’era stato un brutto screzio durante una trasmissione televisiva fra Sandro Penna e “Giacomino”, come veniva chiamato familiarmente. Debenedetti non voleva più saperne di quel matto poeta da lui sempre sostenuto e protetto, che improvvisamente  – adontandosi di qualcosa – aveva girato i tacchi in diretta lasciandolo solo davanti alle telecamere. Elsa li aveva tempestati di telefonate per una notte intera e tanto aveva detto e brigato da ottenere che facessero pace.

Sandro Penna

Elio Pecora ha una valanga di ricordi, anche divertenti, da raccontare. Una sera Elsa era andata a trovare Rodolfo Wilcock, un geniale, stravagante scrittore, poeta, traduttore argentino che viveva come un barbone sull’Appia Antica «in una casa barocca, piena di libri, polvere e peli di cane», ed era in quel periodo il critico teatrale dell’Espresso. Beh, i due amici se ne vanno a passeggiare al chiaro di luna e vengono fermati dalla polizia. Elsa, tanto per cambiare, non ha con sé i documenti, così rischia di dover seguire i poliziotti in questura. Wilcock, allora, ha l’idea di rivelare: «La signora è la moglie di Alberto Moravia!» Colpiti, i gendarmi li lasciano andare, ma la scrittrice scatta su tutte le furie: non sopportava di essere definita attraverso il marito, più noto di lei. Da allora i suoi rapporti con Wilcock si raffreddarono. Lo stesso Moravia confessò a Alain Elkann, nel libro conversazione Vita di Moravia edito da Bompiani: «Sì, ci furono dei giorni in cui avrei desiderato ucciderla. Non separarmi da lei, che sarebbe stata una soluzione ragionevole, ma ucciderla, perché il nostro rapporto era così stretto, così complesso e in fondo così vivo che il delitto mi pareva più facile della separazione». E ancora: «Elsa cercava di annullarmi e al tempo stesso, per troppa passione, annullava se stessa». Tutto ciò non gli impedì di riconoscerla «miglior scrittore» di lui, anche perché «poeta» e Moravia considerava i poeti superiori ai romanzieri. E’ struggente il suo ricordo dei funerali di quella sua ex compagna ostinata nel novembre del 1985, quando dall’auto in cui seguiva il feretro vide i fiori delle corone fissate sul carro funebre che cominciavano a staccarsi e a volare via: «Mi fecero un’impressione delirante e simbolica: così era volata via Elsa dalla mia vita». Ma forse il ritratto più sinteticamente eloquente della coppia Morante-Moravia l’ha lasciato Laura Betti nel suo romanzo autobiografico Teta veleta (Garzanti): «Moravia però non si annoia con sua moglie che è uno scrittore proprio oma che si chiama Elsa Morante e picchia se la chiamano Moravia. Lui con lei non si annoia perché litigano sempre e la Elsa gli fa delle urla tremende che però non si volta nessuno al ristorante perché ci sono abituati».

Con Pier Paolo Pasolini

In un pomeriggio del ’74 dal clima mite mi trovavo con Ruggero Guarini, allora responsabile delle pagine culturali del Messaggero, alla Casina Valadier, al Pincio. Mi raccontava di come avesse ottenuto in esclusiva l’anticipazione della Storia, anticipazione che era uscita con grande rumore proprio quel giorno sul quotidiano romano. Era il romanzo più atteso della stagione, se ne favoleggiava da anni. Elsa Morante era molto diffidente verso i giornalisti, che chiamava con disprezzo «gazzettieri», e in generale verso la manipolazione dei media; non permetteva nemmeno che si traessero film dai suoi libri. Del sistema editorial-giornalistico-propagandistico, che in seguito si sarebbe chiamata “industria culturale”, pensava: «Quella che una volta era la gloria, oggi è diventata l’orrore. Perché c’è il consumismo e quindi tutto diventa orrendo. Gente che non sa neanche cosa voglia dire scrivere un libro, perché loro non li scrivono i libri, li pisciano, li cacano… tenta di deformare lo scrittore, oggi. Tentano, per esempio, di accattivarlo o di assimilarlo al sistema attraverso la corruzione, la popolarità scandalistica, i successi volgari, promuovendolo a un divo o a un playboy». Per quel romanzo, cui teneva in modo particolare e che aveva preteso uscisse direttamente in tascabile, perché potesse costare poco e raggiungere subito anche i lettori più giovani e squattrinati,  aveva deciso di non piegarsi in nessun modo ai consueti rituali di lancio: niente interviste, nessun “assaggio” o indiscrezione, nessun passaggio televisivo. E poi, di colpo aveva cambiato idea ed ecco un’intera pagina del Messaggero.

«L’ho chiamata e le ho detto: hai carta bianca» mi spiegava Guarini, che la conosceva da molto tempo. «Vai tu in tipografia, ti fai tu il titolo, scegli tu i pezzi da anticipare. Lei titubava. Non si fidava. Allora le ho dato la mia parola d’onore che non sarei nemmeno rimasto in redazione. Avrei visto la pagina bella e stampata sul giornale di oggi, come un lettore qualsiasi. Si è talmente sorpresa di una simile proposta che ha accettato». E mentre così parlava, accanto a noi, seduti all’aperto davanti a un aperitivo, si è materializzata una figura in piedi: una signora senza età, un po’ trasandata, intabarrata in un largo caffettano che non riusciva a nascondere le sue forme ingrossate. L’accompagnava un giovane silenzioso. Non la riconobbi subito, non somigliava alle foto che ricordavo, ma capii presto chi fosse dalle parole grate che rivolgeva a Ruggero. Era Elsa Morante. La mia scrittrice preferita. L’ideale irraggiungibile dei miei vent’anni. Una leggenda. In carne e ossa andò a sedersi con quel ragazzo a un tavolo in disparte. In carne e ossa? Chissà. Anche in ciabatte era comunque una divinità. E io ero stata testimone di un’epifania.

 

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