Babar e C. (Il Foglio, 10 agosto ’13)

Babar e C. (Il Foglio, 10 agosto ’13)

L'elefantino Babar

L’elefantino Babar

Dal fondo delle nostre infanzie una figura s’avanza lenta e possente, quella di un elefante. Il suo nome è Babar e la sua data di nascita il 1931. Non so quanta fortuna incontri ancora presso ragazzini abituati ai mostri spaziali e ai bellicosi guerrieri interstellari, ma quando mi capita di fare incursione nelle camerette di qualche bambino mi rassicuro: fra le lenzuola o appoggiato zampe all’aria sul cuscino lo vedo, c’è un elefantino dal bel sederotto rotondo che compete alla pari con il classico orsacchiotto o con un alternativo coniglietto. Dunque, almeno di notte, ad accompagnare il sonno di tanti inquieti infanti ci sono pur sempre loro, morbidi, grassi e sereni: orsi ed elefanti. Si sa, ai bambini piace la forma rotonda o ciò che a quella forma somiglia. Sarà la memoria della tetta, primo immenso piacere tattile e gustativo, o di una pancia calda su cui ci rotolammo saggiando le prime delizie sensoriali della vita. Saranno i cerchi concentrici delle iridi e delle pupille che si chinavano dolcissime e giganti a scrutarci senza minaccia fin dentro la culla, cui seguiva il piacevole contatto con due grandi mani che ci sollevavano per accarezzarci e nutrirci. I costruttori di peluche lo sanno: gli orsacchiotti e gli elefanti – questi aggiungono alla dolcezza quieta della rotondità la buffa appendice della proboscide – non hanno rivali nelle scelte notturne dei bambini che devono entrare nei pericolosi regni del sonno.

Il ricordo di Babar e delle sue miti avventure è tornato di colpo sfogliando il bel volume illustrato che Donzelli propone adesso, per la prima volta in edizione integrale in italiano (traduzione di Cinzia Poli), riunendo dieci anni di album e di storie che fecero sognare i piccoli di diverse generazioni, non solo francesi. La vicenda della sua creazione e del suo autore andò così (non è del tutto allegra, ma questo è normale nel tenebroso universo delle fiabe). Jean de Brunhoff era uno scrittore e pittore come tanti, nato nel 1899 in Francia. Aveva studiato a Parigi alla prestigiosa Académie de la Grande Chaumière con la convinta ambizione di diventare un artista riconosciuto. Si era sposato giovane, nel 1924, con Cécile, producendo subito una nidiata di pargoli. Non avrebbe mai immaginato, Jean, che il successo gli sarebbe venuto proprio dal suo entourage domestico e dal lessico famigliare che accompagnava un piccolo gioco collettivo. Cécile, per addormentare i bambini, aveva inventato il personaggio di un elefantino parlante, destinato a diventare re di Célesteville e a inanellare un discreto numero di storie. Un bel giorno Jean decise di disegnare, colorare e trascrivere la prima di quelle storie (a mano, imitando la calligrafia infantile), in 48 pagine di taglia extra-large. Ne venne fuori un album, L’histoire de Babar (in italiano: Il primo libro di Babar) destinato a rivoluzionare il mondo dell’editoria per ragazzi. Nulla di simile si era mai visto prima. Il successo fu travolgente. Era il 1931 e già nel ’33 Babar varcava la Manica tradotto in inglese per volere di un’autorità, Alan Alexander Milne. Milne era il papà di Winnie-the-Pooh, l’orsacchiotto creato nel ’26 come incarnazione letteraria dei peluche del figlio, Christopher Robin. A questi animaletti di pezza erano ispirate le storie, narrate bordo-letto al bimbo dal padre affettuoso. Sì, il generoso Milne introdusse Babar nel ricco mercato britannico sostenendo: «Se ami gli elefanti, amerai Babar e Céleste. Se non li hai mai amati, d’ora in poi li amerai». Non sapete chi sia Céleste? Una cuginetta giocosa e poi una moglie regale.

Winnie-the-Pooh

Winnie-the-Pooh

Dicevamo però che si tratta di una storia in parte amara. Infatti Jean de Brunhoff morì giovane, a trentasette anni, di tubercolosi. Era il 1937 e gli ultimi due album (ne erano seguiti tre a quel primo fortunatissimo: Il viaggio di Babar nel ’32, Re Babar l’anno successivo, Le vacanze di Zéphir nel ‘36), uscirono postumi, completati dal fratello Michel. Sono Babar in famiglia (1938) e Babar e Babbo Natale (1941). Eppure le avventure dell’elefantino e di sua moglie Céleste non finirono qui. Nel 1946 furono riprese e portate avanti da un altro de Brunhoff, uno dei figli di Jean e Cécile che avevano ascoltato le storie da piccoli, Laurent, erede del talento paterno. Ormai Babar era diventato un marchio. Nel ’45 era stato musicato da Francis Poulenc, che aveva creato anche una serie di canzoncine per ampliare le storie, prima del passaggio inevitabile ai cartoni animati.

Babar è un vero gentleman ottocentesco fuggito da un circo che lo ha preso prigioniero nella Grande Foresta dopo che un cacciatore ne uccide la mamma – come succede a Bambi il cerbiatto, inventato nel ’23 dall’ungherese Felix Salten e reso famoso nel ’42 da un film della Disney. Ma le avventure incalzano e non c’è tempo per piangere. Nella grande città Babar incontra la Vecchia Signora, una lady vecchio stampo, che ama gli animali e non esita a civilizzarli: Babar sarà da lei vestito come un lord, con tanto di bombetta, educato e riconsegnato alla libertà, quando sarà pronto per godersela. La libertà lo riporta nella foresta fra gli altri elefanti che lo eleggono re e dove sposa la sempre amata Céleste. Da questo momento i due eroi indosseranno una piccola corona d’oro e metteranno al mondo una gioiosa covata di elefantini nell’utopica città da loro fondata: Celestopoli, da cui sono banditi Sconforto, Paura, Disperazione, Rabbia, Tristezza, Stupidità, Malattia, Pigrizia, Fiacchezza e Viltà. Siamo in piena Belle Epoque e gli elefanti di Celestopoli sanno apprezzare musica e teatro, arte e décor sempre aiutati dai consigli della Vecchia Signora che se ne intende. Ma le minacce incombono e Re Babar passerà alla storia dei Grandi Elefanti per una decisiva battaglia contro i nemici rinoceronti. Una vittoria dovuta all’astuzia, non all’aggressività. Re Babar ordina infatti di dipingere di rosso le code dei suoi soldati e da una parte e dall’altra sulle loro abbondanti natiche vengono disegnati occhioni rotondi. Parrucche colorate faranno il resto. Quando i rinoceronti vedono comparire dietro le frasche quei volti giganti che altro non sono se non gli immensi sederi camuffati degli elefanti, li scambiano per mostri e fuggono terrorizzati.

Babar, Céleste e la Vecchia Signora

Babar, Céleste e la Vecchia Signora

Sarà pure terribilmente ingenuo tutto ciò, ma i bambini – dietro agli atteggiamenti di spinta modernità – sono sempre e solo bambini. Babar ancora li incanta e sapere di un mondo dove regna giustizia e bontà, e le guerre si risolvono con una mascherata, li rassicura e li calma. Non solo: leggere queste favole semplici ad alta voce a un piccoletto, che non sa ancora farlo da solo, consola di certi terrori che prendono a volte gli adulti intorno alle infanzie di oggi, bombardate da immagini e rumori di violenza probabilmente contagiosa. Ma, a proposito di elefanti, mi viene anche in mente un libro illustrato di Colette Rosselli, la moglie di Indro Montanelli, alias Donna Letizia esperta di bonton su «Grazia», adorabile autrice e illustratrice per ragazzi scomparsa nel 1996. S’intitolava Questa è Margherita, variazione al femminile del tema elefante per bambini. Margherita era un’elefantina che – se la memoria non m’inganna – vestiva mutandine di pizzo e improbabili cappellini di paglia, sosteneva l’ombrellino (da sole) con la proboscide e se ne andava pigra e sorridente a zonzo nei prati a cogliere margherite da sistemare sul cappello. Quando aveva bisogno di una doccia faceva scorta d’acqua aspirando col naso da qualche laghetto e poi si rigirava la proboscide sulla testa spruzzandosi soddisfatta. Mi aveva così conquistata che battezzai Margherita il mio orsacchiotto preferito e provvedevo a vestirlo con gli abitini della bambola. Mai e poi mai l’avrei mandato in giro nudo!

Un disegno di Jessie Willcox Smith

Un disegno di Jessie Willcox Smith

Trionfava ancora nelle illustrazioni di quei primi anni Cinquanta il gusto retrò dei prodigiosi anni Trenta. L’intramontabile americana Jessie Willcox Smith dettava pur sempre legge con le sue bambine spettinate, dai calzini calati e le gonnelline rigonfie. Il disegno era sempre molto pieno e vagamente preraffaellita, tutto un fiorir di fitti giardini e di minuscoli disegni sulle stoffe dipinte che forse rieccheggiavano anche il segno insuperabile dello svedese Carl Larsson. Ci siamo allontanati momentaneamente dagli elefanti (ci ritorneremo), ma non si può nominare il sacro nome di questo sognante acquarellista senza rendergli omaggio. E se per caso capitaste nel villaggio di Sundborn, 230 km da Stoccolma, certo lo fareste solo per visitare la casa museo dell’artista e di sua moglie Karin, una di quelle case di pittori che conserva il segno creativo in ogni parete, ogni mobile, ogni tazza di caffelatte degli antichi proprietari, qualcosa di simile – virato in gusto scandinavo – a Charleston House, la colorata dimora di Vanessa Bell (sorella di Virginia Woolf) e di Duncan Grant nel Sussex. Il libro più famoso di Larsson s’intitola La casa nel sole, altro best-seller mondiale nella storia dell’illustrazione per l’infanzia, e non solo. Uscì nel 1909, è il racconto della vita domestica a Sundborn attraverso immagini di grazia precisa e venata di umorismo. I Larsson ebbero sette figli che nelle tavole paterne vediamo impegnati in attività sfrenate, o instabilmente tranquille, comunque in mezzo al caos più piacevole che possa spargersi in una casa, fra giardini rigogliosi e giocattoli disordinati sempre pronti ad animarsi.

Acquerello di Carl Larsson

Acquerello di Carl Larsson

Con altri illustratori l’artista svedese condivide l’amarezza di non essere stato preso sul serio per la parte che riteneva la più seria della sua produzione: gli affreschi al Teatro dell’Opera di Stoccolma, per esempio. E’ il destino di chi lega il suo nome al mondo infantile. Anche de Brunhoff inghiottì amaro quando a dargli popolarità planetaria e a riempirgli il portafoglio non furono i quadri cui dava tanta importanza, ma il casalingo elefantino Babar, nato per un divertimento quasi privato, che al mondo non consegna nessuna filosofia superiore, ma una rassicurante stazza da gigante buono. E, dato che ci muoviamo in questo territorio diabolico e minore, non posso sottrarmi a un altro ricordo, non proprio infantile, ma quasi.

Penso di dovere a Babar e a un altro libro per l’infanzia (almeno io lo lessi a suo tempo in edizione per ragazzi con qualche sparsa illustrazione) Kim, di Kipling, la passione sfrenata per l’India, che sarebbe diventata in età adulta meta di molti miei viaggi. Vedere gli elefanti dal vero, nel loro ambiente naturale o addirittura incrociarli per le strade di qualche città, divenne un desiderio irrinunciabile, dopo averli osservati dondolarsi annoiati in vari tristissimi zoo o addestrati nel circhi. Kim allora la vinse su Babar e sulla grande foresta africana suo probabile habitat, e fu l’India, anche perché un’illustrazione di quel vecchio libro mostrava il bambino selvatico Kim, amico di un monaco buddista, a cavalcioni sul collo di un immenso elefante. E quando uno si mette certe idee in testa da piccolo, prima o poi finisce per inverarle. A me accadde di inverarle nello Sri Lanka. Finalmente, in un lussureggiante parco naturale – doveva essere l’Uda Walawe più che lo Yala – ci fu offerta la possibilità di una passeggiata in groppa agli elefanti sotto distese di palme e fra stagni zeppi di fiori di loto. Purtroppo bisognava sedersi dentro una specie di impalcatura legata alla pancia dell’animale, non si parlava proprio di mettersi a cavalcioni come faceva Kim e come fanno tuttora in India tanti altri ragazzetti che avevo visto nei templi e in giro per il Paese guidare l’andatura di quelle maestose creature con un abile solletico dei piedi nudi dietro le grandi orecchie. Ma intanto mi sarei potuta comunque avvicinare a quel testone bitorzoluto che mi appassionava da quando ero piccola. E’ tutta un’altra questione poter osservare un elefante in cima al suo dorso ciondolante, che ti sbatacchia a destra e a sinistra dandoti l’impressione di scivolare giù a ogni passo, e intercettare il suo formidabile occhione rotondo che controlla la distribuzione di noccioline mentre la proboscide s’innalza per appropriarsene al momento giusto. Sorvolo sul piacere esclusivo di subire la carezza di quel nasone prensile e internamente rosato sulla pelle della propria mano e non dico della grande sorpresa di scoprire che i peli in cima al capoccione sono crini ispidi e pungenti diversi da qualsiasi piacevole pelliccetta o criniera che ricopre la testa di altri meno regali e simpatici bestioni.

L'elefantina Margherita di Colette Rosselli

L’elefantina Margherita di Colette Rosselli

Ma insomma, fu un attimo, spinta dal genio dell’infanzia, scavalcai l’impalcatura e mi misi davvero a cavallo di quel largo collo che avvertiva lo spostamento del peso, e il mio coraggio – questo mi pareva che fosse – come un solletico qualsiasi, mentre suscitavo i rimbrotti dei miei compagni di viaggio e le risate del ragazzo che ci scortava, a piedi, tenendo stretto in mano il capo di una lunga fune per evitare eventuali scarti del pachiderma. E l’elefante? Penso che se la ridesse anche lui preoccupato solo che avessi ancora con me una buona scorta di noccioline e attento a prendermi nuove misure con la sinuosa proboscide per capire dove innalzarla e farla planare precisamente fra le mie dita appropriandosi lesto del cibo.

Non sarei tornata indietro per nessuna ragione, ma ora posso confessarlo: fu la posizione più scomoda che mai avessi sperimentato. Le orecchie gliele solleticavo con gli alluci, ma ottenevo solo scuotimenti nemmeno infastiditi, direi divertiti, e intanto dovevo sopportare sul sedere e sulle cosce le punture ripetute di quei peli-aghi che attraversavano senza pietà la tela sottile dei miei poveri pantaloni estivi. A questo Babar, col suo edulcorato mondo di favola, non mi aveva preparato, ma nemmeno Kipling che doveva, ai tempi, indossare braghe molto più resistenti delle mie. Così ancora mi domando di che cosa sia fatta la pelle degli indiani se possono cavalcare gli elefanti a gambe nude e con l’aria di trovarcisi a loro perfetto agio, quasi fossero seduti sulla sella più morbida del mondo.

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