Immaginazione n. 315: La pipa del nostro scontento

Immaginazione n. 315: La pipa del nostro scontento

Greta Garbo con pipa

Ho ereditato un discreto numero di pipe. Una trentina. Con annessa attrezzatura: scovolini, porta-scovolini, nettapipe, scatole e barattoli per il tabacco, sostegni in legno rotondi e allungati, borsette in pelle nere e marroni per portarsi la pipa prescelta con sé. Tutti oggetti di pregio e di straordinaria eleganza. Un mondo maschile che mi riporta in mente la divertente canzone di Mina Taratatà, ve la ricordate? «Fumo blu, fumo blu/ una nuvola e dentro tu. / E poi, e poi, / se un uomo sa di fumo,/ ma sì, ma sì,/ è veramente/ un uomo…»

Sì, ma io sono una donna, che fuma tre sigarette al giorno, al massimo. Che ci faccio con trenta pipe provviste di nettapipe, scovolini e borsette profumate di tabacco? Le tengo esposte sul caminetto. Ci stanno una bellezza. Le tocco e le annuso, sono inebrianti. Snelle o massicce, dal bocchino lungo, dal bocchino tozzo, di legni pregiatissimi, dal cannello rosicchiato, con intarsi d’argento qualcuna. E poi…

Il fatto è che non sono completamente estranea al piacere della pipa. C’è stato un tempo, parecchi anni fa, in cui mi ero messa in testa di fumarla (esistono modelli leggeri e slanciati pensati per il gusto femminile… ne avevo una piccolissima collezione, tre o quattro forse, a un certo punto diventarono cinque). Allora si poteva fumare in treno e al ristorante, persino al cinema. Ricordo che, a cena terminata, fra amici, era carino tirar fuori la mia pipa, isolarmi i pochi minuti necessari a riempirla, pigiare il tabacco quanto basta, né tanto né poco, dare fuoco alle polveri con accendino apposito dalla fiamma storta, e rituffarmi – così armata – in bellicose discussioni, inanellando le mie eccentriche volute di fumo. Però a un certo punto mi dimenticavo di respirare attraverso quell’oggetto ingombrante che regolarmente si spegneva, e mi costringeva a ricominciare tutto da capo. Devo dirlo: la pipa mi sfiniva.

Georges Simenon e le sue pipe

Osservavo, con una certa invidia, che ai fumatori incalliti non si spegneva mai, loro – come distrattamente – potevano parlare e scovolare nel tabacco, riaccendere al volo, o più semplicemente continuavano teneramente a tenersi la pipa fra i denti, anche spenta. Io no. Io mi sentivo invasa. Non avevo nessuna naturalezza e mi seccava attirare l’attenzione dagli altri tavoli, un’attenzione non sempre benevola… Ecco un oggetto che per quanto qualche benemerita ci si sia impegnata (prima fra tutte George Sand) non riesce a scavallare l’appartenenza sessuale. Simenon diceva che la pipa per gli scrittori è una cura e un’ispirazione. Lui ne aveva all’incirca trecento e, oltre a ficcarle sempre in bocca al suo famoso commissario, ne ha messo una anche nel titolo d’un racconto degli anni Quaranta: La pipa di Maigret. E’ la storia di un’inchiesta che parte proprio dalla scomparsa di una bella pipa in radica dal valore particolare: l’ha regalata al commissario la moglie che, come sanno gli innumerevoli lettori, ha un ruolo fondamentale in molti dei libri intitolati a questo celeberrimo personaggio. Dov’è finita la sua pipa? Per ritrovarla Maigret accetta di occuparsi controvoglia di un caso in cui è coinvolto il sospettato ladro della sua pipa, che è un suo cultore e s’improvvisa anche lui detective con pessimi risultati, infatti s’infila inavvertitamente in un furto di diamanti. Maigret verrà a capo di tutto, naturalmente, e soprattutto recupererà l’oggetto perduto. Prima di lui un altro amatissimo investigatore risulta inseparabile dalla sua pipa, quasi che, senza, non potesse riflettere seriamente per arrivare a mirabolanti conclusioni: è lo Sherlock Holmes dell’altrettanto pipa-dipendente Conan Doyle.

Gino Cervi nei panni del commissario Maigret

Adesso che ci penso non mi pare di ricordare nessuno fra i miei contemporanei colleghi maschi che abbia questo vizio del “fumo blu, una nuvola e dentro tu” che renderebbe un uomo “più uomo” se “sa di fumo”. E invece, voltandomi indietro, ne vedo tantissimi di scrittori-con-pipa annessa. I primi che mi vengono in mente: Cesare Pavese, Umberto Eco, Jean-Paul Sartre, e Faulkner, e Maugham, e Tolkien, e Günter Grass, Camus, Chandler, Neruda, Bertrand Russel, Apollinaire…

Che è successo alla pipa? Perché non va più di moda? Le campagne antifumo l’hanno definitivamente distrutta? Vi assicuro, maschi: alle donne piace moltissimo vedervela fra i denti. Quanto a me: smisi dopo appena tre mesi scoraggiata da un eccesso di stravaganza. Ma adesso, contemplando la “mia” collezione, quasi quasi sono tentata. E se ci riprovassi?

 

 

 

 

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