Carlo Levi e il Quaderno (Il Piccolo di Trieste, 25 aprile ’20)

Carlo Levi e il Quaderno (Il Piccolo di Trieste, 25 aprile ’20)

Carlo Levi

Era il 24 gennaio del 1973. Carlo Levi stava andando al cinema con la compagna Linuccia, che dal 1945 gli restò legata fra le molte intermittenze amorose di un uomo sentimentalmente inaffidabile; Linuccia che proprio quel giorno compiva gli anni, 63; Linuccia, unica figlia del poeta Umberto Saba. Improvvisamente Carlo ebbe l’impressione che si fosse messo a nevicare. Ma non nevicava, erano i suoi occhi a vedere neve dove neve non c’era. Fu operato per distacco della retina in febbraio e una seconda volta in aprile. Convalescente, ricominciò subito a disegnare, alla cieca o nel poco che riusciva a vedere attraverso un piccolo binocolo (“occhialino” lo chiamava). Scarabocchiava autoritratti con la biro o a matita, in cui gli occhi erano due pozzi scuri, o usava i pennarelli colorati con esplosioni di viola, di arancio, di giallo, di blu. Quando un suo allievo gli fa costruire due telai speciali, uno per dipingere e uno attraversato da cordicelle metalliche che formano riquadri per guidare la penna, riprende anche a scrivere.

Linuccia Saba

Butta giù parole come vampate di colore in un incandescente diario dove si fa guidare dalle cordicelle come da stimoli casuali: la canzone Je t’aime moi non plus che furoreggiava dal ‘69 o una memoria, un sogno, una libera associazione, un’invettiva, una considerazione. Ne viene fuori Quaderno a cancelli che gli ricorda un’altra prigione, quella reale, non dovuta alla cecità, ma alla sua attività di antifascista negli anni Trenta, appena prima del confino alla cui esperienza aveva attinto per Cristo si è fermato a Eboli, il suo libro più famoso. Quaderno, che l’autore non fece in tempo a rivedere perché la morte lo colse inaspettata il 4 gennaio del 1975, a 73 anni, fu pubblicato una prima volta nel ’79 da Einaudi, con la cura di Linuccia Saba e Aldo Marcovecchio. Ora è riproposto dallo stesso editore con la cura filologicamente esatta di Riccardo Gasperina Geroni, che lo ha arricchito di nuove parti inizialmente perdute, inserendo anche i bellissimi disegni e riuscendo a ripristinare finalmente la struttura originale. Quella cioè voluta dall’autore, che la Saba aveva lievemente modificato forse per leggerezza, forse per assegnarsi un ruolo di musa più importante di quello reale.

L’idea del titolo viene a Levi da una poesia del giovane amico morto troppo presto, Rocco Scotellaro, dedicata a una bambina dal quaderno scolastico a quadretti grandi per imparare a scrivere; Rocco che viene ricordato da Carlo in un elenco del Quaderno su ciò che ha «realmente contato» nella formazione della sua vita: la madre, il giardino di via Bezzecca, l’amicizia con i suoi «giovani maestri e fratelli: Gobetti, fratello-padre, e Rocco fratello-figlio». Poi c’è: «l’amore sessuale fisico, come rivelatore del mondo e della libertà», e il confino in Lucania, «come rivelatore degli altri e della libertà», e infine «la pratica del dipingere (e anche dello scrivere) come scoperta e esercizio della verità e della libertà.

Carlo Levi in un autoritratto

L’arte dunque è sentita da Carlo Levi come il luogo dove l’irrinunciabile concetto di libertà si coniuga con quello di verità. A una Natalia Ginzburg giovanissima che gli aveva dato in lettura i primi racconti aveva consigliato di non raccontare mai «per caso». Non bisogna scrivere su ciò che si è solo spiato della vita altrui o propria «senza capirla bene e senza saperne nulla, tirando a indovinare e fingendo di sapere». Bisogna invece attenersi alla verità del nostro vedere e sentire.

E’ la formula della sua opera letteraria (come di quella pittorica) che non è mai pura fiction, ma nasce da un’osservazione attenta e personale delle cose, osservazione della realtà e della sua anima nascosta. Il Cristo per esempio è insieme autobiografia e pamphlet, confronto con una diversa civiltà, riflessione sul destino di un popolo, sulla povertà e la salvezza. E come dovremmo definire L’orologio, analisi saggistico romanzesca sul tradimento politico degli ideali della Resistenza. O Le parole sono pietre, reportage di tre viaggi in Sicilia per capirne la verità sepolta e denunciare gli abusi e le ingiustizie su un’umanità contadina inerme. E’ in fondo la stessa tecnica che usa in Quaderno a cancelli e che proprio la Ginzburg in una recensione sulla Stampa del ’79 descrisse perfettamente definendo il pensiero di Levi con una parola che lei amava moltissimo: «randagio». Oggi diremmo meno bene random, perché sì, Carlo Levi «avanza randagio», mai in modo lineare. «Come un mendicante» dice ancora Natalia «raduna e custodisce ogni specie di oggetti e di istanti che il fiume della memoria sospinge ai suoi piedi».

Rocco Scotellaro

I cancelli del quaderno, osserva lui stesso, corrispondono del resto perfettamente «allo stato reale della visione, ancora così incerta, così piena di un continuo impaccio». Ma è come se l’impaccio diventasse un volano di emozione e dall’ombra della semicecità affiorassero più nitide le immagini, e dalle immagini i pensieri. Ora è un odore, ora sono le rughe su un volto un tempo giovane, ora è un’analisi della futilità, ora la forma di un albero. Bellissimo il suo dividere l’umanità in due categorie di “malati”: gli allergici, che «operano sempre contro qualcuno, contro l’altro», sempre in lotta con un nemico, e i diabetici, nirvanici eppure eccessivi, inclusivi, generosi, onnicomprensivi. Lui appartiene alla seconda, è anzi proprio il diabete, con la smodata passione per il dolce della vita, la causa dei suoi problemi medici. Perché i diabetici «si ammalano agli occhi, essi che vorrebbero poter vedere ogni cosa». Cosa fa però Levi? «Rovescia il problema» scoprì Italo Calvino, sul Corriere della Sera, in un articolox sul libro compreso in questa nuova edizione, «ricomponendo la totalità non più intorno al vedere ma all’essere visto».

«Opera finale e onnivora» conclude Gasperina Geroni nell’introduzione «il Quaderno rilancia tutto il mondo scritto e immaginato da Carlo Levi, in una tensione vertiginosa che porta il lettore al di là della notte e dei vincoli del pensiero razionale».

 

 

 

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2 Comments
  • pier mario fasanotti
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    bellissimo pezzo. pier mario

    25 Aprile 2020 at 12:50

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