Considerazioni pandemiche (L’Immaginazione 318)

Considerazioni pandemiche (L’Immaginazione 318)

Diciamo la verità, chi nei mesi scorsi è riuscito a non contagiarsi col terribile virus che ci perseguita o persino a non beccarsi neppure un’influenza che avrebbe potuto generare paura e allarme, si sente – almeno per adesso – uno scampato, uno che l’ha fatta franca. Ottobre è lontano e si può tentare di mettere fra parentesi lo spauracchio di una ripresa del covid e persino dimenticare le sicure ripercussioni che il blocco generale (sacrosanto) avrà determinato nella nostra economia, nelle nostre vite. Ci ritroveremo alla ripresa più indebitati che mai, più poveri che mai, ma – per ora – più bisognosi che mai di normalità, di relazione, di movimento, di vacanza. E pronti a buttarci subito dietro le spalle le considerazioni su un mondo finalmente silenzioso e meno inquinato. Eppure è stato bello. Veder sparire per un po’ l’invadenza dell’essere umano dalla scena è stato bello.

C’è sempre qualcosa di positivo nelle nuove esperienze, anche se dolorose. Questa poi, così inattesa e devastante per tanti aspetti, per tante persone, dolorosa lo è stata quanto è stata scioccante, e per come si è accanita, causa anche l’insipienza o la malvagità di alcuni, sui vecchi.  Uso questa parola, e non il dolcificante “persone anziane”, pure se tanti fra i morti delle case di riposo erano soltanto anziani, non esattamente decrepiti voglio dire, e noi tendiamo a usare la parola “vecchio” solo dopo i novant’anni, quasi che la vita ci facesse uno sconto di ringiovanimento se ci definiamo in maniera più blanda. Ma così non è. Il virus ha colpito a caso, là dove era più facile colpire, ma anche dove qualcuno ha pensato che fosse più giusto che colpisse: fra persone che, per età, stavano già raggiungendo il traguardo per conto loro e che quel traguardo potesse aspettare ancora un anno o due o tre a qualcuno deve essere sembrato senza importanza.

Fra le immagini indimenticabili dei primi mesi dell’epidemia ci sarà per tutti la fila dei mezzi militari che portavano via nella notte fra il 18 e il 19 marzo i morti di Bergamo verso i forni crematori di altre città perché quello cittadino non bastava. Ogni sciagura ha la sua immagine simbolo. Questa è la nostra per il covid-19.

Eppure io non riesco a staccarmi da un’altra esperienza, quella cui accennavo di un mondo silenzioso e meno inquinato. Vivendo in campagna, il silenzio dovrebbe essere per me una compagnia quotidiana. Voglio dire che non dovrebbe stupirmi. E infatti così è. Talmente abituale, che non lo avverto. E invece in tempi di coronavirus sono riuscita a percepirlo! Ricordo che uscivo per la mia consueta passeggiata con i cani nei boschi dietro casa o andando verso il paese a piedi per comprare il pane (con guanti e mascherina) e c’era qualcosa di strano, un silenzio fondo, pesante, mai avvertito prima. Un silenzio da fine del mondo, quasi fossi rimasta sola sulla terra. Faceva impressione. Era la gente ad essere ammutolita? Era la totale mancanza di automobili, la sospensione dei lavori nella campagna? C’era anche qualcosa di più: il fatto che finalmente le cose e le piante avevano il sopravvento. Ne erano intimiditi persino i miei cani, che non facevano la solita caciara. E avevo l’impressione che fosse giusto così.

Ma parliamo della città, Roma in questo caso. Ci ho fatto un salto, per motivi urgenti, quando non si era ancora in fase 2. Ho avuto l’impressione di saltare indietro nel tempo: un’altra Roma, un altro secolo. Il traffico sparito: ho impiegato dieci minuti dall’entrata sulla Salaria fino al centro. Non succede ormai neppure a Ferragosto. Nessun problema di parcheggio e l’aria sottile, respirabile. Mentre in genere, non appena si entra in città, venendo da posti meno inquinati, si ha la netta immediata sensazione di intossicarsi. E a Trastevere niente assembramenti, la notte tornata silente, niente musica (orrenda) sparata a palla. Era di nuovo possibile attraversare piazza Trilussa senza procedere a gomitate, e il mattino dopo niente sacchi della spazzatura accumulati fuori dai locali (tanto erano chiusi), niente scorie di bicchieri di plastica e cannucce buttate per terra dai rozzi invasori della notte. E si poteva tornare a vedere via del Corso, libera da branchi di turisti e perdigiorno a caccia di cafonissimi souvenir, per il suo senso reale: essere la linea di congiunzione fra piazza del Popolo e piazza Venezia. Perché questo è stata la segregazione, e la chiusura, e la quarantena: la possibilità di vedere le città e le cose, di percepire il senso del Tempo e della Storia.

Ma è stato solo un sogno, forse. E nessuno ha imparato niente né da se stesso né dagli altri, né dalla vita né dalla morte, né dalle città né dalle campagne, che ci erano tanto riconoscenti.

 

 

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2 Comments
  • Annamaria Vanalesti
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    È proprio come dici tu, Sandra, in quel periodo siamo entrati in un’altra dimensione ma non abbiamo imparato nulla , purtroppo, perché su di noi è tornato a prevalere il desiderio di dominare la vita, come se potessimo possederla per sempre.

    11 Agosto 2020 at 15:43

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