Ricordare Tabucchi (L’Immaginazione n. 329 aprile-maggio 2022)

Ricordare Tabucchi (L’Immaginazione n. 329 aprile-maggio 2022)

Antonio Tabucchi

La prima cosa che ho fatto nel mettermi a scrivere questo articolo è stato tirar giù dallo scaffale i libri che ho di Antonio Tabucchi (praticamente tutti) e sistemarmeli accanto in ordine cronologico. Li accarezzo, li apro, guardo le frasi sottolineate, rileggo le dediche. Quasi sempre: «A Sandra, da antonio», proprio così, ogni volta col suo nome minuscolo. Una però, all’edizione mondadoriana del Piccolo naviglio uscito nel 1978, è più lunga. A essere più lunga, veramente, non è la dedica ma una noticina scritta sotto, un post-scriptum. Dice: «Ma il piccolo naviglio è colato a picco. Ne disconosco la paternità e l’autore è solo un mio omonimo». Me lo regalò lui stesso quel romanzo il 2 novembre dell’84. C’è tutto Tabucchi in questo aneddoto, il Tabucchi scherzoso, sempre affettuoso, sorridente, che ti spiazza e ti sorprende. Perché, se davvero lo disconosceva, regalarmelo? Regalarmelo come fosse il libro di un altro… Ma è proprio il Tabucchi che ritrovo tale e quale in un testo che lo racconta: Storie che accadono di Roberto Ferrucci (People, 167 pagine, 16 euro) e che mi ha commosso profondamente. Il titolo viene da un altro libro di Tabucchi, L’angelo nero in cui si legge: «Pensò che le storie non cominciano. Le storie accadono e non hanno un principio».

Ferrucci racconta un viaggio a Lisbona, anzi vari attraversamenti della città cara ad Antonio, sul famoso tram numero 28, e insieme dice di ricordi che affiorano della loro amicizia. Un’amicizia sbilanciata, per la differenza d’età, per la lontananza geografica, ma comunque un’amicizia forte quale sapeva stabilire Tabucchi con gli scrittori più giovani. È un racconto autobiografico e insieme un ritratto fedele dell’autore di Sostiene Pereira. Ferrucci l’ha conosciuto nel 1990, preparando la sua tesi di laurea, La nuova narrativa italiana. Daniele Del Giudice, Antonio Tabucchi, relatore Alfonso Berardinelli che ancora insegnava a Venezia, prima di dimettersi polemicamente e clamorosamente contro il sistema corporativo che governava l’università italiana. Del Giudice e Tabucchi sono i maestri letterari di Ferrucci, gli autori che preferisce, e nell’ultima pagina del libro c’è una foto bellissima, una foto in controluce, che li vede vicini, Tabucchi e Del Giudice, affacciati a una finestra coi gomiti appoggiati al davanzale, e sono così riconoscibili pur nell’ombra, così socievoli e scherzosi in quel loro sporgersi affiancati… «Sorridono entrambi, ma è un’intuizione che solo chi li ha conosciuti, credo, può decifrare». Confermo. Ma insomma a commuovermi è stata anche questa immagine, certo, e poi i ricordi, che sembra di sentirlo parlare con la sua voce dall’accento pisano Tabucchi, e quelle pacche sulla schiena «e, qualche volta, sul petto. Poi seguiva un abbraccio». Io le pacche sulla schiena non me le ricordo. Si vede che lo faceva solo coi maschi. Mi ricordo solo, sulla schiena, la mano appoggiata a salutarti, a incoraggiarti. Ma queste pacche maschili che percorrono il libro di Ferrucci, e i loro incontri, sono una nota festosa, un leitmotiv indimenticabile.

Fu proprio Del Giudice a presentargli Tabucchi, racconta Ferrucci. E il modo fu giocoso e crudele, come un’iniziazione del servizio militare. Ci sono, a Venezia, Daniele e Antonio che parlano seduti al caffè. Roberto arriva emozionato e viene completamente ignorato. A un certo punto non ne può più e chiede a Del Giudice di essere presentato a Tabucchi. Ma quale Tabucchi, che dici? Sì, gli somiglia forse, ma questo è Mario e lavora alle Poste, risponde Daniele. E poi, «entrambi voltati verso di me, scoppiano a ridere, a scompisciarsi quasi. Stronzi, ho pensato, e loro hanno capito che l’ho pensato».

Roberto Ferrucci

È morto dieci anni fa Tabucchi, aveva sessantanove anni. Sono usciti intanto altri due libri importanti per conoscerlo meglio, se si ama la sua opera. Sono le interviste rilasciate ai suoi traduttori Carlos Gumpert e Anteos Chrysostomidis, in Zig zag, a cura di Clelia Bettini e Maurizio De Rosa (Feltrinelli, 245 pagine, 22 euro, introduzione di Anna Dolfi) e a Marco Alloni in La vita è imperfetta (Aliberti, 100 pagine, 12,90 euro, prefazione di Paolo Di Paolo). Materiali preziosi per approfondire la sua visione letteraria, le sue passioni e idiosincrasie e tanti racconti di vita. Come l’infanzia a Vecchiano, nella casa di famiglia, o il fatto di essere diventato scrittore “per caso” o di dare importanza al tono della voce che narra più che alle storie narrate o alla mania di scrivere a mano o tante altre cose ancora, perché – per ricordarlo con le sue parole (ancora da Angelo nero): «Quello che è stato torna, bussa alla nostra porta, petulante, questuante, insinuante. Spesso reca un sorriso sulle labbra, ma non bisogna fidarsi, è un sorriso ingannatore. E intanto noi viviamo, o scriviamo, il che è lo stesso in questa illusione che conduce».

 

 

 

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