Mio testo per la Milanesiana e i 70 anni della NERI POZZA (1 luglio 2016)

Mio testo per la Milanesiana e i 70 anni della NERI POZZA (1 luglio 2016)

SCRITTORI, UNA RAZZA IN ESTINZIONE?

images-1Chiesi una volta a Moravia che cosa era stata la letteratura per gli scrittori della sua generazione. Mi rispose: «Semplicemente tutto». Ogni volta che penso a questa risposta, provo un sentimento di invidia e di nostalgia. Mi chiedo chi oggi potrebbe fare una simile affermazione senza sembrare esagerato, vanaglorioso, falso. Oggi non è più possibile per uno scrittore vivere dentro la letteratura, per la letteratura, coincidere totalmente con essa. Oggi a uno scrittore viene chiesto di essere molte cose contemporaneamente: prima di tutto gli viene chiesto di essere normale, tutto tranne che un eccentrico insomma; poi gli viene chiesto di preoccuparsi di scrivere qualcosa che “venda”, ovvero di essere un buon press-agent di se stesso; poi gli viene chiesto di essere spiritoso perché solo gli spiritosi hanno molto successo nelle occasioni di presentazioni, incontri, prestazioni Tv, festival che si vanno sciaguratamente moltiplicando. In una parola uno scrittore, oggi, prima di essere un autore interessante, autentico, profondo, deve diventare un buon rappresentante di se stesso, avere quel tipo di narcisismo (fin qui appannaggio degli attori) che porta a una riuscita esibizione di sé.

images-2Gli scrittori, come gli artisti, sono molto narcisi e vanitosi. Amano che gli si dica che creano capolavori. Ma sono così straordinariamente narcisi e vanitosi che vorrebbero essere tutti Salinger: essere amati in assenza (attenzione: una vera assenza, non un’assenza sapientemente orchestrata per farsi notare quanto e oltre in presenza). Voglio dire che non è più concesso nei nostri tempi avere il carattere di un vero scrittore. Quelli per cui «la letteratura è semplicemente tutto» sono scomparsi dal mondo, almeno dal mondo percepibile. Senz’altro esistono, ma si guardano bene dal farsi riconoscere, pena la fine dell’autenticità. Quando parlo di questo a scrittori più giovani, che non hanno conosciuto per ragioni anagrafiche l’ultima generazione di artisti per cui «l’arte, la letteratura è semplicemente tutto», ottengo un ascolto distratto o indifferente oppure mi sento dire che non sono democratica, che sono ancora legata alle élites e che è una fortuna che le élites siano scomparse e che è meraviglioso che ora tutti possono scrivere e autodefinirsi scrittori e trovare spazio presso grandi editori un tempo terribilmente selettivi.

Non so se è meglio così, forse hanno ragione loro, la storia va sempre avanti e si dà il caso che stia andando avanti nella direzione in cui l’importanza di un autore è determinata dalle copie vendute, il criterio di scelta è nelle mani del pubblico – e dei suoi gran manovratori – e non esiste più un gruppo di esperti (erano chiamati critici) a stabilire graduatorie, ma questo gruppo è stato sostituito da giornalisti tuttofare (recensori, scrittori essi stessi, editor, conduttori di programmi televisivi, in un’unica indistinta galassia). Nei giorni scorsi si è molto lodato un notissimo narratore perché ha pubblicato il suo centesimo libro. Se tutti ci mettessimo a scrivere 100 romanzi – mi sono detta – dove li metterebbero i librai? Un libro l’anno ciascuno in esistenze che si allungano in modo clamoroso e magari libri fiume, com’è la tendenza adesso…

imgresVorrei fosse chiara una cosa. Non trovo niente di scandaloso nel fatto che le cose cambino. Però non bisogna mentirsi e si deve riconoscere che lo scrittore, come lo abbiamo conosciuto e riconosciuto fino a ieri, e persino nei casi che ci paiono meno legati a un’idea sacrale di letteratura (penso alla Austen, a Dickens, a Simenon per citarne qualcuno) è una razza in estinzione. E cosa si fa con le razze in estinzione? Le si protegge. Prima di tutto bisognerebbe cambiare i nomi, per evitare confusioni: per esempio chiamare “scrittori” quelli di prima e in un altro modo i nuovi agguerritissimi presenzialisti di oggi, armati di blog, serie televisive, sceneggiature pronte nel cassetto, capacità di replicare la stessa idea per 100, 1000 titoli a venire. (O anche il contrario: che i nuovi stakanovisti del romanzo conservino il nome antico, cui tengono tanto, e ne escogitino uno nuovo per gli antenati).

Sto scherzando, però non troppo. La moltiplicazione del prodotto-romanzo dei nostri giorni intasa non solo le librerie, ma anche il tempo e le menti. Tutti presi a leggersi fra loro, gli scrittori viventi trascurano di leggere gli scrittori del passato, passato anche recente. Ecco spiegato il motivo per cui alcuni ignorano che le storie, che credono di aver scritto in modo originale, sono in realtà molto vecchie, già scritte più volte e, quel che è il problema, molto meglio. Ecco spiegato il senso subitaneo di noia che coglie il lettore colto (colto anche solo per motivi di età), una noia che presto diventerà un generale sbadiglio, perché persino i più giovani a un certo punto si accorgeranno di leggere sempre le stesse storie, solo più approssimate e stanche.

Un giovanissimo Bobi Bazlen

Un giovanissimo Bobi Bazlen

Una volta si faceva un gran parlare della «funzione della letteratura e dell’arte». A un certo punto non se ne poteva più di parlarne, ma ora credo sia venuto il momento di dire che una funzione la letteratura è tornata ad averla, ed è quella di conservare la Memoria, anch’essa – temo – in via d’estinzione. Io non credo, francamente, che sia molto utile parlare della contemporaneità nei romanzi. Ci pensano i giornali, le tv, il cinema, i documentari con mezzi strepitosi che prima ci sognavamo. Non c’è alcun bisogno che lo facciano pure gli scrittori, aggravando fra l’altro, in modo spesso piuttosto grossolano, la coloritura splatter e orrifica del nostro presente. Sarebbe urgente, invece, tramandare il passato, perché un mondo immemore è un mondo infantile e tragico. E credo che bisognerebbe anche incoraggiare l’eccentricità per bilanciare la dilagante omologazione, perché, come diceva un altro grande protagonista dell’assenza dalle ribalte, Bobi Bazlen, figura ormai leggendaria della cultura e dell’editoria italiane: «Per capire qualcosa bisogna diventare matti tenendo la testa a posto». Oggi trionfa gente molto, troppo assennata, ma con la testa fuori posto o almeno decisamente a corto di idee. E non solo in letteratura.

Alberto Moravia

Alberto Moravia

Poi siamo qui, adesso, anche per festeggiare una casa editrice, la Neri Pozza, che tanti titoli ha dedicato ai memoir e a quel genere di narrativa che s’ispira a grandi personaggi del passato tramandandone il ricordo, sotto forma di romanzo magari, e facendoli così rivivere in mezzo a noi. Le auguro, come si dice, mille di questi giorni e anni e secoli. Penso che il “vero” sia ispirazione più interessante del “verosimile” e trovo che, se una chance avrà la Letteratura di sopravvivere, sarà perché avremo ritrovato le radici, in nome di quell’orgoglio e quella capacità di solitudine che fece dire a Moravia: «La letteratura? E’ semplicemente tutto».

 

 

 

 

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