Del camminare e di Bernhard (Immaginazione 305)

Del camminare e di Bernhard (Immaginazione 305)

Thomas Bernhard

Vivo in campagna più che in città e, quando il tempo me lo permette, vado a passeggiare con i miei cani. Faccio più o meno sempre due tre sentieri intorno alla casa, un percorso fra i tre e i cinque chilometri, niente di impegnativo, e prevalentemente in piano. Così, per non annoiarmi, visto che conosco il paesaggio a memoria, spesso, prima di uscire, prendo un libro e lo porto con me. Ma non per sedermi a leggere da qualche parte, no, proprio per leggere camminando, come un prete col breviario. Credo di essere, per questa abitudine, considerata da quelli che m’incontrano, molto bizzarra.

Naturalmente, in linea di massima, scelgo un libro breve e leggero per non stancare le braccia, ma non è escluso che, non riuscendo a staccarmi dalla lettura cominciata sdraiata comoda sul divano, mi porti dietro un grosso volume e che, poiché mi piace sottolineare, abbia con me pure una matita. Tanti mi chiedono come faccia, in queste condizioni, a non cadere in una buca, a non inciampare, a non finire nelle pozzanghere. Beh, fino adesso non è successo e spero di continuare così. La mia abilità sta, è probabile, nei rapidi sguardi che lancio davanti a me di tanto in tanto, sguardi capaci di fotografare al volo il tratto da percorrere, memorizzarlo nei dettagli e così evitare d’istinto crepacci, pietre, pozzanghere o eventuali trattori che passano dove la strada s’allarga. Senza contare la coda dell’occhio: quante cose si vedono con la coda dell’occhio.

Tutto questo preambolo per arrivare al punto: un libro della Piccola Biblioteca Adelphi che ho appena comprato e che s’intitola, guarda caso, Camminare. A intrigarmi è stato, non lo nego, il titolo, ma a garantirmi che non ne potevo fare a meno è stato l’autore: Thomas Bernhard, uno degli scrittori di cui più si è nutrita la mia anima nel corso degli anni. Ed ecco che m’incammino e comincio a leggere: «Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì». Già dalle prime righe, e a non sapere chi le ha scritte, indovini subito che si tratta di Bernhard. Camminare è del 1971, aveva quarant’anni e aveva già scritto alcuni dei suoi testi importanti, come Gelo, come Amras, come Perturbamento.

Leggendo Camminare camminando, penso che se non si è ossessivi non si può essere scrittori. E Bernhard è il re degli ossessivi. La sua scrittura si attorciglia e si dipana come un cuore che si espande e si contrae. Torna sempre allo stesso punto, alla stessa ossessione sull’insensatezza di tutto, sulla possibilità della pazzia, sull’orrore in cui restiamo intrappolati nascendo. Di che altro dovrebbe parlare uno scrittore se non di questo?

Mi fermo e mi guardo intorno. Gli alberi sono magnifici, il verde nelle sue multiple sfumature è magnifico. I cani annusano in giro: lo stesso percorso di tutti i giorni per loro è pieno di sorprese, odori nuovi ed emozionanti. Aspettano il momento della passeggiata con me con un’eccitazione abnorme. Vanno liberi per i fatti loro, venendomi ad annusare ogni tanto per accertarsi che sono proprio io, che passeggio con loro, che leggo e mi faccio i fatti miei, ma insieme a loro. L’aria è fresca, ma non fredda. Tutto è sereno e calmo. Però ha ragione Bernhard: «L’esistenza è errore». E scrive così: «Di tanto in tanto, però, non possiamo fare a meno, dice Oehler, di adeguarci all’errore e cioè a tutti gli errori in generale, e di non essere in assoluto in nient’altro che nell’errore».

Così, se tutto questo verde mi piace, sono nell’errore, penso camminando. E cammino insieme ai cani, e anche insieme ai personaggi di Bernhard, che non camminano in campagna, camminano in città, ma fa lo stesso. Camminando, ragionano del loro amico Karrer che è diventato pazzo da legare. E discutono dell’essere e del non essere pazzi,  e danno il becchime agli uccelli perché in fondo amano la natura. Ma dell’amore che provano da qualche parte, non parlano mai.

Quando torno a casa cerco «Thomas Bernhard» in rete e trovo un’intervista, in inglese per fortuna, non in tedesco, dove dice che ha passato la vita con una donna di trentasei anni più grande di lui, che ora è morta e lui è solo e non sa cosa fare di sé. E che aveva sempre avuto bisogno di protezione, lui, avendo perso la madre molto giovane. E questa donna lo proteggeva e gli insegnava a stare al mondo e ad amare la bellezza. Poi lo guardo in un documentario, che purtroppo è in tedesco e non capisco niente. Ma posso guardarlo parlare, e constatare che era un uomo elegante, e bello, e spiritoso (perché gli altri ridono alle sue battute quando parla in pubblico). E poi lo vedo camminare e mi piace moltissimo come cammina, è sinuoso come un gatto, leggero. Non somiglia ai suoi cupi pensieri. E questo è ancora più bello, in definitiva: che uno scrittore non somigli esattamente a quello che scrive. Perché un conto è il pensiero, un conto è l’essere umano che vive nella corrente dei giorni, degli affetti e delle cose. Nell’errore, insomma.

 

 

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5 Comments
  • Rosalba Lateano
    Rispondi

    Magnifico è questo camminar pensando e leggendo,facendosi i fatti propri,ma insieme a loro…

    9 Giugno 2018 at 11:46
  • silvia
    Rispondi

    Bellissimo coinvolgente

    9 Giugno 2018 at 12:49
  • adriano giovannini
    Rispondi

    Bernhard , una scrittura ipnotica a spirale , un martellatore dei luoghi comuni e ossessioni borghesi . Non per niente aveva affittato una casa per metterci le sue trecento paia di scarpe.

    25 Agosto 2018 at 09:00

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