Il senso di colpa di Pasternak (IlFoglio 20/10/18)

Il senso di colpa di Pasternak (IlFoglio 20/10/18)

Julie Christie e Omar Sharif nel film tratto dal Dottor Zivago

Ci sono personaggi di romanzo che sono stati uomini e donne in carne e ossa. Ci sono scrittori che hanno fatto letteratura della propria vita. Ci sono narratori che vengono ricordati per un unico libro. Ci sono storie che diventano mito. Tutto questo è capitato a Il dottor Živago di Boris Pasternak, premio Nobel nel 1958, un romanzo dalle lunghe, complesse vicissitudini di composizione e pubblicazione. Un libro fortemente intrecciato alla vita dell’autore come alla storia sovietica, quella guerra civile fra Russi Bianchi e Armata Rossa raccontata nelle sue tragiche pieghe che sconfessano l’eroica propaganda di regime su un popolo giusto e compatto nel combattere per il comunismo contro le forze del Male.

Ci sono romanzi che entrano nella leggenda più per il valore umano di quel che raccontano che per il valore letterario. Il dottor Živago è un libro avvincente e farraginoso al tempo stesso, scritto forse anche con paura e titubanza, nel corso di quasi tutta una vita, di nascosto, con passione, con dolore, con il sangue della verità in ogni riga. Al suo successo planetario contribuì nel 1965 (Pasternak era già morto da cinque anni) il magnifico film di David Lean con due protagonisti indimenticabili, Julie Christie e Omar Sharif, e una colonna sonora, il Tema di Lara di Maurice Jarre, destinata a diventare il tormentone d’ogni successiva storia romantica e persino una fortunata canzone di Rita Pavone, allora giovanissima (il kitsch in agguato anche dietro e oltre le grandi tragedie storiche).

Adesso un libro breve quanto intenso di Pierluigi Battista, Il senso di colpa del dottor Živago, edito da La Nave di Teseo (95 pagine, 8,00 euro), va a rileggere l’intera vicenda di Jùrij Andrèevič Živàgo (trasparente controfigura dello stesso Pasternak), dell’amatissima Lara, della diversamente amata moglie Tonia (una splendida Geraldine Chaplin nel film) restituendo carne ai fantasmi, terribile concretezza “domestica” al tempestoso corso della Storia. Un romanzo, Živago, che secondo Battista fu scritto dal suo autore come «sfida contro se stesso», contro la propria mancanza di coraggio, doppiezza verso il regime, ambiguità con gli amici perseguitati come nella vita privata e familiare, infine per lenire il senso di colpa che lo accompagnò per l’intera esistenza. Non è una rivelazione, ma certo a leggerli così, uno via l’altro nella loro evidente secchezza i (mis)fatti soprattutto sentimentali dell’uomo Pasternak sono impressionanti.

Prima di tutto, come conseguenza della sua incapacità di schierarsi apertamente contro la dittatura – quel suo stare insomma con un piede in due scarpe – venne la costante persecuzione cui fu sottoposta Lara (che nella realtà si chiamava Olga Ivinskaja). Cinque anni nel campo di rieducazione di Potma. E poi la Lubjanka con la figlia Irina («colpevole di essere la figlia di Olga» sottolinea Battista) e poi la Siberia. Siccome Pasternak era un intellettuale rispettato e intoccabile per la sua abilità a non farsi incastrare, il suo non offrire mai il fianco con un’insubordinazione inequivocabile a calunnie e denunce, lo colpivano nel suo punto debole: l’amore per Olga. «Sapeva destreggiarsi con maestria e prudenza in quell’epoca di ferro e fuoco. Traduceva, scriveva poesie, non si metteva (quasi) mai in urto con le autorità». Nemmeno quando sotto il torchio ci finivano i suoi migliori amici, Osip Mandel’štam, per dire, che pure Boris aiutava finanziariamente dietro le quinte, o altre donne che aveva amato, Marina Cvetaeva, Anna Achmatova.

I veri Olga e Boris

Ma torniamo a Olga/Lara, un personaggio ormai così potente e simbolico che è difficile restituirlo a una fisionomia reale. Dei tanti protagonisti della cultura e della storia internazionale che mi è capitato di incrociare nella vita e nel mio lavoro, è forse lei l’incontro che mi ha più emozionato. Il senso di colpa del dottor Živàgo me ne ha riportato violentemente il ricordo. Era la Russia del 1992, appena dopo le dimissioni di Gorbaciov. L’esperimento incompleto della perestrojka e della glasnost avevano gettato il paese nella confusione e nella miseria più evidenti. Gorbaciov aveva preso il Nobel per la pace, se ne andava per il mondo a tenere conferenze, ma l’ex Urss moriva di fame nel difficile passaggio dal comunismo allo sfrenato liberismo promosso da Eltsin. Sulla Piazza Rossa la gente vendeva matrioske e oggetti di casa: posate spaiate, vecchie tazze di porcellana sbreccata, tappeti consumati. Ovunque c’era un insopportabile odore di disinfettante: nella magnifica metropolitana, nei grandi alberghi, dentro i taxi. Eternamente in fila con gli altri stranieri per salirci, dovevi contrattare il prezzo col migliore offerente. I negozi erano deserti, niente sugli scaffali, nelle vetrine. Niente. C’ero già stata in Russia durante il comunismo e ne avevo riportato sgomenta (perché ancora credevo nella bella favola del sol dell’avvenir) la scomoda sensazione di persone svogliate e stanche, demotivate, ruvide. Ora le ritrovavo ancor più depresse e spaventate per un futuro indecifrabile.

Andai, per fargli un’intervista, a casa del figlio di Pasternak, Evgenij, nato dal primo matrimonio dello scrittore, ed ero rimasta sconvolta dallo stato dell’appartamento che divideva con altri: puzzo di piscio per le scale, mattonelle divelte nell’ingresso, fili pendenti dal soffitto e lungo le pareti. Eppure era il biografo del padre, ne aveva curato l’epistolario, aveva persino ritirato con grande ritardo il premio Nobel, cui Boris aveva dovuto rinunciare pena l’espulsione dal paese e la separazione da Olga… Che fine avevano fatto tutti quei soldi? Confiscati dal governo? Evgenij era una persona gentile, ma evitava la maggior parte delle domande e come tanti figli di persone celebri non lasciava una grande impressione nell’interlocutore, solo quella fortissima di una grande ormai incomprensibile prudenza.

Ma poi andai a trovare Olga Ivinskaja.

Osip Mandelstam

Olga, come ricorda Pierluigi Battista nel suo libro, aveva conosciuto Boris nelle stanze della rivista letteraria Novyi Mir. Aveva trentaquattro anni, era la segretaria della temibile, ortodossa Unione scrittori. Fu amore a prima vista. Lui le chiede un appuntamento e s’incontrano sotto la statua di Puškin. Più tardi si presenta da lei, suona il campanello e le confessa: ho dimenticato di dirti che ti amo. «Non era nuovo a queste scene teatrali nelle sue peripezie amorose» c’informa l’autore del Senso di colpa del dottor Živàgo. Per conquistare la futura seconda moglie, Zinaida (la Tonia del romanzo di Pasternak) «ingurgitò l’intero contenuto di un farmaco che si trovava nel bagno di lei». Ma fra loro, Olga e Boris, non era una semplice infatuazione. Era vero amore e durò per sempre in barba a moglie, politica, opportunismi. E fu il grande acceleratore della vicenda artistica di Pasternak, perché c’è Olga dietro la decisione di gettarsi nella scrittura del suo capolavoro e di porre fine alla «catena ininterrotta dei sensi di colpa» raccontando la verità. «Finalmente il vero come redenzione dall’inautentico, dal falso, dal compromissorio, dalla mancanza di coraggio» scrive Battista. E Pasternak: «Non sarò più capace di non essere me stesso».

Un quartiere operaio nel nord di Mosca, un casermone dignitoso, pulito. Mi aprì lei la porta. Non era Julie Christie, che persino anziana conserva qualcosa dell’antico splendore. Non così Olga, o Olja come la chiamava Boris. Era una donna massiccia, le unghie laccate di rosso, la bocca rossa. Occhiali così spessi che le trasformavano gli occhi in due grandi pesci rinchiusi in un acquario. «Non vedo niente senza» mi disse. Fra i capelli bianchi un cerchietto di plastica, addosso una camicetta nera a fiori rossi. Un unico anello d’argento antico all’indice. Ma non gliel’aveva regalato Boris. «Non faceva regali preziosi. Nel nostro amore non c’è stato niente di volgarmente materiale». Però, prima di morire, si è preoccupato con una lettera a Giangiacomo Feltrinelli, di lasciare in parte a lei i diritti per l’estero del romanzo e della Autobiografia. (E: «Giangiacomo era un vero amico» ha tenuto a dirmi). Un capitale che corrispondeva a circa 5 mila dollari l’anno. Ma a lei, mi spiegò, andava un quarto, un altro quarto a Evghenj e tutto il resto allo Stato perché il contratto era precedente ai rivolgimenti politici in Russia. Evghenj, poi, doveva dividere quel quarto con vari altri eredi. E dunque ecco spiegato il mistero della volatilizzazione dell’impero Pasternak, Nobel compreso.

Anna Achmatova

La casa era piena di vecchie fotografie, sui mobili, sugli scaffali della straripante libreria: Olga da giovane, con una lunghissima treccia bionda. Olga e Boris insieme, un anno prima che lui morisse. Irina, figlia di lei, che adesso vive a Parigi, abbracciata a Pasternak nella neve di Peredelkino, davanti alla dacia del poeta poi diventata museo. Olga desolata al funerale accanto alla bara. Nessuna traccia, nemmeno nella giovinezza, di una qualche somiglianza con l’attrice britannica che ha incarnato la sua leggenda. Solo una donna normale, una donna innamorata e riamata che per questo ha accettato di pagare un prezzo altissimo di persecuzioni, imprigionamenti, maltrattamenti. Nel libro di Battista si ricordano due aborti dovuti alle conseguenze degli internamenti. Lei mi raccontò in quel lontano 1992 di aver perso un bambino di Pasternak addirittura all’ottavo mese.

«Ero rimasta incinta poco prima di essere internata alla Lubianka» mi raccontò. Pasternak voleva questo bambino e fece di tutto per tirarmi fuori di prigione supplicando il Kgb. Aveva saputo della mia gravidanza da una donna uscita dalla stessa prigione che era andata a dargli mie notizie. Lo sa perché mi avevano arrestata? Perché organizzavo letture private del Dottor Zivago che Boris stava già scrivendo. Non osavano prendersela apertamente con lui…»

Marina Cvetaeva

Ecco, è esattamente il senso del libro di Pierluigi Battista: raccontare l’orrore di una dittatura semplicemente allineando i fatti personali capitati a un grande scrittore e alla sua donna. Quell’entrare nelle vite private sconvolgendone il senso, le intenzioni, colpendo le persone non solo direttamente, ma attraverso i loro affetti, la rete delle relazioni.

Da quel che scrive Pierluigi Battista deduco che Olga Ivinskaja, dopo qualche tempo da quel nostro incontro (aveva ottant’anni allora) si era ammalata seriamente e «passò gli ultimi suoi anni senza riuscire a muoversi dal letto, ma senza far mai mancare la vodka a chi la visitava». Ed effettivamente anche a me, suo figlio Dmitrj, presente quel giorno, offrì vodka e cioccolatini. Prosegue Battista che, così malata, aveva chiesto di nuovo alle autorità postsovietiche «di poter rientrare in possesso delle lettere d’amore che Boris le aveva scritto tanti anni prima e che i persecutori avevano sequestrato. Ma le negarono anche questo diritto».

Mai stati comprensivi con le ragioni degli amanti i governi autoritari.

 

 

 

 

 

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2 Comments
  • Fiorella Soldà
    Rispondi

    Bellissima lettura. Cercherò di procurarmi il libro. Come al solito la tua scrittura “cattura” ed il tema è molto interessante. Grazie Sandra.

    13 Novembre 2018 at 13:17

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