“E in mezzo il fiume” a Civitavecchia
Il 4 settembre alle 21.30 per la manifestazione Notte bianca, reading e presentazione del libro all’esterno della libreria “Dettagli”
Il 4 settembre alle 21.30 per la manifestazione Notte bianca, reading e presentazione del libro all’esterno della libreria “Dettagli”
«Un’arte che intreccia apparire ed esistere», così Germano Celant conclude il suo lungo, importante saggio posto in apertura del volume bilingue Giosetta Fioroni, uscito all’inizio dell’anno per Skira: una monografia fondamentale, completa e appassionante, dove l’opera dell’artista romana, è accompagnata da uno scritto autobiografico, “istigato” dallo stesso Celant (mi ha detto Giosetta, che lei, all’inizio, aveva qualche resistenza e ora invece gli è molto grata proprio per il taglio storico-biografico). Il risultato è davvero speciale. In genere gli artisti non hanno grande dimestichezza con le parole, Giosetta Fioroni è un’eccezione: con le parole è a suo agio come un pianista col pianoforte, nel senso che ne conosce tutte le possibilità sonore, astuzie e pieghe, sa essere precisa, secca o affettuosa, ironica, crudele, insomma una grande affabulatrice. E i suoi ricordi personali s’intrecciano ai ritratti di tanti altri pittori, scrittori, protagonisti vari della scena internazionale. Per esempio, io che nutro una vera passione per Beckett, la ringrazierò in eterno per il ritratto che ne dà en passant in un bar parigino in una notte del ‘59 («L’altra sera, pieno freddo pungente, è arrivato e quando si è seduto e ha accavallato le gambe è apparsa una caviglia nuda…ha occhi impassibili, ma luminosissimi e stellari»). Pennellate così, graffi, tenerezze. Nessun autocompiacimento, tanta curiosità per gli altri, tanto amore per la vita, tanta passione per l’arte nelle varie forme che ha praticato lei stessa.
Mercoledì 18 agosto parlo del mio nuovo libro alla trasmissione radiofonica Fahrenheit, su RadioTre, intorno alle 17.
«C’è un verbo bellissimo del dialetto romanesco che oggi non si usa più, ‘ciriolare’. Vuol dire procedere sinuosi come un’anguilla, destreggiarsi nella vita, cavarsela insomma»
di Renato Minore
«Io passeggio per passeggiare», scriveva Montaigne. La passeggiata come fine non è un viaggio, si svolge negli immediati dintorni, non raggiunge un fine perché è il fine stesso. La passeggiata genera conoscenza, «solo i pensieri avuti camminando hanno valore».
Sono molti i pensieri che, camminando o andando in bici, Sandra Petrignani ha in quella piccola, deliziosa ghirlanda di storie anche minime che è il suo ultimo libro “E in mezzo il fiume” (Laterza,132 pagine, 10 euro). Un po’ reportage, un po’ diario, un po’ racconto costruito a mo’ di collana, un po’ itinerario erratico dentro la città alla ricerca di una sua identità. di qualcosa che più di altre le appartenga e la definisca. La Petrignani passeggia liberamente per (e negli immediati dintorni di) Trastevere «il cuore di Roma. perché è la parte antica che non cede. che resta stretta all’anima dell’agglomerato originario, popolano, superstizioso, paesano. bigotto. Fiumarolo». E passeggia dall’altra sponda, Ghetto. Campo de’ Fiori, Testaccio, Isola Tiberina. Va e viene lungo i ponti, Ponte Testaccio, Ponte Palatino, Ponte Cestio, Ponte Garibaldi, Ponte Mazzini, Ponte Principe Amedeo, Ponte Vittorio Emanuele, Ponte Sant’Angelo….
In fondo passeggiare è il «modo più immediato di essere al mondo, di percorrerlo, di esaminarlo, descriverlo, vivere». Questa lunghissima passeggiata, con il taccuino in mano, ha tanti interlocutori privilegiati. Offrono una colazione-conversazione, una promenade senza meta, si affiancano a chi va a zonzo e portano il conforto come testimoni che regalano un’immagine o un ricordo privato. Veri protagonisti in ombra di un racconto che si compone amabilmente scheggia dopo scheggia. che disgrega 1′idea di una sua struttura compatta e unitaria traversando da una parte e dall’altra i ponti, curiosando sotto i muraglioni che fanno da argine all’acqua del fiume. Una piccola. grande storia corale in cui prende colore, forma, fisionomia la mappa del quartiere, una sua radiografia inattesa, l’anima segreta. Stefano Benni, Filippo Ceccarelli, Giancarlo De Cataldo, Valeria Viganò, Ginevra Bompiani, Valerio Magrelli, Silvia Ronchey, Ferzan Ozpetek, Lucia Poli, Bernardo Bertolucci, Beppe Sebaste, Silvia Rockey, Giuseppe Scaraffia, Marina Astrologo e molti altri sono le voci del coro. La Petrignani le tira sulla scena al momento giusto, ruotando intorno alla forma erratica della passeggiata, quando è giusto che Patrizia Cavalli evochi «la felice bellezza negligente» di una Roma perduta, Giosetta Fioroni constati come la zona intorno a Campo de’ Fiori sia diventata «sboccata. dolorosamente volgare». Claudio Strinati racconti la Santa Cecilia di Maderno, Nanni Moretti elogi la bontà delle lasagne cucinate in una affollatissima e anonima tavola calda.
Il 14 agosto nella località La Parrina (Albinia) presentazione di E in mezzo il fiume organizzata dalla libreria Bastogi di Orbetello. Interviene con l’autrice la poetessa Biancamaria Frabotta. Ore 19. Segue aperitivo.
«E’ necessario innamorarsi profondamente di Roma per ricordarsi del Tevere, per riconoscerlo come il sangue nelle sue vene»
A Roma scorre un fiume, ma non è detto che il romano se ne accorga, scrive Sandra Petrignani nel suo libro che, a partire dal fiume di Roma, un po’ racconta un po’ intervista un po’ riflette un po’ ricorda un po’ osserva un po’ percorre. Il fiume a Roma è presente ma nascosto, indispensabile ma discreto. La sua rive gauche, Trastevere, in realtà è a destra, perché il fiume scorre da nord a sud, a differenza della Senna che solca la Francia da sud a nord. Per ricordarsi del fiume, a Roma, per non superarlo “zoccolando” in ciabatte senza pensare alle guerre combattute lungo le sue sponde, non basta guardarlo. E’ lì, ma è come se non ci fosse. E’ lì, ma è stato domato dagli argini. E’ lì, ma sembra infischiarsene delle armi di chissà quale battaglia e delle monete antiche che ancora custodisce. E’ lì, ma non ha più nulla della belva dormiente che allagava i piccoli porti che sorgevano sulle sue rive, regalando a Trastevere l’anima del marinaio. Per ricordarsi il fiume, a Roma, bisogna essersi prima innamorati di Roma.
Solo allora si potrà capire il vagabondo che si è perso a un certo punto della sua vita, dopo gli studi in Svizzera, e ora ciondola nei vicoli pensando che ammazzarsi è peccato ma se qualcuno ti ammazza in fondo male non fa. Solo allora si potrà capire la scrittrice che, camminando da piazza Trilussa a piazza Venezia, ha l’impressione di passare, con una barchetta, dal golfo placido alle onde furiose di macchine e motorini. Solo allora si sentirà la nostalgia delle vecchie sigaraie, della spezieria nascosta, di quel centro città che non ha l’arroganza del centro città, del rumore di carrozza sul sanpietrino (sostituito ora dalle rotelle del trolley da turista). C’era, a Trastevere, la legge crudele che permetteva di vessare l’ultimo milanese arrivato fino a completa sottomissione alla vita del quartiere. C’era l’attrice regale con i suoi cani. C’erano la bottega e lo scantinato da concerto; Pasolini e Bertolucci, Pivano e Moravia, i giovani squattrinati e i nuovi ricchi pronti a sfrattare i vecchi abitanti, Lidia Ravera da giovane e le prostitute anziane, l’oste e le comari della piazza. Il poeta e il piccolo delinquente, l’americana pazza e le ragazze che dal Gianicolo salutavano i carcerati.
Se poi con l’autrice si attraversa il ponte – uno dei tanti ponti, non prima di averli guardati da sotto durante una passeggiata in bicicletta – ci si ritrova “di là”, nel centro-centro che per un po’ continua ad assumere un’aria trasteverina oltre l’isola a forma di nave dove oggi sorge l’ospedale. Non si sa quale storia sia vera, per l’isola e per i vicoli del ghetto di cui i Mattei custodivano le chiavi. Non si sa quale storia sia vera per la sinagoga che, nella luce della sera, sembra “un grande paralume”. Ognuno lungo il Tevere racconta la sua storia, e l’autrice non ne scarta nessuna, neanche il pettegolezzo sul nobile scapestrato che per amore cambiò il volto alla fontana delle Tartarughe. Di là dal fiume c’è una ferita, dicono i romani di nascita e d’adozione che non sopportano i tavolini di Campo de’ Fiori, di là dal fiume svettano cupole e, più a sud, imperversano i registi. Ostiense e Testaccio, i ricordi di Ozpetek e lo strascico sessantottino di Moretti, il gazometro e la rosticceria. Da quel “di là” non si può che tornare “di qua”, nella Trastevere profonda che fa a gara a sentirsi più “noantra” di quella oltre la piazza e in fondo si sente sola come la vecchietta che preferiva la fame e la miseria a quell’isolamento forzato nel mare di ubriachi più soli di lei. E alla fine, seguendo Sandra Petrignani, ci si incapriccia del giro in bus a due piani; dove forse suona meno strana la storia del Papa irritato per il suono scomposto delle campane (da cui nacque l’abitudine del cannone romano di mezzogiorno).

Esce a fine giugno: E IN MEZZO IL FIUME. A PIEDI NEI DUE CENTRI DI ROMA
Ritratto di Trastevere, dove vivo, e dell’altra sponda: Ghetto, Campo de’Fiori, Testaccio, Isola Tiberina. Soprattutto molti andirivieni sui ponti. Insomma un libro di viaggio, anzi di piccolissimi “viaggi” da una riva all’altra , da sola o in compagnia di persone, note o sconosciute, che vi sorprenderanno
(Laterza, collana Contromano)
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