“E in mezzo il fiume” a Civitavecchia

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29ago

Il 4 settembre alle 21.30 per la manifestazione Notte bianca, reading e presentazione del libro all’esterno della libreria “Dettagli”

Giosetta Fioroni si racconta (L’Unità, 5/8/2010)

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09ago

«Un’arte che intreccia apparire ed esistere», così Germano Celant conclude il suo lungo, importante saggio posto in apertura del volume bilingue Giosetta Fioroni, uscito all’inizio dell’anno per Skira: una monografia fondamentale, completa e appassionante, dove l’opera dell’artista romana, è accompagnata da uno scritto autobiografico, “istigato” dallo stesso Celant (mi ha detto Giosetta, che lei, all’inizio, aveva qualche resistenza e ora invece gli è molto grata proprio per il taglio storico-biografico). Il risultato è davvero speciale. In genere gli artisti non hanno grande dimestichezza con le parole, Giosetta Fioroni è un’eccezione: con le parole è a suo agio come un pianista col pianoforte, nel senso che ne conosce tutte le possibilità sonore, astuzie e pieghe, sa essere precisa, secca o affettuosa, ironica, crudele, insomma una grande affabulatrice. E i suoi ricordi personali s’intrecciano ai ritratti di tanti altri pittori, scrittori, protagonisti vari della scena internazionale. Per esempio, io che nutro una vera passione per Beckett, la ringrazierò in eterno per il ritratto che ne dà en passant in un bar parigino in una notte del ‘59 («L’altra sera, pieno freddo pungente, è arrivato e quando si è seduto e ha accavallato le gambe è apparsa una caviglia nuda…ha occhi impassibili, ma luminosissimi e stellari»). Pennellate così, graffi, tenerezze. Nessun autocompiacimento, tanta curiosità per gli altri, tanto amore per la vita, tanta passione per l’arte nelle varie forme che ha praticato lei stessa.

Un'opera di Giosetta Fioroni


Ora però quel volumone di Celant lo metto da parte, già tanto se n’è scritto alla sua uscita. Se l’ho nominato è stato per il giudizio centratissimo: «un’arte che intreccia apparire ed esistere». Celant ha in questa frasetta messo a fuoco il carattere di Giosetta nel suo complesso, il suo segreto, quel miscuglio irresistibile di mondanità e autenticità. La incontro nella Casa Internazionale delle Donne, in via della Lungara a Roma, dove il 25 giugno si è aperta una mostra mercato di sue grafiche che andrà avanti fino a esaurimento. Ha messo generosamente a disposizione il cinquanta per cento degli introiti per fronteggiare i problemi di affitti arretrati della Casa, punto di riferimento, sostegno, incontro di tante realtà femminili cittadine, baluardo di un femminismo che non cede.
Giosetta viene spesso a cena nel ristorantino interno, ha una vecchia familiarità con questo posto, situato strategicamente fra casa sua e il suo studio. «Io vivo così, fra casa e studio e passeggiate al Gianicolo con Biri. Vado a Faenza e a Bologna per le mie ceramiche. Non mi sono mai mossa molto. Con Goffredo sì, ma la mia natura è sedentaria». Goffredo è Parise, naturalmente, la storia d’amore e d’amicizia centrale della sua vita e durata tutta la vita. Mentre Biri è un bastardino color arancio bruciato che ha salvato dalla strada, e che anche adesso scorrazza intorno, mentre parliamo, e che fra poco ci trascinerà nelle sue passeggiate voluttuose, al Gianicolo appunto. «Sono Biri Biroscante/ un cane preoccupante/ ho uno sguardo conturbante/ dal dolore lancinante…» dice la filastrocca che gli ha dedicato nell’album di cartoncino rosso fuoco Dog=Love, edito da Corraini in questi giorni e realizzato con disegni e collage.
Mentre andiamo (guida lei, spericolata e avventurosa) mi dice quanto ama la vita. «E’ meravigliosa, e invecchiando si acuisce il piacere estetico: la pelle abbronzata delle persone, gli sguardi dei cani, certi verdi, la forma degli alberi. Di Roma, poi, mi piace tutto. Come si farà a lasciare tutto questo proprio non lo so, io di vivere non sono stanca per niente, anzi… E non mi sono mai difesa dalla possibilità di innamorarmi. Solo da due anni a questa parte, però, non sento più di avere un corpo, questo è seccante della vecchiaia: una come me, sempre pronta alle infatuazioni…»
Le chiedo cosa la innamora nelle persone, negli uomini. «La mente, il cuore, l’acume. Quando sento discorsi originali ancora mi accendo, quando leggo un libro bello riesco ad astrarmi e la lettura la vince su tutto il resto»
Instancabile, sono le 19.30 di sera ma scendendo dal Gianicolo mi propone una scappata alla Galleria Lorcan O’Neill, dove espongono nuovi grandi dipinti di Anselm Kiefer dal titolo L’ordine degli angeli. Sono magnifici. Siamo entusiaste, e anche Biri, buono al guinzaglio, annusa l’aria soddisfatto.
Giosetta colloca Kiefer ai vertici dell’arte contemporanea. Ma il più grande di tutti, non ha dubbi, è Olafur Eliasson, «un danese di origini islandesi che vive a Berlino. Ha poco più di quarant’anni, è un vero genio». Mi racconta di quando alla Tate Modern, nel 2003, istallò The Weather Project. «Un impianto luce che si muoveva come in una vera giornata di sole. La gente si sdraiava per terra, veniva a tutti naturale… Vedrai questa estate: invaderà Berlino». E poi aggiunge senza mezzi termini: «Però l’arte contemporanea è piena di fregnoni. Quelli che mettono gli animali in formalina, per esempio, che poi imputridiscono pure…»
Le dico che una frase degli anni ‘60 della sua autobiografia nel volume di Celant (inevitabilmente ci torniamo) mi sembra che somigli ancora molto alla sua arte. La frase è questa: «A me interessava una cosa molto semplice, una certa narrazione legata a un’immagine cinematografica, che si ripete. Insisto sul fatto narrativo nel senso che ormai da un anno a questa parte, io ho cercato, desiderato di raccontare le cose…»
E’ d’accordo. «Le opere devono comunicare energia vitale, non bellezza. Un volto deve ogni volta raccontare una vicenda personale, deve interpretare non un sentimento, ma la sua storia. Ora mi piace lavorare con il trucco, penso sempre a questo adesso: alla trasformazione. Ma non è una novità, certo. Ho sempre lavorato in un modo o nell’altro sulle trasformazioni, anche quando pasticcio con la creta: forme mutanti. Il futuro è mutante. Uno degli ultimi quadri che ho fatto, molto grandi, 3 metri per 2, è ispirato a Merilyn Manson, quel cantante rock che si trucca in modo straordinario. E sto lavorando a una serie di foto “interpretate”, insieme al fotografo Marco Delogu. Io creo il set con protesi e oggetti fantastici. Ho comprato grandi orecchie, denti finti, nasi, ali… voglio trasformare me stessa con questi oggetti. Una vecchia passione di quando ero piccola: gli elfi, i mostri delle fiabe, grandi spaventi dell’infanzia. Che cos’è una strega oggi? Una persona sfregiata dalla contemporaneità».
C’è molto di mostruoso nella contemporaneità, le dico per stuzzicarla sulla realtà che ci circonda. «Ora dirò qualcosa molto poco corretta politicamente» è la sua reazione. «Io non ho un senso civile molto sviluppato. Il berlusconismo mi fa orrore, ma ci vuole poco. Mi sento disarmata, eppure non riesco a preoccuparmi sul serio. Vogliamo chiamarlo scetticismo? Succede sempre che una cosa che mi attrae esteticamente la vince su tutto e mi lascio trascinare, altre voci altre stanze…» Fa spesso riferimento, parlando, a questo titolo di Truman Capote per indicare l’affollamento sorprendente della vita, i nuovi capitoli, i cambiamenti improvvisi di scenario, di posti, l’eccentricità della vita, che è comunque «meravigliosa», i ricordi di persone che non ci sono più. Torna, per esempio, nelle sue parole il dolore per la perdita recente di un giovane amico scrittore, Rocco Carbone. «Devi leggere assolutamente il suo L’apparizione, un libro incantevole. Sto disegnando un suo ritratto in questi giorni. Mi manca tanto».
Ci separiamo nell’alone del suo buonissimo profumo, che mi resta addosso dopo il bacio che ci siamo scambiate salutandoci. Te lo volevo chiedere da tanto: che profumo usi, Giosetta?
«Una vecchia marca che è difficile da trovare. Si chiama Fracas di Robert Piguet.
Ne metto a fuoco l’aroma fresco, leggero ma intenso: tuberosa. Sarà difficile da trovare, ma lo troverò.

“E in mezzo il fiume” a Fahrenheit

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03ago

Mercoledì 18 agosto parlo del mio nuovo libro alla trasmissione radiofonica Fahrenheit, su RadioTre, intorno alle 17.

«C’è un verbo bellissimo del dialetto romanesco che oggi non si usa più, ‘ciriolare’. Vuol dire procedere sinuosi come un’anguilla, destreggiarsi nella vita, cavarsela insomma»

Roma, 8 settembre , ore 21.00 “E in mezzo il fiume” a Trastevere

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03ago

Reading e chiacchiere sul quartiere alla libreria Minimum Fax (via della Lungaretta 90, a due passi da piazza Santa Maria in Trastevere) per festeggiare i primi due mesi di vita del mio “E in mezzo il fiume”, edito da Laterza nella collana Contromano.

Passeggiando nel cuore di Roma (Messaggero 26/7/10)

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26lug

di Renato Minore

«Io passeggio per passeggiare», scriveva Montaigne. La passeggiata come fine non è un viaggio, si svolge negli immediati dintorni, non raggiunge un fine perché è il fine stesso. La passeggiata genera conoscenza, «solo i pensieri avuti camminando hanno valore».
Sono molti i pensieri che, camminando o andando in bici, Sandra Petrignani ha in quella piccola, deliziosa ghirlanda di storie anche minime che è il suo ultimo libro “E in mezzo il fiume” (Laterza,132 pagine, 10 euro). Un po’ reportage, un po’ diario, un po’ racconto costruito a mo’ di collana, un po’ itinerario erratico dentro la città alla ricerca di una sua identità. di qualcosa che più di altre le appartenga e la definisca. La Petrignani passeggia liberamente per (e negli immediati dintorni di) Trastevere «il cuore di Roma. perché è la parte antica che non cede. che resta stretta all’anima dell’agglomerato originario, popolano, superstizioso, paesano. bigotto. Fiumarolo». E passeggia dall’altra sponda, Ghetto. Campo de’ Fiori, Testaccio, Isola Tiberina. Va e viene lungo i ponti, Ponte Testaccio, Ponte Palatino, Ponte Cestio, Ponte Garibaldi, Ponte Mazzini, Ponte Principe Amedeo, Ponte Vittorio Emanuele, Ponte Sant’Angelo….
In fondo passeggiare è il «modo più immediato di essere al mondo, di percorrerlo, di esaminarlo, descriverlo, vivere». Questa lunghissima passeggiata, con il taccuino in mano, ha tanti interlocutori privilegiati. Offrono una colazione-conversazione, una promenade senza meta, si affiancano a chi va a zonzo e portano il conforto come testimoni che regalano un’immagine o un ricordo privato. Veri protagonisti in ombra di un racconto che si compone amabilmente scheggia dopo scheggia. che disgrega 1′idea di una sua struttura compatta e unitaria traversando da una parte e dall’altra i ponti, curiosando sotto i muraglioni che fanno da argine all’acqua del fiume. Una piccola. grande storia corale in cui prende colore, forma, fisionomia la mappa del quartiere, una sua radiografia inattesa, l’anima segreta. Stefano Benni, Filippo Ceccarelli, Giancarlo De Cataldo, Valeria Viganò, Ginevra Bompiani, Valerio Magrelli, Silvia Ronchey, Ferzan Ozpetek, Lucia Poli, Bernardo Bertolucci, Beppe Sebaste, Silvia Rockey, Giuseppe Scaraffia, Marina Astrologo e molti altri sono le voci del coro. La Petrignani le tira sulla scena al momento giusto, ruotando intorno alla forma erratica della passeggiata, quando è giusto che Patrizia Cavalli evochi «la felice bellezza negligente» di una Roma perduta, Giosetta Fioroni constati come la zona intorno a Campo de’ Fiori sia diventata «sboccata. dolorosamente volgare». Claudio Strinati racconti la Santa Cecilia di Maderno, Nanni Moretti elogi la bontà delle lasagne cucinate in una affollatissima e anonima tavola calda.

Ferragosto in Maremma

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25lug

Il 14 agosto nella località La Parrina (Albinia) presentazione di E in mezzo il fiume organizzata dalla libreria Bastogi di Orbetello. Interviene con l’autrice la poetessa Biancamaria Frabotta. Ore 19. Segue aperitivo.
«E’ necessario innamorarsi profondamente di Roma per ricordarsi del Tevere, per riconoscerlo come il sangue nelle sue vene»

“E in mezzo il fiume” a Giove

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25lug

Il 3 ottobre, nella biblioteca di Giove (Terni) presentazione e reading di “E in mezzo il fiume”

E in mezzo il fiume (da Il Foglio, 13 luglio 2010)

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13lug

A Roma scorre un fiume, ma non è detto che il romano se ne accorga, scrive Sandra Petrignani nel suo libro che, a partire dal fiume di Roma, un po’ racconta un po’ intervista un po’ riflette un po’ ricorda un po’ osserva un po’ percorre. Il fiume a Roma è presente ma nascosto, indispensabile ma discreto. La sua rive gauche, Trastevere, in realtà è a destra, perché il fiume scorre da nord a sud, a differenza della Senna che solca la Francia da sud a nord. Per ricordarsi del fiume, a Roma, per non superarlo “zoccolando” in ciabatte senza pensare alle guerre combattute lungo le sue sponde, non basta guardarlo. E’ lì, ma è come se non ci fosse. E’ lì, ma è stato domato dagli argini. E’ lì, ma sembra infischiarsene delle armi di chissà quale battaglia e delle monete antiche che ancora custodisce. E’ lì, ma non ha più nulla della belva dormiente che allagava i piccoli porti che sorgevano sulle sue rive, regalando a Trastevere l’anima del marinaio. Per ricordarsi il fiume, a Roma, bisogna essersi prima innamorati di Roma.
Solo allora si potrà capire il vagabondo che si è perso a un certo punto della sua vita, dopo gli studi in Svizzera, e ora ciondola nei vicoli pensando che ammazzarsi è peccato ma se qualcuno ti ammazza in fondo male non fa. Solo allora si potrà capire la scrittrice che, camminando da piazza Trilussa a piazza Venezia, ha l’impressione di passare, con una barchetta, dal golfo placido alle onde furiose di macchine e motorini. Solo allora si sentirà la nostalgia delle vecchie sigaraie, della spezieria nascosta, di quel centro città che non ha l’arroganza del centro città, del rumore di carrozza sul sanpietrino (sostituito ora dalle rotelle del trolley da turista). C’era, a Trastevere, la legge crudele che permetteva di vessare l’ultimo milanese arrivato fino a completa sottomissione alla vita del quartiere. C’era l’attrice regale con i suoi cani. C’erano la bottega e lo scantinato da concerto; Pasolini e Bertolucci, Pivano e Moravia, i giovani squattrinati e i nuovi ricchi pronti a sfrattare i vecchi abitanti, Lidia Ravera da giovane e le prostitute anziane, l’oste e le comari della piazza. Il poeta e il piccolo delinquente, l’americana pazza e le ragazze che dal Gianicolo salutavano i carcerati.
Se poi con l’autrice si attraversa il ponte – uno dei tanti ponti, non prima di averli guardati da sotto durante una passeggiata in bicicletta – ci si ritrova “di là”, nel centro-centro che per un po’ continua ad assumere un’aria trasteverina oltre l’isola a forma di nave dove oggi sorge l’ospedale. Non si sa quale storia sia vera, per l’isola e per i vicoli del ghetto di cui i Mattei custodivano le chiavi. Non si sa quale storia sia vera per la sinagoga che, nella luce della sera, sembra “un grande paralume”. Ognuno lungo il Tevere racconta la sua storia, e l’autrice non ne scarta nessuna, neanche il pettegolezzo sul nobile scapestrato che per amore cambiò il volto alla fontana delle Tartarughe. Di là dal fiume c’è una ferita, dicono i romani di nascita e d’adozione che non sopportano i tavolini di Campo de’ Fiori, di là dal fiume svettano cupole e, più a sud, imperversano i registi. Ostiense e Testaccio, i ricordi di Ozpetek e lo strascico sessantottino di Moretti, il gazometro e la rosticceria. Da quel “di là” non si può che tornare “di qua”, nella Trastevere profonda che fa a gara a sentirsi più “noantra” di quella oltre la piazza e in fondo si sente sola come la vecchietta che preferiva la fame e la miseria a quell’isolamento forzato nel mare di ubriachi più soli di lei. E alla fine, seguendo Sandra Petrignani, ci si incapriccia del giro in bus a due piani; dove forse suona meno strana la storia del Papa irritato per il suono scomposto delle campane (da cui nacque l’abitudine del cannone romano di mezzogiorno).

Presentazione di “E in mezzo il fiume”

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02lug

Mercoledì 14 luglio alle 19, a Roma, nel giardino della Casa delle Letterature, piazza dell’Orologio 3 (fra Chiesa Nuova e piazza Navona).
Presenta Filippo Ceccarelli, giornalista della “Repubblica”, intervengono un po’ di amici presenti nel libro, e io leggerò qualche brano

CONTO ALLA ROVESCIA

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16giu


Esce a fine giugno: E IN MEZZO IL FIUME. A PIEDI NEI DUE CENTRI DI ROMA
Ritratto di Trastevere, dove vivo, e dell’altra sponda: Ghetto, Campo de’Fiori, Testaccio, Isola Tiberina. Soprattutto molti andirivieni sui ponti. Insomma un libro di viaggio, anzi di piccolissimi “viaggi” da una riva all’altra , da sola o in compagnia di persone, note o sconosciute, che vi sorprenderanno
(Laterza, collana Contromano)

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