Racconto per un Calendario GENNAIO

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04feb

Ci sarà la neve quest’anno? Speriamo di sì.

Speriamo di no.

Se nevica bisogna spalare il vialetto fino al cancello.

Se nevica bisogna comprare le catene, se no restiamo bloccati come l’anno scorso.

Se nevica non si va a scuola.

Se nevica diventa tutto più complicato. Perché la neve ci piace tanto? Ma a chi piace tanto? Ai bambini e agli incoscienti, a me non piace per niente.

Pensa alla bellezza della neve, pensa alla sua luce. Pensa al silenzio. Un mattino apri la finestra e tutto è bianco e muto e c’è un odore buono nell’aria, un odore poco terreno.

Poi, però, quando si scioglie, e qui si scioglie subito, diventa una poltiglia bagnata e sporca e ti dici: ecco è durata solo quel tanto per farmi venire i nervi, mandarmi a monte l’appuntamento col medico fissato da un mese e adesso chissà quando riesco a recuperarlo.

Il medico? Pazienza. Il bello della neve è proprio che si ferma ogni attività, o almeno rallenta, e la vita torna ad avere tempi umani, quelli miti e sereni della natura.

Io odio il freddo, la neve è il gelo della morte.

Invece sotto la neve la vita si conserva, intatta.

E’ il mese dell’Acquario, questo, acqua che gela.

E allora?

Niente, è il mio segno.

Anche il mio, eppure siamo così diverse. Siamo madre e figlia e siamo così diverse.

Sei una figlia grande ormai, non hai più l’età dei pupazzi di neve.

Non c’è età per questo.

Se nevica mi ficco a letto e non mi muovo fino al disgelo.

Se nevica prometto che sarò buona.

Questa poi! Lo sei già abbastanza.

O si è buoni o no. Non si può essere abbastanza buoni.

Sei una piccola filosofa.

Per pochi giorni nascevo nel Capricorno.

Eri pigra, sei nata in ritardo sul tuo tempo.

Sono anacronistica.

Sì, sei un po’ retró.

Sono superata, non servo a nulla, non farò nulla di buono nella vita.

Hai appena detto che diventi buona.

Oh, solo se nevica!

 

 

 

 

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Sul viaggiare. Sand e Chopin a Maiorca (Il Foglio 31/12/11)

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31dic

Bruce Chatwin

Perché viaggiare e non invece star fermi? E’ la domanda, credo, che si fa qualsiasi viaggiatore, nonappena, e capita in tutti i viaggi impegnativi, s’imbatte in qualche disavventura, che so: lo smarrimento di un bagaglio, il furto del portafoglio, un attacco di dissenteria, un albergo prenotato sulla base di confort che vengono disattesi, un simpatico compagno di strada incontrato per caso che si rivela un abile truffatore di turisti incauti, e peggio ancora, forse, il compagno di viaggio col quale siamo partiti che si smaschera lungo il cammino mostrando la vera identità di ineliminabile palla al piede. Non senza ragione la domanda di Bruce Chatwin Che ci faccio qui?, titolo dell’ultimo libro pubblicato in vita, sorta di antologia dei suoi temi, è diventato un tormentone da ripetere stile mantra quando ci ritroviamo lontani dalla terra natia in un posto ostile e inferiore alle aspettative, quando ci prende lo spleen del vagabondo-della-domenica che giocava al grande-viaggiatore e invece rimpiange il calduccio di casa sua, un letto comodo, il caffè ristretto o la pastasciutta.

Eppure, non c’è crisi economica che tenga, partire per mete lontane, possibilmente esotiche, è uno sport largamente praticato, magari lungamente sognato, accuratamente preparato, in gruppo o in ordine sparso, cui prima o poi cediamo tutti. «Quanto mi piacerebbe andare in India. O fare un safari in Africa. O arrivare al Polo Nord». Niente di più semplice ormai. Basta rivolgersi all’agenzia di viaggi giusta. Salvo il fatto che l’India, a meno di non restare chiusi nell’albergo a cinque stelle tutto il tempo, è pur sempre un posto scioccante e al Polo Nord fa un freddo cane e sarebbe meglio non avventurarsi nei Safari se il puzzo ferino ci dà il voltastomaco…

Ma insomma, tornando alla domanda «perché viaggiare e non invece star fermi», a un certo punto ho trovato l’inaspettata e articolata risposta in un libro. E, manco a dirlo, durante un viaggio. Il viaggio è avvenuto a fine estate nell’isola di Maiorca, alle Baleari. Il libro, Un hiver à Majorque è di George Sand. Cercarlo in italiano è impresa disperante anche se uno dei più autorevoli scrittori di viaggio, l’americano Paul Theroux, fino a un certo punto amico di Chatwin (poi hanno litigato, ma lo racconteremo un’altra volta) e suo coautore del dialoghetto Ritorno in Patagonia, sostiene che è uno dei libri di viaggio più agili e divertenti, malgrado l’astio e l’insofferenza che esprime, anzi proprio in forza di questi sentimenti negativi. Sì, perché un libro di viaggio non necessariamente deve tessere le lodi del paese che racconta e Un inverno a Majorca è il resoconto di una disfatta totale, geografica e sentimentale, che porta l’autrice a schierarsi anima e cuore dalla parte dei sedentari domandandosi: «Perché viaggiare se non ci si è proprio costretti?»

George Sand vestita da uomo

E la sua risposta è che a spingerci non è tanto il piacere di viaggiare, ma il partire in sé. Si chiede la Sand: «Chi di noi non ha almeno un dolore dal quale distrarsi o un giogo da scrollarsi di dosso?» Dunque si parte per chiudersi dietro una porta, più che per aprirne di nuove, si parte per noia e per disgusto, per rompere la routine, per fuggire da qualcosa. Altro che voglia di scoprire il mondo! E anzi, quando poi il mondo diverso si palesa sul serio, la maggior parte delle volte ci terrorizza e sconsola. Come capitò, appunto, a George Sand, andata a passare alle Baleari, insieme ai figli e al suo nevroticissimo amante Fryderyk Chopin l’inverno 1838-39, sedici anni dopo descritto nel suo elegante, intelligente libro demolitorio.

Sappiamo che la Sand, che si vestiva da uomo, fumava il sigaro, intrecciava amanti, possibilmente più giovani, come altre donne ghirlande di fiori, non aveva esattamente un buon carattere. Ma era dotata di uno spiccato senso materno e per il figlio maschio, Maurice, sarebbe andata in ginocchio sugli scogli. Per lui, adolescente malaticcio e malinconico, ma tanto portato per la pittura, decise il soggiorno nell’isola spagnola, che godeva di ottima stampa quanto a clima, paesaggi e cucina. Disdetta volle che Chopin, geniale quanto affetto da tisi e molto mondano, da lei conosciuto qualche tempo prima e sedotto con appassionata determinazione, le si mettesse alle costole implorando di partire con la scrittrice la quale, in quel capolavoro autocelebrativo che è l’Histoire de ma vie, riflette senza mezzi termini: «Era già abbastanza che me ne andassi da sola all’estero con due figli, di cui uno malato e l’altra esuberante quanto a salute e turbolenta, senza che mi accollassi anche il peso di un tormento amoroso e una responsabilità da medico». Stanno insieme da soli tre mesi, la convivenza maiorchina tirerà subito fuori il peggio di entrambi, destinati comunque a restare insieme otto anni.

Frederic Chopin

Quando si conoscono, a Parigi, lei è una irresistibile trentatreenne già separata e nota per i suoi libri, gli atteggiamenti sfrontati e la turbinosa vita sentimentale (soprattutto la breve, altalenante, furibonda relazione con il poeta Alfred de Musset aveva messo a rumore la città); lui di anni ne ha sei di meno, è il fascinoso re dei salotti che intrattiene con la sua musica dolcissima e un’eccezionale abilità nei camuffamenti, la capacità tutta teatrale di creare personaggi diversi col semplice gesto di scompigliarsi i capelli, sciogliersi il nodo della cravatta. E’ un seduttore costantemente sedotto dalle donne, fra le quali non sa scegliere, innamorato com’è soltanto della mamma («unica passione della sua vita» secondo Sand). Così quando è lei a prendere l’iniziativa, lui cade in una trappola di attaccamento ambivalente e autodistruttivo. Per dirla con Colette, cedono tutti e due, a «un eccesso di charme». E’ un grande amore? George (in realtà si chiama Aurore) ha un’enorme ammirazione per il musicista, per l’uomo i soliti sentimenti materni che la fanno presto sentire delusa e inappagata. Fryderyk è un bambino capricciosissimo che vuole tutte le attenzioni e, quando cominciano a mancargli, diventa insidioso, geloso, manipolatore. Ma questo succederà verso la fine della relazione. A Maiorca sono ancora innamorati l’uno dell’altra, sebbene precipitati in un menage stressante, in un ambiente ostile.

Cos’ha l’isola di così ripugnante da meritarsi un libro intero contro? A percorrerla oggi è fin troppo accogliente, ridente, avvolgente. Fa molto caldo, troppo caldo ancora a fine settembre. Se ne lamenta anche la Sand che vi arriva in novembre e poi dovrà affrontare per tutto l’inverno giornate fredde, ventose, piovose che sapranno solo irritarla. Ai maiorchini dell’800, che non sono gli abili affaristi contemporanei arricchitisi col turismo, ma contadini semplici e bigotti, la coppia artistica e irregolare dalle pretese assurde in un ambiente rurale, suscita sospetto e antipatia. Sand arriverà a paragonarli a scimpanzè, dirà che puzzano di olio rancido, come tutto in giro, che sono ignoranti e maleducati. Il figlio è malato, la figlia ribelle, Chopin isterico (la psichiatria l’avrebbe poi definito «schizoidale e psicoastenico». Povera George! Il compositore, che ha preteso troppo da se stesso, si sente isolato e incompreso, gli vengono visioni spaventose, vede i fantasmi, delira che sono tutti morti, che i monaci della certosa dove sono ospiti, in celle arredate con sobria dignità borghese, si aggirano, secondo lui, nottetempo, per i lugubri portici del chiostro e se Sand con i figli si attardano in passeggiate nei dintorni strepita che non torneranno a casa mai più, si agita e si preoccupa oltremisura per poi accoglierli catatonico al ritorno, quasi fossero essi stessi delle apparizioni infernali. Possiamo immaginare l’allegria che questi inquilini inquieti hanno sparso fra i monaci sgomenti.

Il piano usato da Chopin a Maiorca in attesa del suo

Per fortuna c’era la musica. Racconta Sand nell’Histoire: «Lì compose le più belle di quelle brevi composizioni che modestamente chiamava preludi, e sono capolavori». Alcuni sono funebri, legati alle sue spaventose visioni, ma «altri sono malinconici e soavi, ispirati, nelle ore di sole e di benessere, dalle risate dei bambini sotto le finestre, dal suono lontano delle chitarre, dal canto degli uccelli fra le foglie umide, dalla vista delle roselline pallide sbocciate nella neve». Da una goccia d’acqua… La musica lo possedeva totalmente, era il suo demone, il centro dei suoi interessi, felicità e tormento infinito, perché se sorgeva spontanea dentro di lui, come traduzione diretta dei suoni della natura in pensiero musicale, poi la pagina veniva corretta e massacrata per giorni, per tornare magari, alla fine, al punto di partenza.

Ho nella testa proprio il preludio detto La goccia d’acqua mentre mi aggiro nelle stanze della Real Cartuja de Valldemossa, sulla spettacolare Sierra di Tramontana, a pochi chilometri da Palma di Maiorca, domicilio coatto di George e Fryderyk, bloccati lì da una serie di impedimenti come le condizioni atmosferiche e vari malanni che afflissero l’uno via l’altro i componenti del gruppo in quel micidiale inverno. Pensare che un simile capolavoro è stato composto su questo modesto pianoforte, addossato al muro della cella n.2 della certosa, così come si trovava nel novembre del 1838, fa un certo effetto. Sullo strumento un candelabro a quattro candele, unica fonte di luce probabilmente di pomeriggi e sere lunghe e gelide. Scriveva Chopin a un amico nel dicembre di quell’anno: «La mia cella in forma di grande bara ha un’enorme volta polverosa. Davanti alla finestra un letto pieghevole…» Eppure la finestra dava su un grazioso giardino con una fontana centrale, alberi e fiori. Ma i fiori li vedo io adesso, fiori di un’estate prolungata, che in inverno spariscono. Ai tempi era l’orto di un monaco certosino. In un’altra cella, la n.4, però, c’è un altro pianoforte, e questo è il suo, di Chopin, un Pleyel atteso con immaginabile ansia. «Il mio pianoforte non è arrivato ancora… sogno la musica, ma non la faccio perché qui non ci sono i pianoforti. E’ un paese selvaggio in questo senso…». Ma poi, un pianoforte saltò fuori, come abbiamo visto, e lui vi si adattò per buttar giù le composizioni che avrebbe portato a termine sul Pleyel, finalmente «arrivato nelle migliori condizioni» come lo stesso compositore si affrettò a scrivere in un’altra lettera esposta nel piccolo museo.

La certosa di Valldemossa

Quando abbandono la certosa nella testa mi passa, non più Chopin, ma un motivetto leggero di Lucio Battisti: «Si, viaggiare, evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure…». La lingua batte sempre sugli stessi tasti, allora. Il viaggiare anche qui legato a paura dell’imprevisto, dei pericoli, anche se la canzone si conclude in tono sereno: «con coraggio, gentilmente, dolcemente viaggiare..» Penso che anche Bruce Chatwin si trasformò in viaggiatore di professione per un atto di coraggio, per sfuggire a qualcosa che non gli piaceva piuttosto che per improvvisa attrazione per la lontana Patagonia. Voleva cambiare mestiere, non ne poteva più di collezionismo, aste e Sotheby’s presso cui lavorava guadagnando quel che voleva; ne aveva abbastanza di quadri osservati troppo da vicino: preferiva alzare lo sguardo verso l’orizzonte, quello antico dell’Afghanistan, quelli sterminati africani, quelli vuoti della Patagonia. «Il vero viaggio è avere nuovi occhi» diceva Proust che non si è mai mosso dalla sua stanza. Ma Chatwin aveva addirittura perso la vista (psicomaticamente) per trovare la forza di andarsi a cercare due occhi nuovi sul campo. E se per Cesare Pavese «viaggiare è una brutalità», per Jack Kerouac «la strada è la vita». E, visto che si torna sempre al punto di partenza, su tutti ha ragione probabilmente Charles Baudelaire, in parte d’accordo con la contemporanea George Sand: «I veri viaggiatori partono per partire e basta».

Forse allora, in definitiva, il problema della scrittrice francese è che al viaggio, e a quel viaggio a Maiorca in particolare, chiedeva troppo. «Quanto a me» scrive ancora in Un inverno «mi sono messa in viaggio per soddisfare un bisogno di riposo». Sempre a corto di tempo cercava «un eremo silenzioso, isolato, dove non avrei avuto né biglietti di cortesia da scrivere, né giornali da leggere da cima a fondo, né visite da ricevere». Un posto, insomma, dove sarebbe «rimasta in vestaglia tutto il giorno» e «le giornate avrebbero davvero avuto dodici ore». Non si può dire che la permanenza alla certosa di Valldemossa, in questo senso non l’abbia accontentata… Per quanto poi, a percorrere i nomi di altri celebri turisti entusiasti del posto, le sue idiosincrasie acquistano sfumature esagerate e persino un po’comiche.

Sand femminile

A pochi chilometri dalla Real Cartuja, per esempio, c’è il grazioso paesino di Deià dove il poeta e romanziere inglese Robert Graves stabilì la sua dimora dalla fine della Prima Guerra Mondiale alla fine dei suoi giorni (7 dicembre 1985): una grande casa comoda, moderna, luminosa, circondata di verde e di fiori, ereditata dai suoi figli, che vivono ancora qui, e adesso museo. Fu Graves a convincere Gertrude Stein al viaggio scrivendole: «Se puoi resistere al paradiso vieni a Majorca». E la Stein non se lo fece dire due volte: arrivò con l’inseparabile Alice Tocklas e rimase un intero inverno che non risulta essere stato sgradevole come quello della coppia Chopin-Sand. Certo era passato un secolo, i majorchini si erano abituati ai turisti e alle stranezze degli intellettuali. Così anche D.H. Lawrence e sua moglie Frieda non ebbero di che lamentarsi dal loro soggiorno nell’isola. Tantomeno Albert Camus. Però la sua mamma era di Minorca e in un diario del 1935 annota (inevitabilmente?) che la luce di Majorca lo fa «sentire a casa».

A questo punto, per dovere di cronaca, dobbiamo anche dire che, una volta tornati a Parigi, Sand e Chopin non vissero sette anni propriamente di idillio. Che avessero due caratteri inconciliabili, che il soggiorno maiorchino fosse riuscito a sabotare per sempre il loro amore, procedettero fra alti e bassi, stanchezze, ripicche, litigi, tradimenti e malignità, in cui entrò anche la figlia di George Solange (in dispetto alla madre, civettava con il musicista) fino all’amara conclusione, riassunta dalla scrittrice in modo lapidario: «Fra noi c’erano persone cattive». I viaggi dunque non c’entravano più. Semmai c’entrava la considerazione che chiude l’Histoire, largamente condivisibile: «Non c’è felicità per nessuno. Questo nostro mondo non è fatto per la soddisfazione di piaceri personali». E il resto, si sa, è illusione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Roma di centro e di periferia (Corriere Nazionale, 24/12/11)

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27dic

Roma , la mia città. Così stavo per cominciare questo pezzo, però mi è subito venuto un dubbio. Io non sono nata a Roma, ma un bel po’ di chilometri a nord, a Piacenza, in un’altra regione persino. A Roma sono venuta bambina, intorno ai sei sette anni. Ed è la città in cui sono cresciuta, ho studiato, ho abitato in diversi quartieri, mi sono allontanata, sono tornata, ne ho anche acquistato la cadenza parlando (salvo quando mi arrabbio, allora mi scambiano per milanese!) Basta questo per dirmi romana? Spero di sì. Ah, dimenticavo: Roma, e in particolare Trastevere, è lo scenario di vari miei libri e uno, recente, le è dedicato interamente: E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma (Laterza, 2010). Dunque ricominciamo: Roma, la mia città, è fatta di tante città diverse sistemate in cerchi concentrici che uno dentro l’altro sono sempre più piccoli fino ad arrivare al centro, il cuore, laddove il Tevere è più sinuoso e crea prospettive vertiginose per cui ti sembra che la cupola di San Pietro,  il “cupolone” lo chiamano i romani, sia mollemente adagiato sui pini altissimi del Gianicolo. Percorrere i cerchi più larghi, che corrispondono alle estreme periferie, può dare l’impressione di inoltrarsi in gironi infernali. Spesso, quando rientro in città da qualche autostrada e m’immetto sul temibile “raccordo anulare” sbucando in qualcuna di queste zone limite, provo a immaginarmi turista per la prima volta a Roma e mi figuro lo sgomento, l’incredulità di chi non riesce a far coincidere l’idea del Colosseo, dei Fori, di Fontana di Trevi con la foresta di casermoni orrendi, il traffico parossistico, l’aria irrespirabile, che ti assalgono da tutte le parti, e se non fosse per il cartello che annuncia modestamente “Roma”,  davvero si girerebbero i tacchi e si scapperebbe altrove.

Perché, mi domando, quando dall’aeroporto in pullman ci si avvicina al centro di Londra, o a quello di Parigi, o di Madrid, per quanto le periferie, anche in quelle metropoli, sono altro dai centri, perché – insisto – non si ha un senso di sgradevolezza, ma di armonia, armonia povera magari, di grande ripetitività perfino, diciamo pure di noia qualche volta, ma nessun pugno nello stomaco, nessuna bolgia insensata di costruzioni pericolosamente in lotta le une con le altre, nessun senso di disperato sprofondamento  in un oltremondo invivibile e inaccettabile? La risposta sta, credo, negli anni del boom economico, quei “favolosi anni 60” che ci hanno visto crescere a dismisura, arricchirci spensierati, e distruggere distruggere distruggere il senso del bello dentro e fuori di noi, cosa di cui paghiamo oggi le più gravi conseguenze (non solo a Roma, naturalmente, e con devastanti sconquassi territoriali in tante zone a rischio del paese). Nel libro che citavo prima, parlando di Testaccio scrivo: “I cantieri, gli arsenali fuori uso, i capannoni industriali degli anni ’30, l’ex fabbrica della Mira Lanza, per esempio, tornata a vivere come Teatro India alle soglie del nuovo millennio, hanno una fisionomia elegante che li rende perfetti per riconversioni museali o ricreative. E se non ci fosse stata la corsa sfrenata della speculazione edilizia degli anno ’60, che ha deformato il volto di Roma e pompato una crescita abnorme, avrebbero potuto integrarsi subito in una più armoniosa invenzione del nuovo sulle ancora vive macerie del dopoguerra. E Roma sarebbe rimasta fedele a se stessa irraggiando la sua anima in un graduale allontanamento dal Centro e dal fiume”.

Invece così non è stato e oggi vanno sotto il nome Roma anche certi non-luoghi, privi di personalità, lande desolate (avete presente la Serpentara, per esempio? qualcosa che già nel nome evoca immagini spaventose) rispetto alle quali le periferie più antiche, come Centocelle , o il Tufello, hanno caratteristiche pittoresche che ne fanno quartieri residenziali. Come gli ormai prestigiosi Garbatella e Pigneto, rinati, soprattutto quest’ultimo, in veste di festosi ritrovi serali per giovani, dove si sente buona musica, si fanno scoperte teatrali e cinematografiche (andate al Kino di via Perugia 34, se non ci siete ancora stati: potrete vedere chicche straordinarie) e ci si siede a bar e ristoranti, tipici e non, con offerte adatte a tutte le borse. Una replica, più spaziosa e tranquilla, di San Lorenzo, il quartiere operaio che fu l’unico a tentare di fermare la marcia fascista sulla città, poi diventato quartier  generale di  Lotta Continua, sempre al limite della malavita, oggi abitato e frequentato soprattutto da professori e studenti per la sua vicinanza all’università La Sapienza, celebrato in una canzone di Francesco De Gregori e ne La Storia di Elsa Morante. C’è sempre l’ottimo ristorante Pommidoro che piaceva tanto a Pasolini e a Moravia. Sono quartieri, come Testaccio come Monti come Trastevere, con grandissima personalità. Diversi eppure simili, decisamente romani con quel tanto di degrado, di strafottenza, di complicità vagamente malavitosa fra vecchi e nuovi cittadini, che ti fanno sentire, finalmente,  a Roma. I tanti miei amici dai Parioli in giù, gente insomma che ha bisogno del conforto borghese intorno, non li ama e li visita solo per qualche serale deriva gastronomica o per dare un tocco di charme romanesco alle consuete frequentazioni. Chi ci vive, invece, difficilmente si adatterebbe altrove ed è pronto a prendere storte sui sanpietrini, ad abbandonare la macchina e girare unicamente a piedi, a sopportare lo stress dell’immancabile movida del sabato sera pur di non perdere quell’aria di paese, quel tepore stantio che hanno le case, le pietre della vecchia Roma. Fra loro io, che ho abitato in periferia e ho abitato di qua e di là del Tevere, a Campo de’ Fiori negli anni settanta e ora a Trastevere, ma che se dovessi fare una mappa personale dei  luoghi del cuore di questa città spazierei in lungo e in largo, in luoghi deputati e in luoghi sconosciuti a tanti.

Provo, alla rinfusa, a buttarla giù questa mappa cominciando da un parco, il mio preferito a Roma: Villa Ada, confinante proprio con i Parioli da un lato e la Salaria dall’altro, ultima sopravvivenza della magnifica macchia mediterranea fatta fuori da costruzioni disordinate e intensive, tangenziali e snodi autostradali. Villa Ada è un bosco meraviglioso, tutto saliscendi di collinette, vallate e laghetti, ugualmente ospitale per coppie in cerca di intimità, come per vecchietti da panchina con giornale. Accanto si staglia il montarozzo di Forte Antenne costeggiato da una strada che di notte con i suoi lampioni antiquati ha un tocco imprevedibilmente britannico. Mi è sempre parsa una strada segreta, poco frequentata, tanto poco romana che sembra uscita da un sogno e, come nei sogni, pare sempre a percorrerla che ti voglia indicare qualcosa: un pezzo di futuro, una direzione. A me di Roma, in effetti, piacciono certi dettagli, più che i monumenti, più che le piazze o le chiese che sono il suo orgoglio. Vi dirò allora di una panchina in mezzo al traffico accanto al tempio rotondo, detto di Vesta. Uno si siede lì e per miracolo il caos urbano svanisce quasi che gli altissimi pini riuscissero a proteggere e schermare rumore e  bruttezza di automobili in fila, con il loro semplice stagliarsi verso il cielo quasi a sfiorarlo. In basso, di fronte, passa il fiume che, impigliatosi nell’Isola Tiberina un po’ più su, ha come un rallentamento e poi si rimette a scorrere placido verso il mare. A proposito di  Tevere, se si osa scendere sugli argini giù dai muraglioni (i romani non lo fanno mai, perché hanno un pessimo rapporto con il loro fiume, lo temono o, nel migliore dei casi, se ne dimenticano) si rischiano magiche passeggiate ovattate, cullate dal brontolio lieve dell’acqua, e si gode della vista di Roma dal basso, che è ancora un’altra Roma, discreta e rasserenante, con i suoi ponti sorridenti, solenni o angelici.

Il più sorridente di tutti è Ponte Sisto, fatto a dorso di mulo, con quattro arcate e l’oblò di deflusso delle acque quando raggiungono un’altezza pericolosa. Il più solenne è Ponte Milvio, non foss’altro perché è uno dei più antichi ed è stato teatro di celebri battaglie, ma anche di una pace decisiva: quella che chiuse la seconda guerra punica fra romani e cartaginesi (vi dicono qualcosa Annibale e suo fratello Asdrubale?) Fra l’uno e l’altro c’è Ponte Sant’Angelo che porta al castello con la sua doppia parata berniniana di angeli, dieci in tutto, in atteggiamenti uno diverso dall’altro. E a proposito di angeli, lo scorcio più emozionante su uno di loro, è quello che si coglie provenendo da via delle Fosse, possibilmente al crepuscolo. La luce via via degrada e prende forza e forma e slancio l’angelo bronzeo, l’arcangelo Michele che sta in cima al castello. Si staglia contro la notte che intanto è sopraggiunta, le luci gli si sono accese intorno, lui rinfodera la spada per segnalare la fine di una terribile pestilenza. Se si sceglie accuratamente il punto di vista si ha l’impressione che muova passi leggeri sulle cime dei pini giganti, alti quanto il castello.

Quando passo in macchina per via delle Fosse, dietro Castel Sant’Angelo, spero sempre che il semaforo diventi rosso, per godermi lo spettacolo che mi emoziona allo stesso modo ogni volta. E ancora voglio dire di una fontana e di una fanciulla. La fontana è quella delle Tartarughe in piazzetta Mattei fra piazza Venezia e il Ghetto. L’ha progettata Giacomo della Porta e le sculture sono di Taddeo Ladini. Ha in sé tutta la grazia e la leggerezza, che sapeva esprimere il primo barocco, e una storia tormentata a dispetto del risultato armonico. Il nome, per esempio, le viene dai quattro animaletti (aggiunta forse del Bernini) che servirono a dare senso alle mani sospese dei quattro bellissimi ragazzi addetti, in un primo tempo, a sostenere dei delfini, scomparsi dal disegno perché troppo pesanti. Ora aiutano, in eterno, le tartarughe senza smettere di muovere flessuosamente i propri bellissimi corpi. Flessuosa, abbandonata, tenerissima è la statua di Santa Cecilia, bella addormentata della basilica omonima a Trastevere, fanciulla martire della fede del terzo secolo dopo Cristo che fu ritrovata fra le rovine della sua villa e dissepolta sotto lo sguardo dell’artista, Stefano Maderno, che l’avrebbe immortalata alla fine del ‘500 sottraendola al dissolvimento della carne e tramutandola in levigatissimo marmo. Quel bianco marmo che occhieggia ovunque nella vecchia Roma, dagli antichissimi Fori alle tante cupole secentesche. Ma attenzione, guardate bene: le cupole romane non sono bianche: sono azzurre. Sembrano rispecchiare gli intensi  azzurri del cielo, che quando è grigio le appanna appena appena, ma non riesce a spegnere i loro riflessi celestini. Il bianco del marmo, il nero dei sanpietrini, il celeste delle chiese: sono i colori di Roma, quella vera, sorniona e ingenua, paesana e papalina, sgangherata e austera, che non somiglia nemmeno un po’ alle sue periferie, distante eppure sempre a portata di mano, affettuosa, aperta.

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SP a Calcutta il 29/1/12

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24dic

L’ITALIA PAESE OSPITE ALLA FIERA DEL LIBRO DI KOLKATA

Dopo la presenza dell’India come paese ospite al Salone del libro di Torino due anni fa, l’Italia ricambia l’onore e, nel gennaio prossimo, sarà paese ospite alla Fiera internazionale del libro di Kolkata (Calcutta), nello Stato occidentale indiano di West Bengala.
Presentando il progetto nella sede dell’Istituto italiano di cultura, l’ambasciatore d’Italia Giacomo Sanfelice ha ricordato che «il grande successo dell’India a Torino nel 2010 ci rallegra e ci impegna a mostrare a nostra volta il valore del nostro patrimonio letterario».

Fra gli scrittori italiani che interverranno fra gli altri all’evento, sono già confermati Alessandro Baricco, Dacia Maraini e Valerio Massimo Manfredi. Presenti anche le scrittrici Sandra Petrignani, autrice di Ultima India (Neri Pozza, 2006), e Angela Terzani Staude, che visse a lungo in India con il marito Tiziano. Toccherà a Beppe Severgnini il compito di inaugurare il 24 gennaio la trentaseiesima edizione della Fiera di Kolkata a cui parteciperanno 22 paesi.

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CAMERA CON VISTA (Moby Dick 24/12/11)

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24dic

Lev Tolstoj

«A Natale regalate un libro». Ripetiamo volentieri anche noi questo spot pubblicitario. Ma il punto è: quale libro? Troppo facile precipitarsi in libreria all’ultimo momento afferrando l’ennesima proposta del marketing editoriale, i soliti primi in classifica, l’ultima riflessione giornalistica sui danni della politica, la mortifera elaborazione preelettorale del deputato o del sindaco, l’inutile ma tanto glamourous manuale di cucina. Facciamo invece uno sforzo e regaliamo un libro utile, nel senso un grande libro, uno di quei libri che possono davvero cambiare la vita, la testa, il cuore delle persone e che si danno per scontati, già letti, stranoti. Salvo poi entrare in una classe, magari di liceo classico o di un qualsiasi corso di scrittura affollato di laureati a spasso, e scoprire che: «Tolstoj? Chi era costui? Ah, sì, uno che ho letto da piccolo e che ha scritto una storia su una tizia che si buttava sotto a un treno…»

E allora cominciamo proprio da lui, dal più grande fra i grandi. Magari, visto che siamo a Natale, saltando d’un balzo la Karenina e Guerra e pace, per proporre un piccolo non tanto noto titolo, Il vangelo di Tolstoj (Quattroventi edizioni: sarà complicato trovarlo, ma senza un po’ di sacrificio che regalo natalizio è?), autentico manifesto della nonviolenza, annuncio di liberazione non in attesa del mondo soprannaturale, ma molto terrena. E’ la riflessione, partendo dalle beatitudini e dal discorso della montagna, «dalle perle» dei Vangeli cristiani epurati dalle contaminazioni, su un modo diverso di concepire la vita e la politica. Un libro durissimo contro il ruolo della Chiesa e le manipolazioni degli Stati, il libro di un uomo, uno scrittore, un pensatore, un essere tormentato, che cerca nel superiore insegnamento di un altro uomo, Gesù Cristo, il segreto di una convivenza umana possibile e degna.

Thomas Mann

Ho l’impressione che, nonostante il parlare che se n’è fatto in relazione a una nuova «rivoluzionaria» traduzione, quella di Renata Colorni che ha svolto un lavoro certosino di precisione fino a cambiare il titolo dell’opera monumento di Thomas Mann, La montagna magica (Meridiani Mondadori), ho proprio l’impressione, dicevo, che pochi si siano applicati a leggere o rileggere questo capolavoro della letteratura mondiale. Qualcuno (io fra questi) pur accettando le spiegazioni inoppugnabili di Colorni sui cambiamenti, si sarà addolorato a dover dire addio a quel titolo tanto musicale e fascinoso (La montagna incantata), i più fortunati che sanno il tedesco la leggano assolutamente in originale. Gli altri, se non vogliono spendere tanto, riusciranno a trovarla ancora (per esempio in Internet: ho controllato) nella vecchia dignitosissima edizione (traduzione di Ervino Pocar) Corbaccio. Ma insomma regalate (soprattutto ai giovani) questo romanzo epocale in cui il protagonista Hans Castorp, nel protetto universo di un sanatorio fra le montagne, passa attraverso varie iniziazioni per trovare un suo (precario) equilibrio. Ve lo spiego con le stesse parole di Mann, quando nel ’39, andò a raccontare la sua opera agli studenti di Princeton: «Fate il favore di leggere il libro sotto questo angolo di visuale: troverete allora che cosa sia il Graal, il sapere, l’iniziazione, quel ‘supremo’ che non solo l’ingenuo protagonista, ma anche il libro stesso va cercando». Anche con meno ambizioni lo si può leggere semplicemente per farsi attraversare per sempre dalla potenza di certe immagini: una per tutte, l’ingresso nella sala da pranzo del sanatorio di madame Chauchat, la seduttiva signora che strega Castorp, ogni volta lasciando che la porta a vetri sbatta dietro di lei a sottolineare il suo arrivo. Quello sbattere, come una musica grandiosa, risuonerà indelebile nelle vostre teste rendendo comprensibile, senza bisogno di spiegazione alcuna, cosa sia la grande letteratura.

Thomas Bernhard

Col titolo Autobiografia che può trarre in inganno, Adelphi ripubblica in un unico volume curato da Luigi Reitani, i cinque romanzi autobiografici dell’austriaco Thomas Bernhard, tutti relativi alla giovinezza e pubblicati in anni diversi: L’origine (Un accenno) del 1975, La cantina (Una via di scampo) del ‘76, Il respiro (Una decisione) del ‘78, Il freddo (Una segregazione) dell’81, Un bambino dell’82. Cito quest’opera per l’attualità della ristampa, ma di un autore come Bernhard si può leggere qualsiasi libro senza pericolo di sbagliare. E’ identico a se stesso sempre, la potenza della sua voce inesorabile  – come la mancanza di a capo e di capitoli -, il respiro avvolgente del suo dire senza pause, la visione della vita e dell’uomo che illumina il buio, e solo quello, l’«ombra» junghiana insomma, odio, rancore, senso di umiliazione e sarcasmo che mai alleggerisce la tensione, ma di più la scandisce e precisa, ne fanno un autore unico e gigante, meravigliosamente letterario eppure impastato di verità assoluta. Eppure è lui il primo ad avvertire (nella Cantina): «Per tutta la vita ho sempre voluto dire la verità, anche se ora so che erano menzogne».

Helenchen König

Farò un’unica deroga al principio che mi sono data di andare sul classico, per così dire, per segnalarvi il libro di un autore italiano, Osvaldo Guerrieri, dedicato a una città, Torino, attraverso i suoi illustri abitanti. Infatti il volume s’intitola I torinesi (Neri Pozza) ed è una galleria di personaggi, da Cavour a Macario, da Francesco Cirio a Helenchen König (la inventrice della bambolina Lenci), da Gianni Agnelli al magico Gustavo Adolfo Rol, all’oscuro fenomenale barone Marcel Bich a tantissimi altri. Tanti racconti leggeri e sorprendenti su glorie nazionali che abbiamo in tanti casi colpevolmente dimenticato e che ricostruiscono la storia di una città e in parte di tutta l’Italia. Anzi, ci sono pagine in questo libro che aiutano concretamente a capire da dove veniamo e che cosa possiamo forse tornare a essere. Voglio citare l’autore che traccia il ritratto di un suo personaggio: «Bich è stato l’uomo che ha rivoluzionato il XX secolo in silenzio, senza enfasi, tenendo lontani i giornalisti, i banchieri, i tecnocrati, i quali, ciascuno a proprio modo, avrebbero voluto ficcare il naso e allungare le mani su quel laboratorio di Clichy, appena fuori Parigi, dove fu creata la penna che ha cambiato il modo di scrivere dell’umanità e, successivamente, il rasoio e l’accendino che avevano nella formula ‘usa e getta’ la propria irrinunciabile caratteristica». Peccato che sia emigrato in Francia!

 

 

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INDIA ITALIA Le vie della scrittura

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12dic

Mercoledì 14 e giovedì 15 dicembre 2011 ore 18.00

Casa delle Letterature di Roma

LA SCRITTURA DELLE DONNE TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE

Incontri e dialoghi tra le scrittrici indiane Priya Basil, Anita Nair, Bapsi Sidhwa

e italiane Mariella Gramaglia, Dacia Maraini, Maria Pace Ottieri, Sandra Petrignani, Elisabetta Rasy .

Coordina Maria Ida Gaeta

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Camera con vista, la mia rubrica su Liberal (6/11/11)

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06nov

Ah, i poeti! Meno male che ci sono loro a conservare intatta un’allure sobria e intensa, a riflettere sulla vita e sulla morte, sul dolore e sull’amore, sulle parole e sulla lingua, senza svendersi e agitarsi per scalare le classifiche, senza affidarsi agli editor per trasformare i testi in banalità commestibili, masticate e rimasticate. Evviva i poeti che non scrivono libri gialli, neri, rosa, ma umili versi pensati e lavorati per giorni, mesi, anni forse, poeti che si prendono tutto il tempo per dare forma a un pensiero, a un’emozione. Sono grata alla giuria del Premio Nobel che mi ha fatto di nuovo scoprire un poeta che non conoscevo, Tomas Tranströmer (come era successo nel 1996 con la grandissima Wisława Szymborska). Da quando è stata data la notizia, il 6 ottobre, e ne ho letto sui giornali, alcuni suoi versi mi sono entrati nella testa e non mi hanno lasciata più: «C’era un funerale/ e io sentivo che il morto/ leggeva i miei pensieri/ meglio di me». Quanta verità in queste piccole quattro righe. Le informazioni, tante, compresse in pochissimo spazio, arrivano come frecce a destinazione, da cuore a cuore. La comprensione passa attraverso i sensi, attraverso una logica inconscia, naviga nel sangue, s’arroventa, esplode di significato. Siamo a quel funerale, di un morto che non è nostro ma lo diventa, un morto che è tutti i morti del mondo, ci conosce e sa quel che non sappiamo di noi stessi. Abbiamo paura di questa scoperta, perché abbiamo paura della morte. E siamo sconfitti e veri di fronte all’inesplicabile, all’inaccettabile, al nulla. Questo poeta, questo Tomas Tranströmer, non l’ha fatta lunga, né si è messo a filosofeggiare. Ci ha detto solo di un funerale, che non doveva essere il funerale di qualcuno che gli premeva. Un funerale qualsiasi, di un conoscente qualsiasi. Ed è questo che rende tanto più forte la sensazione di essere nudi di fronte ai morti, i morti qualsiasi, tutti i morti. Perché loro sanno quello che noi non osiamo nemmeno pensare, di loro e di noi stessi. Quante parole ho dovuto usare per spiegare quei brevi versi, e tante ancora potrei dire a commento. Ma la forza della poesia è nella sua contrazione, che è illuminazione: quell’esprimere tanto in un soffio e per spostamento.

«L’effetto della poesia è così forte e diretto, che per un attimo non esiste altra sensazione che quella prodotta dalla poesia stessa» leggo fra le pagine saggistiche di Virginia Woolf, ripercorrendole nella bella nuova raccolta (in parte inedita in Italia) curata da Liliana Rampello per ilSaggiatore col titolo (woolfiano) Voltando pagina. E’ proprio così: è difficile raggiungere un simile risultato con la prosa. A meno che non sia la prosa di un poeta. Ed eccomi a leggere allora Marina Cvetaeva, Le notti fiorentine, uscito da Voland in un’edizione riveduta e corretta, rispetto a una precedente del 1983,  sia nella traduzione sia nell’introduzione, l’una e l’altra di Serena Vitale. Nove lettere ispirate dall’invio da parte di un giovane amico editore di un omonimo libro di Heine che Cvetaeva avrebbe dovuto tradurre (ma non lo fece mai, pare). Lei, tanto per cambiare, si era innamorata di quell’amico e gli scrive per sedurlo. Ma lui si spaventa di tanta incandescenza e scappa. Un amore respinto, insomma, uno dei tanti cui il bisogno di mitizzare l’amato condannò Cvetaeva. «Povera me, che accanto a voi mi sento intorpidita…».

Marina Cvetaeva

«Siate vuoto finché lo vorrete, finché lo potrete – io sono la vita che non patisce il vuoto». «Sono lacerata da due tentazioni: voi e il sole». «Nessuno, eccetto me, ha avuto l’idea geniale (ingenua idea!) di soffrire per voi». Si conobbero ed ebbero una breve storia fra il giugno e il luglio del ’22 a Berlino. Si rividero qualche anno dopo e lei lo trattò con indifferenza, mostrando di riconoscerlo a stento. «Quanto eri, tanto oggi non sei più» concluse in una lettera non spedita, da lei stessa intitolata: Postfazione, ovvero: faccia postuma delle cose. L’amore aveva un senso se si trasformava in letteratura e Le notti fiorentine erano, finito l’amore, diventate subito un testo.

E’ pericoloso l’amore per le poetesse. Una, la bionda bellissima fiorentina Contessa Lara, al secolo Evelina Cattermole, fu uccisa nel 1896, a 47 anni, dal suo ultimo amante, il giovane Giuseppe Pierantoni, che non sopportava di essere lasciato da lei, nel suo appartamento romano di via Sistina dopo una notte di agonia per superficiali soccorsi medici.

Contessa Lara

La storia straordinaria di questa letterata e giornalsta che ebbe in vita un grande successo, circonfusa di scandalo e talento, e poi frequentata solo da cocciute femministe, viene raccontata da una preziosa introduzione di un’altra poetessa, Biancamaria Frabotta, e da Manola Ida Venzo, curatrice dell’interessantissimo volume L’ultima estate di Contessa Lara. Lettere dalla Riviera, edito da Viella. Una lettura avvincente come un romanzo rosa, e insieme la testimonianza di un genio femminile che nel nostro paese è stato colpevolmente trascurato, in questo caso come in tanti altri.

Ma mentre scrivo giunge la notizia della morte di Andrea Zanzotto, che aveva appena compiuto 90 anni (il 10 ottobre). «Mondo, sii, e buono; /esisti buonamente…» sono i primi suoi versi che mi vengono in mente con una stretta al cuore (che il mondo non è buono lo testimonia, una volta di più, un’altra morte – bestiale – dei giorni scorsi, quella di Gheddafi).

Andrea Zanzotto

Zanzotto era un poeta immenso, e una persona seria e dolcissima. Ho avuto la felicità di conoscerlo una trentina di anni fa e di subirne il fascino stralunato, irridente, affettuoso. Aveva anche una grande mente critica come dimostra un libricino, appena uscito da Nottetempo, Poesie sparse pubblicate in vita di un altro grandissimo della poesia, Paul Celan. Non sono fra i versi migliori dell’autore tedesco, ma l’introduzione di Zanzotto illumina, insieme, la poesia di entrambi. E per questo, adesso, per celebrarli tutti e due, cito questo passaggio essenziale: «Egli aggruma e smembra le parole, crea numerosi e impennati neologismi, sovverte la sintassi pur non distruggendone una possibile giustificazione fondante, usa fino alle estreme latenze il proprio sistema linguistico…» Zanzotto parla di Celan, ma anche di se stesso e della comune consapevolezza di muoversi ormai in una dimensione dove «non ci sono più né nascite né ritorni veramente salvifici». Eppure l’uno e l’altro sono salvi nel nostro profondo rispetto e nella nostra indiscussa ammirazione.

 

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Un film di Wenders su Pina Bausch (Giudizio Universale, 3/11/11)

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03nov

Wenders con Pina Bausch

Sono almeno due i motivi per andare a vedere il film di Wim Wenders su Pina Bausch. Primo: chi non avesse mai assistito a uno spettacolo della coreografa tedesca, mancando così una eccezionale esperienza artistica e umana, potrà almeno in parte rimediare. Secondo: è il primo film d’autore in 3D, e questa è un altro tipo di esperienza che i cinephiles non devono perdere, per poi magari prenderne anche le distanze, ma non importa. Però, purtroppo, l’idea che era nata dalla voglia di lavorare insieme di Wenders e Bausch si è trasformata in corso d’opera nella celebrazione della danzatrice da parte del regista suo amico, addolorato e sgomento per la morte improvvisa di lei, avvenuta nel giugno del 2009. La Bausch, nata nel 1940 a Solingen, in realtà sapeva di essere ammalata di cancro già da parecchi mesi, ma aveva deciso di non farne parola a nessuno, anche per non dover discutere la sua decisione di non curarsi.

Così sul film pesa questo sgomento, se ne avverte tutto lo sbandamento, e invece di mantenere la promessa di illuminare il lavoro e il pensiero di un’artista senza uguali, creatrice di un avvolgente, commovente, sensuale Teatrodanza, diventa un mosaico di momenti musicali e corporei in cui a farla da protagonisti sono gli straordinari ballerini della sua compagnia, il Tanztheater Wuppertal (dalla città dove ha sede da quasi quarant’anni).

Vediamo brani indimenticabili di spettacoli epocali come La sacre du printemps, Café Müller, Kontakthof, Vollmond, e ascoltiamo il ricordo angosciato di tanti ballerini e assistenti che hanno studiato e condiviso un lungo percorso artistico con lei. Ma a mancare, alla fine, è proprio Pina, di cui si vedono pochi e brevi spezzoni di repertorio o tratti dal suo archivio, in cui agisce, sorride, domanda. Troppo pochi, troppo rapidi. Sfugge la sua immagine come il suo segreto, e il film diventa una grande occasione mancata per afferrare un qualche bandolo di una donna geniale e misteriosissima.

Infine due parole sul 3D. Non mi è parso emozionante. Sarà che lo si abbina inevitabilmente agli effetti speciali e al Fantasy, avrei preferito rinunciare ai fastidiosissimi occhialini e godermi una classica bidimensionalità.

 

 

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“Una separazione” di Farhadi (Giudizio Universale, 20/10/11)

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27ott

Separarsi è uno di quegli eventi enormi della vita che inevitabilmente si trascinano dietro una quantità di conseguenze. Separarsi in un paese come l’Iran, dove la legge e il privato delle persone sono condizionati fortemente dalla religione, è ancora più complicato. Cominciamo da questo tema perché il regista, Asghar Farhadi, intitolando il suo film Una separazione (strapremiato a Berlino) questo ha voluto mettere al centro della storia. In realtà molti sono i temi che s’intrecciano e forse più decisiva del separarsi è la contrapposizione dire la verità/mentire che si dimostrerà decisiva nello sviluppo della trama. E anche sconcertante. Soprattutto per gente come noi, occidentali naturalmente abituati alla menzogna, sociale, sentimentale, esistenziale. Sì, si resta sconcertati seguendo la vicenda di Nader e Simin, della loro figlia adolescente Termeh, lacerata dalla separazione dei genitori, dal nonno con l’Alzheimer, sballottato inconsapevole da una casa all’altra, affidato a una badante incapace e impacciata dallo shador come da un invasivo senso religioso. Invasivo nella nostra ottica e in quella di iraniani colti e indipendenti, quali sono i protagonisti del film. E anche, suppongo, nell’ottica del regista, abilissimo a raccontare una faccenda privata dentro le regole del suo paese (le attrici, anche fra le pareti domestiche per esempio,  tengono in testa un leggero foulard, così non rischiano carcere e frustrate com’è capitato a Marzieh Vafamehr, rea di aver recitato col capo scoperto in My Teheran for Sale) e insieme spiegare dettagliatamente l’assurdità della condizione femminile e del rapporto fra cittadino e giustizia in una società teocratica, inevitabilmente maschilista nel senso peggiore del termine.

Però questo film è tanto più interessante, quanto meno è politico o di denuncia. «Non mi piacciono i film manifesto, perché nascondono una dittatura interna. Viceversa, più si è vicini alla realtà, più si è politici» ha dichiarato Farhadi. Ed essere vicini alla realtà vuol dire non essere semplicistici, non dividere il mondo in buoni e cattivi, non schierarsi nettamente da una parte o dall’altra della ragione. Perché la ragione non è una, ma tante. In un certo senso Una separazione è una commedia pirandelliana. Ha ragione Simin a rischiare la separazione pur di allontanarsi dalla patria, cogliendo un’occasione irripetibile di offrire alla figlia un futuro diverso; ha ragione Nader che non vuole abbandonare in mani estranee il padre demente; ha ragione (anche se è dura per noi accettarlo) la badante Razieh a non pulire il sedere del vecchio finché un’autorità religiosa non le garantisce che non commette peccato; ha ragione Termeh che non riesce a prendere partito fra le volontà contrapposte di papà e mamma…

Chi ha torto allora? Ha torto il violento, il mentitore, il marito di Razieh, disposto a farsi beffe della religione sbandierata a ogni piè sospinto, quando gli impedisce di ottenere, in un processo, i soldi di un risarcimento che non gli spetta. E ha torto lo stesso Nader, che costringe sottilmente la figlia a mentire, per uscire pulito dallo stesso processo. Eppure. Eppure sono «torti» comprensibili, giustificabili umanamente. Nemmeno è un caso che i manipolatori siano due maschi. Due maschi, però, che si piegheranno di fronte all’incorruttibilità delle mogli e alla grazia misteriosa di una ragazza che, nel bel finale sospeso, ha in mano il bandolo della vita propria e dei genitori.

 

 

 

 

 

 

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Georgia O’Keeffe (Il Foglio, 1 ottobre 2011)

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O'Keeffe accanto a un pezzo della sua collezione di scheletri animali

Sostiene Borges che uno scrittore, come un artista, impiega una vita intera a definire la sua poetica, ma poi alla fine «quel che lascia, se ha fortuna, è un’immagine di sé». In questo senso Georgia O’Keeffe di fortuna ne ha avuta tanta. E’ stata forse l’artista più fotografata dei nostri tempi, e non solo dal marito, Alfred Stieglitz, che ne ha immortalato l’intimità per un ventennio, ma anche da moltissimi altri come Ansel Adams, Laura Gilpin, Arnold Newman, Andy Warhol. Ed è una pittrice «facile»: i suoi fiori giganti, spudoratamente aperti a mostrare l’intimità di segrete labbra e vagine, le sue calle bianche accoppiate come monachine di cui spiamo dentro i calici (sotto la gonna?) l’urlo di gialli pistilli/clitoridi in fiamme, non hanno bisogno di didascalie, arrivano a destinazione dritti come frecce, comprensibili anche a un bambino. Per questa facilità, che è spesso ripetitività, un po’ noiosa se non furba, O’Keeffe ha tanti detrattori quanti ammiratori, e già nel 1929 si guadagnò l’ironia del «New Yorker» con una copertina firmata dal caricaturista messicano Miguel Covarrubias che la soprannominò «Nostra Signora delle Calle» (l’aveva conosciuta a Taos e la presenterà nel ’51 a Frida Khalo e Diego Rivera a Coyoacán). Uno di quei tiri mancini capaci di ottenere il risultato contrario: Covarrubias, infatti, finì col contribuire alla fama dell’artista quarantaduenne e già ben piazzata nello star-system di allora, proprio grazie, in consistente misura, al marito, noto guru dell’ambiente artistico newyorkese, suscitatore di nuove mode attraverso la sue prestigiose gallerie, da «291» nella Fifth Avenue, alle successive «Intimate Gallery» e «An American Place».

Malgrado una così massiccia presenza mediatica, accresciutasi nel corso della lunga vita (O’Keefe morì quasi centenaria), in Italia le si rende omaggio adesso per la prima volta con una importante mostra romana a Palazzo Cipolla (dal 4 ottobre al 22 gennaio 2012), affidata a Barbara Buhler Lynes, curatrice del Georgia O’Keeffe Museum di Santa Fe in New Mexico, prima tappa di un tour che toccherà anche Monaco di Baviera e Helsinki. Oltre sessanta opere attraverso le quali si potrà restituire giustizia  e profondità a un percorso troppo semplicisticamente appiattito sui famosi fiori enormi e che conosce, invece, un pensiero fortemente innovativo e risultati più interessanti. Uno per tutti, l’importante prestito, solo per Roma, della tela New York Street with Moon proveniente dal museo madrileno Thyssen-Bornemisza. E’ un grande olio del 1925 in cui il dettaglio di un grattacielo contro un ondoso cielo notturno ha come fuochi tre luci: quella di un semaforo rosso, rubino sospeso nel nulla urbano, e quelle che rimbalzano una sull’altra della luna che fa capolino fra le nubi e di un lampione spampanato (come i soliti fiori) in primo piano, vero cuore della tela nel suo alone iridescente. Rara immagine di una città che affascinò la O’Keeffe, originaria del Wisconsin, senza mai veramente conquistarla e a cui lei dedicò almeno un’altra opera memorabile, del 1928, River, New York conservata al Metropolitan Museum. Qui la città segue il lento scorrere del fiume con forme stilizzate di costruzioni cubiche, spezzate da ciminiere sottili da cui s’impennano, verso un cielo tagliato via dall’inquadratura orizzontale del quadro, i fumi biancogrigi dei gas di scarico.

«Niente è meno reale del realismo» diceva. «Perché i particolari non possono che essere confusi. E’ solo attraverso la selezione, l’eliminazione, l’enfasi che raggiungiamo il senso reale delle cose». Una dichiarazione attraverso cui si leggono diversamente anche i suoi famosi Iris, Petunie, Calle, tutti quei fiori e foglie osservati da vicinissimo, come si fosse api in cerca del polline, oggetti ingranditi, sfacciatamente pronti a divorarci o anestetizzarci col loro esagerato profumo, sprigionatosi per la magia dei colori e delle forme. A volte, però, le scelte artistiche su cui poi generazioni di esperti costruiscono le loro interpretazioni, hanno un’origine così domestica da sfiorare il ridicolo. Quattordicenne Georgia O’Keeffe, già molto apprezzata dai suoi insegnanti e che aveva deciso dentro di sé di diventare un’artista, rimase mortificata dalle critiche della sorella sulle linee troppo scure di un suo disegno e, soprattutto, sulle proporzioni «troppo, troppo piccole». «Dissi a me stessa che non sarebbe capitato mai più. Mai e poi mai avrei disegnato qualcosa di troppo piccolo».

O'Keeffe e Stieglitz negli anni '40

Quando ventenne si trasferì a New York per continuare gli studi artistici, eccola presentarsi alla 291 per vedere un’esposizione di disegni di Auguste Rodin. Ma per l’incontro fondamentale della vita, quello con Alfred Stieglitz, devono passare altri sette anni. Ancora una mostra alla 291, da cui questa volta Georgia esce con in mano una rivista, «Camera Work», pubblicata e donatale dal gallerista fotografo, che le è appena stato presentato da un’amica comune e che è rimasto colpito dalla «faccia di giovane strega» della ragazza come dai suoi schizzi a carboncino. Ma, ahi, Georgia già non vive più a New York: ha dovuto accettare un lavoro d’insegnante in un posto remoto del Texas e così i due cominciano a scriversi le prime lettere di una corrispondenza durata tutta la vita e che solo quest’anno è stata pubblicata in America, perché l’epistolario era sotto sigillo per un periodo di vent’anni dalla morte della pittrice. Lei è ingenua e sgrammaticata, ma entusiasta e sufficientemente adorante da titillare in lui, cinquantunenne ipocondriaco e depresso sposato a un’ereditiera della birra, sfrenati desideri combinati a paternalismo (bellissimo il ritratto che ne ha dato con tanto di occhialetti e baffoni bianchi il sempre attraente Jeremy Irons nel film del 2009 Georgia O’Keeffe, mai arrivato in Italia).

L’anno dopo, nel 1917, diventano amanti. Lei gli regala la sua verginità a Lake George, casa di vacanza della famiglia di lui nello stato di New York, avvenimento di cui Alfred continuerà a celebrare l’anniversario ogni anno, anche se già nel ’20 la tradisce con un’alcolista «dagli occhi di gazzella» ed è Georgia ad avere un crollo di nervi. Però a Lake George s’imbatte nelle bianche ossa di animali morti e spolpati dal tempo. Ossa che entrano nella sua pittura producendo un altro ciclo celeberrimo negli anni ‘30, come Horse’s Skull on Blue e le tante variazioni di teschi di cavallo e di mucca bianchissimi combinati con rose, bianche o colorate. Sono temi che riprenderà sempre e che non sente imparentati con la morte. Anzi negli scheletri, nelle carcasse, nei teschi animali che collezionerà più avanti nel deserto del New Mexico, dove stabilirà la sua dimora, O’Keefe vede una grande vitalità e, soprattuto, luce. Quella luce che diventerà a poco a poco il centro del suo lavoro, associata al segreto vitalismo della natura, quella luce che è per lei il primo ricordo infantile. Dirà nel suo modo approssimativo e visionario: «Le ossa appaiono come un taglio netto verso il centro di qualcosa che è ardentemente vivo nel deserto, malgrado la sua vastità e il suo vuoto, quel suo essere intangibile… il deserto che, con tutta la sua bellezza, non conosce clemenza».

N.Y.Street with Moon

Ma intanto si sta affermando come «Nostra Signora della Calle», e non solo. Stieglitz la lancia alla grande, le nega un figlio ma la sposa nel ’24 (il primo matrimonio era subito naufragato nello scandalo). E’ossessionato dal corpo di lei che fotografa in continuazione, nuda, vestita di bianco, il seno scoperto, vestita di nero con la pelle che brilla bianchissima, e crede nell’artista, in cui vede espresse per la prima volta esplicitamente le pulsioni più profonde della sessualità femminile. E’ il suo manager con idee molto moderne su quel che oggi si chiama «marketing», ma è un uomo fragile, narciso, nevrotico, profondamente newyorkese, mentre lei si sente in contraddizione con se stessa, non le interessa poi tanto diventare un’icona della liberazione sessuale femminile, ha un’anima ombrosa, irrequieta, misticheggiante, vuole scappare verso paesaggi vuoti e selvaggi. E lo fa. Ormai loro due sono una di quelle coppie che funzionano meglio a distanza piuttosto che insieme, eppure sono e restano legatissimi. E’ sempre più attratta dal New Mexico dove è stata già diverse volte imbattendosi, a Taos, nella leggendaria Mabel Dodge Luhan, l’ereditiera pluridivorziata, ex amante di John Reed, che aveva sposato un indiano pellerossa e si era stabilita, dopo vari anni fiorentini, in New Mexico. Qui nella sua originalissima casa la raggiungevano amici scrittori e artisti dei due continenti: da David Lawrence, che la immortalò nel Serpente piumato e nella Donna che fuggì a cavallo, a Willa Cather, da Carl Gustav Jung che fu suggestionato dal posto e dai nativi elaborando il tutto nel saggio Anima e terra, a Morgan Forster e Aldous Huxley che vi concepì L’arte di vedere. Ma per saperne di più su questa spaesata culla di genio e sregolatezza, di innamorati e di sradicati, basterà leggere l’incantevole saggio di Barbara Lanati, pubblicato da Donzelli l’anno scorso, Desiderio e lontananza.

Qui continuiamo a seguire le vicende di Georgia O’Keefe che ripetutamente tornò a Taos, dove il marito non ebbe mai alcuna intenzione di seguirla, anzi sostenne, a fugare ogni dubbio: «Se mi volessi suicidare andrei in New Mexico». Finché lei, affascinata non tanto dagli squilibrati che frequentavano quella zona desertica, quanto dalla natura e dal paesaggio, comprò una casa tutta sua, Ghost Ranch, un centinaio di chilometri da Taos, quasi duecento a nord di Albuquerque, sul confine del nulla, dove trascorreva l’estate e l’autunno. Dopo la morte di Stieglitz, che avvenne per infarto nel ’46, all’età di ottantadue anni, Georgia passò due anni a sistemarne l’opera fotografica, chiuse l’ultima galleria e si trasferì definitivamente nel suo adorato ranch. Anzi, per svernare comprò un’altra casa nel vicino villaggio di Abiquiu, e questi due edifici dall’architettura elementare, del color della terra intorno, con piccole finestre nelle mura spesse le entrarono di prepotenza nella pittura insieme al paesaggio lunare che la circondava. «Ci vuole coraggio a essere pittori» diceva. «A me sembra sempre di passeggiare sulla lama di un coltello». L’audacia dell’innovazione non le era mai mancata, fin dai primi acquerelli astratti, passando per l’immagine floreale travisata, approdando all’essenzialità di linee dove finalmente la luce trionfa in tutto il suo mortale splendore nei tanti paesaggi aridi e lucenti degli anni ’40 e ’50 dove ogni tanto si affacciano di nuovo le ossa candide e i fiori che sono diventati finti, di calicò. Ora trova anche il coraggio di diventare pienamente se stessa, prendendo le distanze da quello che Stieglitz aveva voluto fare di lei.

In New Mexico

Ha superato i sessanta. Non è più, e probabilmente non è mai stata, la regina di un eros sgargiante, quale le sue rose spalancate, i suoi gigli ammiccanti – complice l’immaginario freudiano e maschilista del marito – l’avevano imposta presso il pubblico. Si fa fotografare in abiti austeri, i capelli legati stretti in una crocchia nel decor minimalista delle sue case in New Mexico. Nei video la si vede camminare con un bastone (quando sarà più vecchia), ma sempre agile nel deserto, sulle «sue» montagne. «E’ la mia montagna privata, questa. E Dio mi chiederà se ho dipinto abbastanza: l’ho fatto». E’ un dio panteistico il suo, che si confonde con quel paesaggio severo come lei, con quei colori luminosissimi e pacati, che ritroviamo nei quadri del periodo, una spiritualità che Georgia media dal pensiero orientale, ma soprattutto dalle antiche tradizioni pellerossa. E’ sola e non lo è. Non le mancano gli amici per viaggiare. E viaggia intorno al mondo, per la prima volta in aeroplano guardando il pianeta dall’alto. Una visione nuova che le suggerisce, negli anni ’60, un nuovo ciclo di magnifiche pitture, spirituali e semplici come i quadri di Rothko, ma più chiare, luminosissime. Cieli visti dall’aereo, tagliati dall’orizzonte lontano (Sky with Flat White Cloud), una strada invasa dalla neve che diventa una grande virgola scura che taglia la tela bianca (Winter Road I). Non si risparmia niente: ha più di ottant’anni quando compie per la terza volta la discesa spericolata del fiume Colorado.

Adesso le resta la dura vecchiaia, quella che «fa stridere le ossa» come diceva Virginia Woolf che aveva preferito non affrontarla, ritirandosi prima dal mondo. Ma nel 1973 – O’Keefe ha 86 anni – bussa un trentenne alla sua porta cercando lavoro. Si chiama John Bruce Hamilton, detto Juan. E’ bruno e bello, con grandi baffi che forse le ricordano Stieglitz. Georgia lo assume per qualche lavoretto e poi in pianta stabile. «E’ arrivato nel momento esatto in cui avevo bisogno di lui» rifletté. Per i detrattori è un astuto cacciatore di dote, uno spendaccione che sperpera i soldi dell’artista ricca e famosa in auto di lusso intestate a lei che lei non può guidare (è quasi cieca ormai). In ogni modo sa conquistare la piena fiducia della compagna, che forse, persino, segretamente lo sposa (un modo più sbrigativo dell’adozione per sistemarlo presso i posteri, no? E Georgia sarà cieca ma è ancora lucidissima). E’ un ceramista e la incoraggia a impegnarsi in questa arte, è onnipresente, protettivo. In pubblico lei, sempre audace, non lesina affettuosità e lui ricambia: due innamorati, o semplicemente una donna che ha finalmente realizzato il suo desiderio di maternità e un figlio che approfitta, inevitabilmente, della generosa «cecità» materna. Insieme compiono ancora una serie di bei viaggi, dalle Hawaii alla Costa Rica. Solo negli ultimi due anni di vita O’Keeffe si ferma: traslocano a Santa Fe, nella casa della famiglia di Juan dove l’artista muore a 98 anni. Come lei aveva chiesto, Juan salì sul monte Pedernal, il «suo» monte, e ne disperse al vento le ceneri. La mostra di Palazzo Cipolla propone anche la ricostruzione eccezionale dello studio dell’artista a Ghost Ranch con l’esposizione dei suoi strumenti di lavoro e alcuni oggetti personali, mentre un ampio allestimento di fotografie di celebri fotografi americani, che la ritraggono, ripercorre i momenti salienti della sua lunghissima vita.

«Quando penso alla morte» aveva detto negli ultimi mesi «l’unica cosa che mi dispiace è l’idea di non vedere più la bellezza di questo paesaggio tutt’intorno. A meno che non abbiano ragione gli indiani e il mio spirito, allora, tornerà a passeggiare qui anche dopo che me ne sarò andata».

 

 

 

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