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	<title>Il Blog di Sandra Petrignani</title>
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		<title>Polanski parla di Polanski (Giudizio Universale 17/5/12)</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 15:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Esiste il libero arbitrio o è già tutto scritto?» si chiede Roman Polanski alla fine del film-biografia che gli ha dedicato l’amico di una vita Laurent Bouzereau. La risposta non c’è, ma la domanda è ampiamente giustificata dopo un’ora e mezza di racconto, rievocazioni e riflessioni su un destino eccezionalmente tartassato dalla tragedia e illuminato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2031" class="wp-caption alignleft" style="width: 288px"><a rel="attachment wp-att-2031" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=2031"><img class="size-full wp-image-2031" title="Unknown" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/Unknown.jpeg" alt="" width="278" height="181" /></a><p class="wp-caption-text">Roman Polanski</p></div>
<p>«Esiste il libero arbitrio o è già tutto scritto?» si chiede Roman Polanski alla fine del film-biografia che gli ha dedicato l’amico di una vita Laurent Bouzereau. La risposta non c’è, ma la domanda è ampiamente giustificata dopo un’ora e mezza di racconto, rievocazioni e riflessioni su un destino eccezionalmente tartassato dalla tragedia e illuminato da colpi di scena fortunati e da veri e propri interventi salvifici della sorte.</p>
<p>L’uomo Polanski esce da questa affettuosa, conversevole intervista, ripresa nella sua casa di Gstaad in Svizzera, quella degli arresti domiciliari del 2009, come persona sensibile, delicata, ferita. Sono più d’uno i momenti di commozione, in cui rivivere le tragedie attraversate lo porta al limite delle lacrime, trattenute sull’orlo delle ciglia e dello sforzo muscolare, che gli irrigidisce il volto simpatico, eternamente birichino nonostante i capelli grigi e l’aplomb elegante da maturo gentiluomo solo sfiorato da una passata trasgressività.</p>
<p>L’operazione filmica, ovviamente concertata fra il protagonista e il mago del backstage Bouzereau (più esattamente: documentarista del <em>making of</em>), è la risposta di Polanski alle distorsioni che del suo privato ha fatto la stampa scandalistica trasformando l’indubbia «irregolarità» del suo percorso e della sua storia in colpa, e facendo di lui, sotto la suggestione di certi suoi film magnificamente inquietanti, una figura ambigua e demoniaca.</p>
<p>Sorta di testamento, dunque, presa di parola per mettere chiarezza dove è stata sparsa fumosità, ma alla fine documento di grande inossidabile personalità che la fame e la persecuzione subite nell’infanzia, la precoce perdita inconsolabile della madre nel campo di Auschwitz, l’orrendo assassinio di una moglie amata e incinta all’ottavo mese e infine la colpa ammessa di essersi approfittato sessualmente di una minorenne non hanno distrutto.</p>
<p>Dopo aver ripercorso con lui le fasi di una vita così segnata si arriva a capire come, nel suo destino, proprio la colpa abbia potuto essere finalmente espiatoria e si potrebbe scommettere che sia stata al limite necessaria, per i labirintici percorsi dell’inconscio, alla sua liberazione interiore e alla trasformazione di quel lontano ragazzino affamato e disperato e solo nell’uomo autentico ed equilibrato di oggi.</p>
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		<title>SP a Scansano il 20 aprile</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 08:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>

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		<description><![CDATA[INCONTRO ALLA BIBLIOTECA COMUNALE DI SCANSANO (GROSSETO) &#160; 0re 17.00 venerdì 20 aprile 2012 Parlerò dei miei libri, di scrittura di viaggio, autofiction, e della cosiddetta «società letteraria» di ieri e di oggi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>INCONTRO ALLA BIBLIOTECA COMUNALE DI SCANSANO (GROSSETO)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>0re 17.00</p>
<p>venerdì 20 aprile 2012</p>
<p>Parlerò dei miei libri, di scrittura di viaggio, autofiction, e della cosiddetta «società letteraria» di ieri e di oggi</p>
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		<title>Un romanzo di Stefania Scateni (Il Foglio 14/4/12)</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 08:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Forse la definizione di «autofiction» non è pertinente, anche perché non è chiarissimo cosa sia; ma Dove sono (edito da Nottetempo) primo romanzo di Stefania Scateni, che dirige le pagine culturali dell’Unità e ha già pubblicato alcuni racconti, sembra appartenere di prepotenza e con onore alla categoria. Se infatti l’autofiction è un modo di narrare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-2021" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=2021"><img class="alignleft size-full wp-image-2021" title="Scateni_Dove_cover_web2" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/Scateni_Dove_cover_web2.jpg" alt="" width="145" height="205" /></a>Forse la definizione di «autofiction» non è pertinente, anche perché non è chiarissimo cosa sia; ma <em>Dove sono </em>(edito da Nottetempo) primo romanzo di Stefania Scateni, che dirige le pagine culturali dell’Unità e ha già pubblicato alcuni racconti, sembra appartenere di prepotenza e con onore alla categoria. Se infatti l’autofiction è un modo di narrare che utilizza l’autobiografia in maniera, per così dire, creativa, senza l’obbligo di attenersi strettamente alla verità dei fatti, con questo libro ci stiamo dentro di tutto diritto. La protagonista, Chiara, ha una storia d’amore travagliata con Paolo. E’ per venirne a capo che scrive lettere che non imbuca, e l’atto mancato segnala il bisogno di farsi conoscere non tanto all’altro, quanto a se stessa. La storia che dipana viene da lontano e ha una tradizione femminile dolorosa, radici che tirano e pesano sulla protagonista, che spiegano il suo io ferito e però risoluto, la sua ribellione a un padre padrone violento.</p>
<p>«Mio padre poteva schiaffeggiarmi sul viso, in testa, sul sedere e sulle gambe. Mia madre mi tirava i capelli. Ma solo quando si arrabbiava perché non stavo ferma, la mattina, quando mi pettinava». Pur nella differenza dei due atteggiamenti, paterno e materno, Chiara racconta una dimensione familiare e sociale dove la violenza è moneta di scambio normale, diffusa, pervasiva. E’ un mondo povero e duro, contadino, dove mani femminili e maschili danno morte impietosa agli animali del cortile, oche, conigli, galline. E i bambini assistono atterriti o incantati, imparano senza essere preparati il fulmineo o lento passaggio dalla vita alla morte, l’importanza della perizia del carnefice, i diversi spasmi della sofferenza fisica, quelli più segreti del dolore psichico.</p>
<div id="attachment_2022" class="wp-caption alignleft" style="width: 143px"><a rel="attachment wp-att-2022" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=2022"><img class="size-full wp-image-2022" title="Scateni_ritratto" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/Scateni_ritratto.jpg" alt="" width="133" height="133" /></a><p class="wp-caption-text">Stefania Scateni</p></div>
<p>Sono pagine molto potenti quelle che raccontano l’apprendimento del dolore, come fra le migliori sono anche quelle che raccontano il lavoro in fabbrica delle tabacchine, operaie dalle mani delicate nel trattare le foglie. «La morte è dappertutto. La morte è. La morte dolce delle piante per esempio». La Fabbrica è un’occasione di vita e di riscatto, ma subito si rivela anch’essa come fonte di sfruttamento e pericolo, campo di concentramento dove si sviluppano sentimenti troppo in contrasto con la fatica di esistere e anche loro, quasi sempre, perdenti.</p>
<p>Eppure, così pieno di tragedia, umana e animale, <em>Dove sono</em> non è un libro triste: è un libro forte, problematico e dolce, in cui si può rispecchiare la vita di tutti nell’inevitabile processo di individuazione personale, fatto di quotidiane conquiste e sconfitte, di lucide disamine e anche, per fortuna, di illusioni, innamoramenti, scommesse su un futuro possibile: quello di Chiara, quello di ognuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><br />
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		<title>Recensione ad Antonio Debenedetti (da &#8220;L&#8217;immaginazione&#8221; gennaio/febbraio &#8217;12)</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 22:17:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è un racconto nella notevole nuova raccolta di Antonio Debenedetti, II tempo degli angeli e degli assassini, che probabilmente per l&#8217;autore non è il più significativo. È forse il più breve degli otto complessivi ed è l&#8217;unico che dà dell&#8217;umanità e della vita un&#8217;immagine minimamente rassicurante. S&#8217;intitola Sotto le ali del caso e vi s&#8217;incontrano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2009" class="wp-caption alignleft" style="width: 202px"><a rel="attachment wp-att-2009" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=2009"><img class="size-full wp-image-2009" title="Unknown" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/Unknown.jpeg" alt="" width="192" height="144" /></a><p class="wp-caption-text">Antonio Debenedetti</p></div>
<p>C&#8217;è un racconto nella notevole nuova raccolta di Antonio Debenedetti, <em>II tempo degli angeli </em>e <em>degli assassini, </em>che probabilmente per l&#8217;autore non è il più significativo. È forse il più breve degli otto complessivi ed è l&#8217;unico che dà dell&#8217;umanità e della vita un&#8217;immagine minimamente rassicurante. S&#8217;intitola <em>Sotto le ali del caso </em>e vi s&#8217;incontrano due &#8220;angeli&#8221; (quelli del titolo?), mentre altrove abbiamo una variegata risma di &#8220;assassini&#8221;, che magari non hanno ucciso nessuno, ma hanno di certo almeno tentato di umiliare qualcun altro, massacrandone in qualche modo l&#8217;anima.</p>
<p>lo ho amato molto questo racconto. Vi passa, camminando aerea per Roma, Angela, una giovane suora dalla faccia che «sembrava fatta con la mollica di pane» e vi ozia Milo Latini, lettore di tarocchi di strada, belloccio ma indifferente alla propria avvenenza, con «la giacca direttamente sulla canottiera, senza camicia» e «un foulard blu notte a pallini bianchi, annodato intorno al collo». Che rapporto hanno fra loro questi due personaggi? Qual è il loro destino di personaggi, appunto? Nessuno, apparentemente. Un incrocio di sguardi che potrebbe promettere uno sviluppo, un&#8217;attrazione appena appena avvertita e che ognuno declina a modo suo, secondo i codici del suo mondo così distante da quello dell&#8217;altro. Suor Angela è attratta dai tarocchi, ma mai oserebbe cedere alla tentazione. Milo vorrebbe regalare a quella fanciulla leggiadra e pura una rosa bianca, ma poi non lo fa «per non rovinare tutto». E così resta sospeso nella tersa aria della vecchia città dei gladiatori «scolpita in una luce di cristallo» un amore possibile, ma non vissuto, «un amore di cui nessuno aveva l&#8217;indirizzo e che non sarebbe tornato mai più».</p>
<p>Ma ecco che, mentre sto scrivendo, mi chiama Antonio in persona e discutiamo un po&#8217; al telefono dei suoi racconti e mi fa notare che di angeli nel suo libro ce n&#8217;è un altro: Sergio Cortopassi, di professione attore, protagonista assoluto de &#8220;Il criceto, la tartaruga e Anton Cechov&#8221;. E vero! Anche Cortopassi, «sinqle come la masturbazione, come un letto a una piazza e come l&#8217;io di quelle poesie che non chiedono nemmeno di venire scritte» è uno che non fa male a nessuno. Delle sue ambizioni e del metodo Stanislavskij non è rimasta che la capacità di restare immobile, travestito da Statua della Libertà, sotto lo sguardo, più stupito che ammirato, di un pubblico di passanti. E anche questo è un piccolo miracolo da angelo degradato e infimo, ma pur sempre creatura fatta con la pasta della bontà. Se non mi ero accorta da sola che Cortopassi, come suor Angela e Milo Latini, è creatura angelica nell&#8217;universo debenedettiano, è perché l&#8217;autore a lui riserva (ma non alla suorina e al lettore di tarocchi!) quel suo sguardo privo di misericordia, diciamolo pure: cattivo, sarcastico e diabolicamente critico, che è la sua cifra caustica, irriverente, persino divertente, in questi come nei suoi precedenti racconti. Debenedetti Antonio, infatti, ha dell&#8217;umanità un&#8217;idea molto poco romantica, priva di illusioni, sfrenatamente realistica, così realistica che per mostrarne tutta l&#8217;ignominia accede a un iperrealismo che sconfina nel metafisico, nel visionario, in un&#8217;oltranza tutta sua da capogiro.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-2015" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=2015"><img class="alignleft size-medium wp-image-2015" title="386522_O" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/386522_O-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>lo, che sono a mio modo un&#8217;«anima candida» (con tutto il peggio che questa definizione comporta) mi trovo spesso spiazzata, irritata, offesa persino, dall&#8217;orrore psicologico degli esseri umani che la narrativa di Debenedetti mi rivela senza pietà e senza sconti. Di fronte a certe incarnazioni del diavolo, come &#8220;L&#8217;incantatore&#8221;, per dire, tal Saverio Jandoli «astro emergente d&#8217;una Roma intellettuale in bilico fra prima e seconda Repubblica», rifuggo piena di amarezza sperando che sia solo creatura letteraria là dove a ogni riga mi vedo costretta ad ammettere che meglio di come fa Antonio Debenedetti non si potrebbe descrivere l&#8217;abiezione esistenziale e intellettuale di un seduttore narciso e arrivista, capace di triturare esistenze ed equilibri altrui al solo scopo di esercitare un suo particolare primato: quello di poter insudiciare ogni cosa (donna) che tocca quanto è sudicia e irrecuperabile la sua propria essenza, morbosa e priva di ogni eroica grandezza anche nel male. E &#8220;L&#8217;incantatore&#8221; è senza dubbio un apice in questa raccolta, che per altro non conosce cadute, dove si celebra la vendetta, ancora una volta iperrealistica o metafisica che dir si voglia, di una vittima, Wilma, sul corrotto protagonista. Non sappiamo se Wilma è se stessa in carne e ossa o una visione di Jandoli o il diavolo in persona sotto false sembianze. Comunque agisce in modo criminale, con questo perdendo il suo status di vittima perché passa dalla parte degli «assassini». Dunque non si illuda il lettore di trovare l&#8217;atteso riscatto, di poter tirare un desiderato sospiro di soddisfazione. L&#8217;amaro che l&#8217;autore gli ha scavato dentro con il racconto delle malefatte di Jandoli non si scioglierà come neve al sole perché «giustizia è fatta», come si dice. Giustizia non è mai fatta in questo universo buio e disgraziato. La giustizia, ammesso che esista, appartiene a un sopramondo al quale queste creature non possono attingere, nessuna esclusa. E scavando un po&#8217; nella biografia dell&#8217;autore si potrebbe in questo intravedere il suo conflitto di cristiano che non ha, forse, il dono della fede, quel dono che rende più sopportabile la traversata della vita e della terra.</p>
<p>Ma ora, per concludere, proverò a dire come mai mi è sembrato importante aprire questa mia riflessione con il racconto che, unico, mi è sembrato una piccola oasi in mezzo al deserto assetato, dove Antonio si è concesso un sorriso vero, senza retrogusti sardonici e anche la città da lui amata e tanto spesso descritta nei suoi libri in tutto il suo degrado, Roma, vi appare lucente, abitabile, paradisiaca. Dunque, sapete come si dice in psicanalisi, che per capire cosa sia la norma (ammesso che esista qualcosa che le somigli) bisogna analizzare i casi limite? Beh, in questi racconti bisogna praticare un capovolgimento: il caso limite è quello positivo di &#8220;Sotto le ali del caso&#8221; ed è alla luce della sua serenità, gentilezza, gratuità che si rivela la norma di una natura umana spregiudicata e meschina, avida e intrallazzona, egoista fino a lambire, o a precipitare dentro, le tante possibili tonalità del crimine.</p>
<p>Per parte mia continuerò a illudermi che le cose non stanno così, che l&#8217;essere umano è sostanzialmente buono e che solo le circostanze ne fanno la belva anaffettiva che appare ovunque e costantemente (non solo in questi racconti). Ma certo, attingendo a quel po&#8217; di realismo che è persino in me e, soprattutto, guardando il mondo che ci circonda, temo di dover ammettere che raramente la letteratura ha saputo disegnare della società contemporanea un ritratto più onestamente veritiero e somigliante.</p>
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		<title>Le Ciliegine di Laura Morante (Giudizio Universale 13/4/12)</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 19:28:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che il film d’esordio di Laura Morante, Ciliegine, esprima un punto di vista tutto femminile, mettendo per una volta gli uomini all’angolo, non disturba per nulla una spettatrice come me piuttosto stanca, quando non esasperata, dagli stereotipi del personaggio-donna offerto dalla tv, da certo cinema e anche da un bel po’ di narrativa (non solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2002" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-2002" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=2002"><img class="size-medium wp-image-2002" title="laura-morante_pascal" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/laura-morante_pascal-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Laura Morante con Pascal Elbé</p></div>
<p>Che il film d’esordio di Laura Morante, <em>Ciliegine</em>, esprima un punto di vista tutto femminile, mettendo per una volta gli uomini all’angolo, non disturba per nulla una spettatrice come me piuttosto stanca, quando non esasperata, dagli stereotipi del personaggio-donna offerto dalla tv, da certo cinema e anche da un bel po’ di narrativa (non solo a firma maschile) contemporanei.  Si può persino dire che il pregio di questa commedia sentimentale sia anche il suo difetto: insomma gli uomini sono funzioni del racconto, niente di più, manichini utili all’evolversi della storia che non hanno nessun appeal sull’autrice (e forse persino sulla protagonista del film, Amanda &#8211; per quanto si danni di essere ”androfoba”- interpretata con verve seduttiva dalla stessa regista).   Partiamo dalla trama, esile esile ma scritta (da Morante e Daniele Costantini) con intelligenza, ironia e nessun compiacimento bozzettistico (evviva!). Amanda è una editor cólta, in polemica col proprio lavoro, con l’editoria orientata biecamente al commerciale, in breve col mondo. Ha una relazione insoddisfacente con il compagno Bertrand (Frèdèric Pierrot), di quelli che si dimenticano di tenere in frigo l’acqua minerale non gasata per la compagna &#8211; che detesta le bollicine &#8211; e che per giunta fa fuori l’unica ciliegina sulla torta contro ogni solida legge di cavalleria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>All’inizio vediamo Amanda in giro per Parigi con l’amica del cuore Florance (Isabelle Carrè), infagottata in cappottone e berretto militaresco, sbraitante contro tutto e tutti, come una novella Lucy dei Peanuts. Poi presa in un divertente malinteso che le permette di innamorarsi di Antoine (Pascal Elbe) solo perché maschio inoffensivo, in quanto gay. Ma Antoine gay non è… Fino al divertente finale chiuso in un gesto e un’occhiata della protagonista che potrebbe rimettere tutto in discussione.   Dicevamo del punto di vista femminile, che non vuol dire femminista: qui non si ride tanto degli uomini, abbandonati al loro essere amorfi senza nessun sostegno di sceneggiatura per i poveri attori, ma proprio delle donne, delle loro illusioni romantiche, della loro tendenza “complottistica”, dei loro pegiudizi (sia pure condivisibili) sui maschi e del loro vagheggiare inesistenti compagni femminei a propria immagine e somiglianza. E si ride con leggerezza liberatoria, affettuosa, complice.   Piccole sottigliezze rendono piacevole il film e lo salvano dal meccanicismo dell’impostazione: i ritratti dei due psicanalisti (Patrice Thibaud e Georges Claisse) che sanno di Woody Allen nel senso migliore e la rappresentazione dell’umanità gay, festosa, amorosa, decisiva nella soluzione della storia e ben rappresentata da un Samir Guesmi in stato di grazia.    Non so quanto Laura Morante sia stata libera, visto la produzione made in France (soprattutto), nella scelta del cast, quasi interamente francese. Ma è stata una soluzione giusta. Non si capisce perché gli attori italiani scambino, troppo spesso, la commedia con la farsa. Il cameo di Ennio Fantastichini nei panni del magnate arabo, ne è una, per fortuna lievissima, prova.</p>
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		<title>Grande mostra di Ruggero Savinio (dall&#8217;Unità, 12/4/12)</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 13:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un ritratto che gli fece lo zio Giorgio De Chirico nel 1940, vediamo Ruggero Savinio a sei anni, pensoso come se già stesse meditando sulla parte d’ombra, notturna della vita. I grandi occhi scuri, malinconici, sono già quelli di oggi, occhi che in un altro ritratto, fattogli nel ’50 dal padre Alberto Savinio, fratello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-1993" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1993"><img class="alignleft size-full wp-image-1993" title="Unknown-1" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/Unknown-1.jpeg" alt="" width="275" height="183" /></a>In un ritratto che gli fece lo zio Giorgio De Chirico nel 1940, vediamo Ruggero Savinio a sei anni, pensoso come se già stesse meditando sulla parte d’ombra, notturna della vita. I grandi occhi scuri, malinconici, sono già quelli di oggi, occhi che in un altro ritratto, fattogli nel ’50 dal padre Alberto Savinio, fratello minore di De Chirico, diventano più penetranti e gravi, molto diretti e un po’ interrogativi. Nell’elegante signore che ho di fronte adesso quegli occhi sono allontanati dagli occhiali, ma solo un poco, e la bocca, come nella lontana infanzia, è ancora serrata in una specie di broncio che non si scioglie nemmeno quando sorride. Eppure un importante progetto si è realizzato: la grande personale alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, <em>Percorsi della figura</em>, aperta fino al 27 maggio, che raccoglie sue opere dal ‘62 a oggi.</p>
<p>«Non è stato semplice ritrovare quadri di cui avevo perso le tracce» spiega “il principe Ruggero”, per citare ancora una volta il padre nella chiusa di <em>Casa “la Vita”</em> non potrei, effettivamente, pensare a pittore più principesco di lui nei modi, nell’essenzialità dei gesti, delle parole). «Ho spesso lavorato per temi e mi premeva fossero il più possibile, se non tutti, rappresentati».</p>
<p>Un percorso, il suo, che si è sviluppato controcorrente. Figurativo quando trionfavano avanguardia, astrattismo, arte povera. Ma un figurativo che non aveva niente a che vedere con il neorealismo in cui «entrava molto la politica». E non che lui fosse apolitico: «Ero di sinistra, ma non mi sono mai iscritto al Pci e questo mi nuoceva. Ma sono sempre riuscito a vivere di pittura».  E poi: «Mentirei se negassi che c’è stato un periodo in cui ho sentito molto il fastidio di essere un figurativo mentre sembrava legittimo solo l’astratto». Però non  per questo ammirava Guttuso, che anzi «nella mia giovinezza mi appariva un esempio da evitare. Solo col tempo ne ho riconosciuto la grossa statura».</p>
<div id="attachment_1994" class="wp-caption alignleft" style="width: 215px"><a rel="attachment wp-att-1994" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1994"><img class="size-full wp-image-1994" title="fiori" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/fiori.jpeg" alt="" width="205" height="246" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;Fiori&quot; di R.Savinio</p></div>
<p>I suoi riferimenti erano piuttosto Tàpies, Dubuffet, Fautrier, e fra i maestri Bonnard e Munch che diceva: «Il pittore non dipinge quel che vede, ma quel che ha visto», tanto per sistemare una volta per tutte il rapporto arte/realtà. «Poi ci sono destini molto positivi, come quelli di Balthus, Bacon, Lucian Freud, che sembrano venir fuori solo da se stessi». Mentre lui, che è cresciuto alla scuola di due geni di casa come il padre Alberto e lo zio Giorgio, che rapporto ha avuto con loro? Quanto gli è pesata questa parentela? «La prova di quanto pesino nel mio destino è che ancora oggi, che ho 77 anni e una mia vicenda autonoma riconosciuta, mi vengono ricordati. Io me la sono sistemata così: sono capisaldi, pietre miliari con cui tutti, non solo un figlio e nipote, devono fare i conti. Personalmente ho imparato molto da entrambi, anche se nessuno dei due era un didatta, ma erano incoraggianti. Mio padre mi lasciava un angolo del suo studio per lavorare e negli anni ’50 andavo a studiare nello studio di De Chirico che mi metteva a fare copie di pitture antiche: imparavo insomma i segreti del mestiere ed ero il pretesto del ricongiungimento fra loro che si erano raffreddati per motivi familiari, non certo estetici. Così, anche se poi ho studiato lettere, ho sempre saputo che avrei fatto il pittore. Mi piaceva l’antimodernismo di De Chirico che m’istillava l’amore per la tradizione, e d’altra parte mio padre mi faceva capire le ragioni della modernità». E, come il padre, Ruggero ha anche scritto narrativa, 12 libri, «ispirati sempre all’autobiogafia e alla pittura, cioè alla mia vita».</p>
<div id="attachment_1995" class="wp-caption alignleft" style="width: 269px"><a rel="attachment wp-att-1995" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1995"><img class="size-full wp-image-1995" title="Ulisse" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/04/ulisse.jpeg" alt="" width="259" height="195" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;Ulisse&quot;</p></div>
<p>Emanuele Trevi nel suo intelligente scritto sull’arte di Ruggero Savinio all’interno del catalogo della mostra, ricorda un aneddoto in cui De Chirico spronava il nipote: «Scurisci, scurisci. C’è sempre tempo a schiarire», quindi analizza come sia «il concetto di “ombra” ad accamparsi al centro della costellazione di metafore e concetti che costituisce la sua poetica» e parla di «andirivieni della figura tra luce e ombra, o tra forma e informe, o ancora tra somiglianza e dissomiglianza». Così, osservando i numerosi ritratti esposti, avvolti d’ombra o di ombre, si ha l’impressione di un dissolvimento o, viceversa, di un affiorare alla luce e all’identità delle persone raffigurate. O di fronte a uno dei quadri più belli, <em>Rodi</em>, autoritratto di padre con figli, la felicità del momento fissato (una spiaggia, un uomo disteso, due bambini che gli ruzzolano addosso) subito è minacciata dalla disintregazione del colore, del segno, persino nel viso che si sta disfacendo sotto i nostri occhi nella forma d’un teschio. E ancora, <em>Giochi d’acqua</em>, racchiude in una specie di bolla nera un piccolo universo col mare, la luna, la roccia, e la roccia sembra sul punto di prendere figura umana, ma l’idillio è racchiuso in un nero più grande, magmatico.</p>
<p>Sembra esserci in questo come un presagio sul futuro della pittura: «Ho sempre creduto nel gesto millenario, umano, del dipingere: un uomo, una tela, un pennello. Questa tradizione non è stata infranta dall’astrattismo, ma dalla civiltà digitale. E domani… chissà».</p>
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		<title>Recensione a &#8220;La stazione termale&#8221; (L&#8217;Unità, 25/3/12)</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 09:36:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1985" class="wp-caption alignleft" style="width: 106px"><a rel="attachment wp-att-1985" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1985"><img class="size-full wp-image-1985" title="Unknown" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/03/Unknown.jpeg" alt="" width="96" height="120" /></a><p class="wp-caption-text">Ginevra Bompiani</p></div>
<p>«E&#8217; terribile non essere amati, pensa l&#8217;amica pensando alla bambina, è terribile non essere primi nell&#8217;amore di nessuno». Il pensiero è di Lucia, una delle protagoniste de <em>La stazione termale</em> di Ginevra Bompiani (Sellerio): il suo universo si divide in queste due grandi categorie, i fortunati che sono stati molto amati da piccoli e quelli che non sono mai stati oggetto di tale scelta amorosa. Le dinamiche del carattere e delle relazioni adulte dipendono da questa fondamentale variante. Intorno a pensieri così, fugaci, rapidi e radicatissimi perché veri, viene tessuto un racconto enigmatico &#8211; per quanto la scrittura è limpida &#8211; dove a poco a poco lo spostamento l&#8217;una verso l&#8217;altra di tre donne di varia età, ma tutte sopra i 50, e di una bambina grande, compone un disegno segreto, bello come una ragnatela di seta, come una danza tranquilla, come lo snodarsi di una rivelazione nascosta in un mosaico nel suo farsi.</p>
<p>Giuseppina, la più anziana, estroversa e sicura della propria avvenenza passata, ma sempre attiva, si aiuta senza sensi di colpa sottoponendosi, nella stazione termale, a trattamenti corporei piacevoli e certe volte invasivi. Capisce i segreti delle altre e li rispetta tenendosi ai margini, quasi il suo mondo di molto amata non potesse interferire più di tanto con quello dolente delle amiche; può solo maternamente proteggerle, nutrirle con ottimismo e schiettezza. Ma Emma e Lucia devono vedersela da sole con la paura di invecchiare, di avere un male incurabile, di perdere uomini inutilmente adorati e non adoranti, di vincere le resistenze ideologiche verso quei trattamenti fastidiosi e illusori, capaci di prolungare per sei mesi, non uno di più, un po&#8217; di residua freschezza. «Anche i disamati conquistano la terra. Ma gli amati, come Giuseppina, la conquistano in volo; i disamati a nuoto» pensa Lucia, coscienza inquieta del gruppo.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-1986" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1986"><img class="alignleft size-medium wp-image-1986" title="Bompiani_Ginevra2" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/03/Bompiani_Ginevra2-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>Eh, sì, fa una certa differenza. Ed è quello che va valutando anche Lucy, la bambina sul crinale dell&#8217;adolescenza che vorrebbe divertirsi con i fusti intravisti in piscina, subito scomparsi, e costretta invece dalle circostanze alla compagnia adulta di donne bislacche, festose e malinconiche, attraenti, misteriose. Oscuramente avverte che sono il suo destino declinato in modi diversi e che, osservandole, potrà decidere qualcosa di sé, per sé, anche lei segnata dalla propria infanzia di figlia adottiva e proveniente da un Paese, la Cina, che le neonate femmine le getta come niente nei pozzi per far posto ai maschi.</p>
<p>La materia del libro è incandescente, i temi pesanti, pende una minaccia concreta che è la fragilità dei corpi invecchiati e la fine della vita. Come fa Ginevra Bompiani a tenere invece un passo fluttuante, una leggerezza felicemente Liberty, una lingua sobria? Un po&#8217; Robert Walser, un po&#8217; Virginia Woolf, ma soprattutto se stessa: scrittura intelligente dove tutto torna come in un bel teorema matematico e tutto però può essere improvvisamente sconvolto da una forza incontrollabile, pericolosa eppure consolante: l&#8217;erotismo. Ne sono impastati i suoi  personaggi, corpi e pensieri, in ogni gesto e in ogni sguardo, sempre in contraddizione, sempre divisi nel «vorrei e non vorrei» della Zerlina mozartiana. «Amare vuol dire dare quel che non si è mai ricevuto a qualcuno che non lo vuole» sosteneva Lacan citato in epigrafe. Oppure (lo pensa Lucia): «chi ama è in errore, mentre chi non ama è in colpa». E allora come mai risuccede ogni volta, anche fuori tempo massimo? Così, quando Lucia ed Emma si trovano sole sotto la pioggia galeotta durante una passeggiata, ecco la rivelazione dal suono vagamente zen: «Tutto può accadere, com&#8217;è bello finché nulla accade».</p>
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		<title>Sui versi di B.Frabotta (Il Foglio, 22/3/12)</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 18:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Vorrei che le avesse portate/ fin qui il vento, queste piume./ Un vento grigio sotto la mimosa./ Ma sono qui da tanto, pegno/ di un gioco di pazienza/ tra la tortora e la volpe». Cosa si potrebbe aggiungere a commento di una poesia così tersa e disperata? Dire lo strazio insopportabile della carne, del dolore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1976" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a rel="attachment wp-att-1976" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1976"><img class="size-thumbnail wp-image-1976" title="images" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/03/images1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Biancamaria Frabotta</p></div>
<p>«Vorrei che le avesse portate/ fin qui il vento, queste piume./ Un vento grigio sotto la mimosa./ Ma sono qui da tanto, pegno/ di un gioco di pazienza/ tra la tortora e la volpe». Cosa si potrebbe aggiungere a commento di una poesia così tersa e disperata? Dire lo strazio insopportabile della carne, del dolore fisico e psichico? L’indifferenza tragica della sopravvivenza a spese dell’altro? Perché la tortora è predestinata al volo, ma anche al sacrificio per il gioco affamato, o anche no, della volpe, e la volpe sarà preda del cacciatore, o anche no. E’ il caso a decidere, gli Dei o un dio bambino e capriccioso che le sbaglia tutte. Ma la poesia non ha bisogno di commento, basta a se stessa e ogni aggiunta la impoverisce, quando è poesia carnale, affettuosa, mesta, tessuta con l’autenticità di un pensiero e di una vita che scorre precisa sotto ogni verso, come questa di Biancamaria Frabotta nel libro sodo e rigoglioso dal bel titolo echeggiante che suona monito, avvertimento: <em>Da mani mortali</em> (Mondadori).</p>
<p>Poeta-giardiniera Frabotta ha sempre rapporto con la terra che manipola come gli avi, «mite terra conosciuta sin dall’infanzia, lavorata nei secoli da mani mortali» dice in un autocommento. La presenza della natura è insieme assillo e consolazione della fragile creatura viva, essa stessa, la natura, esposta alla meraviglia della luce come al tradimento delle stagioni («In campagna ogni gemma soffriva/ nel falso turgore dei getti traditi»). Ma il confine fra vita e morte è debole, slabbrato. Capita, nel rivoltolarsi della zolla che non si sappia più se a parlare, a guardare, siano i vivi o i già morti. La pervasività di questo doppio sguardo, quello dei vivi sui morti e quello dei morti sui vivi è uno dei punti di forza di questa poesia in cui gli esseri umani, gli animali, le piante sono accomunati da tanti occhi invisibili (quelli di un dio che non protegge e anzi forse si prepara a sferrare il colpo?) e descritti con una pietas dolcissima.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-1979" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1979"><img class="alignleft size-full wp-image-1979" title="404595_336910166349281_144097092297257_1013084_1705941985_n" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/03/404595_336910166349281_144097092297257_1013084_1705941985_n.jpg" alt="" width="144" height="148" /></a>Eppure allo scacco una risposta dei viventi è possibile. E’ l’amicizia, è l’attività di gesti significativi, «opere, azioni e parole, forse inutili, ma non futili» come spiega l’autrice che fa chiaro riferimento al pensiero di Hanna Arendt. Con la filosofa tedesca riflette sulla differenza fondamentale fra eternità e immortalità e sull’insolubile problema della condizione umana che riecheggia inevitabilmente lo «scalcinato muro» montaliano su cui proiettiamo solo l’ombra di «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».</p>
<p>Ma anche gli amici devono lasciare andare gli amati morti come chiede Patroclo ad Achille in un commovente «falso omerico» che blandamente deride la ubris vendicativa maschile. Ed è chiaro che Frabotta è tutta dalla parte di Patroclo, coscienza inquieta e consapevole, unico eroe di sensibilità femminea di quel bellicoso mondo classico da cui oggi di più ci allontana «lo scarso dirsi di Dio» di un’altra breve, folgorante poesia.</p>
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		<title>SP a Pavia. &#8220;Vocabolario d&#8217;autore&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2012 18:28:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>

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		<description><![CDATA[22 marzo. ore 18,30 PAVIA, Collegio Ghislieri. Sala San Pio VOCABOLARIO D&#8217;AUTORE La parola che ho scelto è VIAGGIO. Mi hanno preceduta Antonio MORESCO con la parola &#8220;Esordio&#8221; e Gaetano CAPPELLI con &#8220;Fallimento&#8221;)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-1968" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1968"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1968" title="ultima" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/03/ultima-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>22 marzo. ore 18,30</p>
<p>PAVIA, Collegio Ghislieri. Sala San Pio</p>
<p>VOCABOLARIO D&#8217;AUTORE</p>
<p>La parola che ho scelto è VIAGGIO.</p>
<p>Mi hanno preceduta Antonio MORESCO con la parola &#8220;Esordio&#8221; e Gaetano CAPPELLI con &#8220;Fallimento&#8221;)</p>
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		<title>Sconsiglio cinematografico (su Giudizio Universale dal 29/2/12)</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 20:16:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandra Petrignani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Matteo Rovere è un giovane regista attratto dalle ragazze cattive, belle secondo schemi televisivi, ricche e senz’anima. Ne ha dato prova in un precedente film, il suo primo, Un gioco da ragazze (per dovere di cronaca dichiaro che non l’ho visto, ma la trama parla chiaro). Ora, decidendo di portare sullo schermo Gli sfiorati, tratto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1961" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-1961" href="http://www.sandrapetrignani.it/blog/?attachment_id=1961"><img class="size-medium wp-image-1961" title="images" src="http://www.sandrapetrignani.it/blog/wp-content/uploads/2012/03/images-300x154.jpg" alt="" width="300" height="154" /></a><p class="wp-caption-text">Il manifesto del film</p></div>
<p>Matteo Rovere è un giovane regista attratto dalle ragazze cattive, belle secondo schemi televisivi, ricche e senz’anima. Ne ha dato prova in un precedente film, il suo primo, <em>Un gioco da ragazze</em> (per dovere di cronaca dichiaro che non l’ho visto, ma la trama parla chiaro). Ora, decidendo di portare sullo schermo <em>Gli sfiorati</em>, tratto da un romanzo di Sandro Veronesi del 1990, sembra che di quel racconto lo abbia intrigato proprio il lato più debole: un’idea del femminile che non è certo la parte migliore del libro. Un’idea da fumetto per soli uomini, per capirci, senza la grandezza di un’ossessione abnorme felliniana, ma tutta ricalcata su stereotipi plastificati.</p>
<p>Il problema, poi, è che lo stereotipo dilaga anche sugli altri personaggi, sicché la <em>sfiorata</em> protagonista Belinda (una rifattissima – ma perché? &#8211; Miriam Giovanelli) avrà buon gioco a risucchiare nel proprio universo tutto culetto-tosto-dentro-perenni-mutandine-esposte e dito-in-bocca, ingenua caricatura di Lolita senza nemmeno l’ombra del suo sconfinato charme, il fratellastro Mète, perdutamente innamorato di lei anche se è l’unico a non rendersene conto. Ma già, è uno <em>sfiorato</em> anche lui, quindi non capisce niente né di sé né degli altri.</p>
<p>Mète (Andrea Bosca) ha poi due amici, uno buono (Claudio Santamaria) e uno cattivo (Michele Riondino) costretti senza sfumature a fare per tutto il film uno lo sfigato e uno il figlio di buona donna. Rimane comunque misterioso il perché quello buono frequenti gli altri due con cui non ha evidentemente niente a che spartire, visto che anche Mète, oltre a una perenne aria da bel tenebroso molto problematico, non punge per fascino, intelligenza, sensibilità o simili delizie che sono il sale del carattere umano come delle sue rappresentazioni artistiche.</p>
<p>E a proposito di charme, la delusione più grande viene da Asia Argento, o meglio dal suo personaggio, che entrando in scena con prodigioso scuoter di capelli, camminata regale, sguardo predace eppur malinconico in grado di spandere finalmente vero eros, precipita in un insopportabile crescendo di luoghi comuni  nonappena costretta a pronunciare (urlando) le battute da fasullissima femminista che gli sceneggiatori Laura Paolucci, Francesco Piccolo e lo stesso Rovere hanno cucito per lei. Una macchietta ridicola, più che grottesca, in un film che, mi pare, le ha sbagliate tutte. Tranne forse l’operazione di marketing, sinergica combinazione ampiamente pubblicizzata dell’uscita per Fandango Cinema in concomitanza con la riedizione del romanzo per Fandango libri.</p>
<p>Restano ancora due elementi, volendo, da trattare: Roma, che nelle intenzioni di Veronesi è la vera protagonista della storia, e l’uso della musica. Roma effettivamente è molto presente nelle immagini, la Roma vuota, splendida, tutta mattoni rossi e baretti deliziosi che ci sognamo dalla mattina alla sera noi che, vivendoci, ci scontriamo con le sue inefficienze, i suoi clacson, sporcizie e ingorghi quotidiani. Quanto alla colonna sonora, è sottolineatura dei sentimenti dei personaggi e così ci tocca, durante una fondamentale scopata, ascoltarla diminuire per fare pendant con le remore del protagonista, e rinnalzarsi per spingerlo a compiere la sua performance. Una trovata veramente romantica. Mai quanto la trovata del finale, quando la famigliastra di Mète, riunita allegrissimamente in macchina e scorazzante per la suddetta Roma, non si tiene dal cantare a squarciagola in coro sgangherato una canzone di Ramazzotti. Qui però mi appello al V emendamento e mi taccio.</p>
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