Arrivo a Hong Kong in treno da Canton, due ore per 135 km, in orario. Sono emozionata, come la prima volta che vidi New York, come quando arrivi finalmente in una città leggendaria, sognata per anni. Le aspettative sono alte, insomma, anche se so perfettamente che vedere Hong Kong nel 2011 non è come averla vista, diciamo, una trentina, anche venti anni fa. Conosco troppo bene l’Oriente e i suoi scempi per farmi illusioni. Sarà rimasto in piedi qualcosa del mito?

Così scendo dal treno e m’infilo in un taxi, di quelli rossi e bianchi uguali nel tempo, con la guida a destra che sembra di stare ancora sotto il dominio inglese. E finalmente i tassisti un po’ d’inglese – soltanto un po’-  lo parlano e sono gentili, si fanno in quattro per capirti. Non come nella “vera” Cina, dove se non gli mostri subito l’indirizzo scritto in ideogrammi, ti fanno scendere senza complimenti. Il traffico è fuori misura, asfissiante. Ti chiedi come farai a emergerne e intanto, procedendo a passo di lumaca per strade e stradine, ti senti il peso dei grattacieli addosso, la baraonda di gente, scritte, negozi dentro i cinque sensi, tutti e cinque insieme, un inferno.

Anche in albergo, una volta chiusa la porta della camera, non è proprio che si tira un sospiro di sollievo. Forse perché l’hotel non è un cinque stelle, la stanza – pur provvista di tutto, dalla Tv al collegamento wifi libero – è piccolissima, una scatoletta panoramica in cima a un grattacielo, in cima a una collina. Non mi piace stare così in alto e, no, non è un’impressione: sono giornate ventose e la stanza oscilla con l’edificio. Un senso si instabilità anche quando dormo si estende, nella mia immaginazione, a tutta la città, ne diviene simbolo e rappresentazione.

Dunque mi butto subito nel groviglio di vicoli, scalinate, scale mobili, gallerie a vetrata, aeree, per pedoni che attraversano le strade da un edificio all’altro: una ragnatela di scorciatoie in cui è facilissimo perdersi, ma che permette di percorrere la città evitando caos e frastuono. In mezz’ora (compresi gli errori di itinerario) arrivo al porto, allo Star Ferry, e m’imbarco per Kowloon, la parte di Hong Kong sulla terraferma, di fronte all’isola. Perché Hong Kong ha la particolarità di essere due in una: l’isola tutta dislivelli e la piatta Kowloon da cui ti godi lo spettacolo di uno dei più impressionanti skyline del mondo, una silhouette frastagliatissima, colorata, un cityscape molto sorridente. Ma basta questo per far pace con una metropoli iperconsumista dove i camminamenti pedonali non fanno che vomitarti da un centro commerciale all’altro, lussuosi e sterminati? Le griffe più famose del pianeta propongono uno via l’altro negozi che sono appartamenti trasparenti, a volte interi palazzi. Ristoranti semplici o chic (e che costano in genere molto poco) propongono le cucine di ogni paese. Decor modernissimi negli interni dei grattacieli, percorsi da ragazze sofisticate e manager frettolosi, fanno da vertiginoso contraltare agli esterni vecchiotti, zeppi di mercatini, in cui oziano e trafficano cinesi di stampo tradizionale, quelli che nei parchi ancora praticano con lentezza ipnotica il Tai-chi Chuan.

Sul traghetto per Kowloon l’atmosfera, invece, è familiare. Sarà il mare, l’ondeggiare tranquillo della barca, il cigolio del legno, i gesti antichi dei marinai: il lancio preciso della fune all’attracco, lo sferragliare della grata che si apre per permettere ai passeggeri di scendere. Non vedo i manager incravattati e le bellissime in minigonna. Forse non usano il traghetto. Per andare a Kowloon scelgono i tunnel che attraversano lo stretto sottacqua, dove finalmente le macchine possono sfrecciare nella superstrada a più corsie. Oppure vanno in motoscafo e passano da una riva all’altra in un soffio. I giovani a Hong Kong hanno sempre fretta, se chiedi un’indicazione, te la danno continuando a camminare.

Purtroppo la traversata dura poco anche in traghetto, ma io ci torno e ci ritorno. Mi dirigo all’incrocio fra Salisbury e Nathan road dove sorge l’albergo più antico e fascinoso di tutta Hong Kong, il Peninsula, che mi ricorda il Taj Mahal Hotel di Bombay con i suoi ambienti coloniali, i marmi, la ricchezza ovattata. Naturalmente anche qui, nei sotterranei dell’Arcade, non si sfugge allo shopping: un centinaio di negozi, soprattutto gioiellerie, offrono abbaglianti souvenir per generosi nababbi e signore che vendono care le loro prestazioni. Quando un giorno mi spingo fino al lontano Jade Market, mi commuovo di tenerezza per le affollate bancarelle da cui la modernità è distante come la terra dal sole, stracolme di giade forse vere, forse finte, riconoscibili solo agli intenditori. Finirò per comprarmi una ciambellina verde infilata in un cordoncino rosso, che mi convinco essere giada e non vetro, dato il prezzo, e dovrà portarmi fortuna.

Una sera, con la mia giada al collo, prendo il tranvetto antidiluviano, tutto scricchiolii di legno fine ottocento, e salgo al Victoria Peak. Mi aspetto di vedere quello che ho già visto mille volte in fotografia: uno spettacolare panorama dall’alto della foresta di grattacieli illuminati, piantati fitti dalla collina alla baia, uno diverso dall’altro. La forma minacciosa dei paesaggi alla Blade Runner. Ritengo di conoscere abbastanza Americhe del Nord e del Sud e tanti Orienti lanciati verso sciagurate speculazioni edilizie per farmi meravigliare più di tanto. Invece l’emozione mi sorprende prima di arrivare in vetta. Mi taglia il respiro. La cremagliera sfrigola e sale. Il treno passa stretto dentro pareti di edifici altissimi che ci guardi dentro, nelle finestre. Vedi la vita della gente dentro gli appartamenti, dentro i grattacieli che sembrano pioverci addosso vicinissimi. Li vedi, dalla posizione in arrampicamento del trenino, come fossero piantati storti sulle fondamenta e in procinto di crollare, come replicanti torri di Pisa giganti, troppo inclinate e in bilico. Sbarchiamo, io e gli altri passeggeri, instabili sulle ginocchia. Stentiamo a riprendere la normale posizione verticale. E ancora non sappiamo cosa ci aspetta.

Sì, uno l’ha vista al cinema e in cartolina, ma la Hong Kong dalle mille luci che saetta i suoi alti palazzi dall’acqua al cielo nel buio della notte, nel silenzio del Picco con le sue terrazzette fra gli alberi, i suoi bisbigli, i canti di misteriosi usignoli (veri, registrati?), è la visione più clamorosa che una città moderna, eppure già antica nella sua modernità, possa offrire, l’indicibile epifania di un nuovo senso del sacro.