Ferragosto in Maremma

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25lug

Il 14 agosto nella località La Parrina (Albinia) presentazione di E in mezzo il fiume organizzata dalla libreria Bastogi di Orbetello. Interviene con l’autrice la poetessa Biancamaria Frabotta. Ore 19. Segue aperitivo.
«E’ necessario innamorarsi profondamente di Roma per ricordarsi del Tevere, per riconoscerlo come il sangue nelle sue vene»

“E in mezzo il fiume” a Giove

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25lug

Il 3 ottobre, nella biblioteca di Giove (Terni) presentazione e reading di “E in mezzo il fiume”

E in mezzo il fiume (da Il Foglio, 13 luglio 2010)

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13lug

A Roma scorre un fiume, ma non è detto che il romano se ne accorga, scrive Sandra Petrignani nel suo libro che, a partire dal fiume di Roma, un po’ racconta un po’ intervista un po’ riflette un po’ ricorda un po’ osserva un po’ percorre. Il fiume a Roma è presente ma nascosto, indispensabile ma discreto. La sua rive gauche, Trastevere, in realtà è a destra, perché il fiume scorre da nord a sud, a differenza della Senna che solca la Francia da sud a nord. Per ricordarsi del fiume, a Roma, per non superarlo “zoccolando” in ciabatte senza pensare alle guerre combattute lungo le sue sponde, non basta guardarlo. E’ lì, ma è come se non ci fosse. E’ lì, ma è stato domato dagli argini. E’ lì, ma sembra infischiarsene delle armi di chissà quale battaglia e delle monete antiche che ancora custodisce. E’ lì, ma non ha più nulla della belva dormiente che allagava i piccoli porti che sorgevano sulle sue rive, regalando a Trastevere l’anima del marinaio. Per ricordarsi il fiume, a Roma, bisogna essersi prima innamorati di Roma.
Solo allora si potrà capire il vagabondo che si è perso a un certo punto della sua vita, dopo gli studi in Svizzera, e ora ciondola nei vicoli pensando che ammazzarsi è peccato ma se qualcuno ti ammazza in fondo male non fa. Solo allora si potrà capire la scrittrice che, camminando da piazza Trilussa a piazza Venezia, ha l’impressione di passare, con una barchetta, dal golfo placido alle onde furiose di macchine e motorini. Solo allora si sentirà la nostalgia delle vecchie sigaraie, della spezieria nascosta, di quel centro città che non ha l’arroganza del centro città, del rumore di carrozza sul sanpietrino (sostituito ora dalle rotelle del trolley da turista). C’era, a Trastevere, la legge crudele che permetteva di vessare l’ultimo milanese arrivato fino a completa sottomissione alla vita del quartiere. C’era l’attrice regale con i suoi cani. C’erano la bottega e lo scantinato da concerto; Pasolini e Bertolucci, Pivano e Moravia, i giovani squattrinati e i nuovi ricchi pronti a sfrattare i vecchi abitanti, Lidia Ravera da giovane e le prostitute anziane, l’oste e le comari della piazza. Il poeta e il piccolo delinquente, l’americana pazza e le ragazze che dal Gianicolo salutavano i carcerati.
Se poi con l’autrice si attraversa il ponte – uno dei tanti ponti, non prima di averli guardati da sotto durante una passeggiata in bicicletta – ci si ritrova “di là”, nel centro-centro che per un po’ continua ad assumere un’aria trasteverina oltre l’isola a forma di nave dove oggi sorge l’ospedale. Non si sa quale storia sia vera, per l’isola e per i vicoli del ghetto di cui i Mattei custodivano le chiavi. Non si sa quale storia sia vera per la sinagoga che, nella luce della sera, sembra “un grande paralume”. Ognuno lungo il Tevere racconta la sua storia, e l’autrice non ne scarta nessuna, neanche il pettegolezzo sul nobile scapestrato che per amore cambiò il volto alla fontana delle Tartarughe. Di là dal fiume c’è una ferita, dicono i romani di nascita e d’adozione che non sopportano i tavolini di Campo de’ Fiori, di là dal fiume svettano cupole e, più a sud, imperversano i registi. Ostiense e Testaccio, i ricordi di Ozpetek e lo strascico sessantottino di Moretti, il gazometro e la rosticceria. Da quel “di là” non si può che tornare “di qua”, nella Trastevere profonda che fa a gara a sentirsi più “noantra” di quella oltre la piazza e in fondo si sente sola come la vecchietta che preferiva la fame e la miseria a quell’isolamento forzato nel mare di ubriachi più soli di lei. E alla fine, seguendo Sandra Petrignani, ci si incapriccia del giro in bus a due piani; dove forse suona meno strana la storia del Papa irritato per il suono scomposto delle campane (da cui nacque l’abitudine del cannone romano di mezzogiorno).

Presentazione di “E in mezzo il fiume”

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02lug

Mercoledì 14 luglio alle 19, a Roma, nel giardino della Casa delle Letterature, piazza dell’Orologio 3 (fra Chiesa Nuova e piazza Navona).
Presenta Filippo Ceccarelli, giornalista della “Repubblica”, intervengono un po’ di amici presenti nel libro, e io leggerò qualche brano

CONTO ALLA ROVESCIA

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16giu


Esce a fine giugno: E IN MEZZO IL FIUME. A PIEDI NEI DUE CENTRI DI ROMA
Ritratto di Trastevere, dove vivo, e dell’altra sponda: Ghetto, Campo de’Fiori, Testaccio, Isola Tiberina. Soprattutto molti andirivieni sui ponti. Insomma un libro di viaggio, anzi di piccolissimi “viaggi” da una riva all’altra , da sola o in compagnia di persone, note o sconosciute, che vi sorprenderanno
(Laterza, collana Contromano)

Ingeborg Bachmann e Paul Celan, un amore impossibile (dall’Unità 15 giugno 2010)

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15giu

Celan con la moglie Gisèle

«Io ho, poi, guardato ancora una volta dal treno, anche tu ti sei voltata a guardare, ma io ero troppo lontano»: è il 9 dicembre del 1957. Paul Celan scrive questa lettera a Ingeborg Bachmann e dice tutto del loro rapporto, la sintonia, la vicinanza e l’impossibilità di stare insieme. Lui è «troppo lontano» perché è lontano da tutto, ferito in modo inguaribile. Non c’è amore, amicizia, matrimonio che possa sanare la sua colpa: è sopravvissuto allo sterminio degli ebrei. Suo padre, sua madre sono morti in un lager. Lui è riuscito a fuggire e ha lasciato per sempre la terra delle origini, la Romania.Ingeborg e Paul
Al tempo di quella lettera Ingeborg e Paul sono già due fra i più grandi poeti della loro generazione. Lei ha 31 anni, lui ne ha appena compiuti 37. Sono insieme per la seconda volta nella vita, anche se Paul, cinque anni prima, a Parigi, dove si è definitivamente trasferito, ha sposato la pittrice Gisèle de Lestrange da cui ha avuto un figlio. La prima volta era stato nel ’48 a Vienna. Ingeborg aveva poco più di vent’anni, era una giovane donna romantica (ne resta testimonianza in un’altra breve raccolta di lettere al suo primo amore, Lettere a Felician, edita da Nottetempo come l’appena uscito Troviamo le parole, epistolario fra Ingeborg Bachmann e Paul Celan). Ma il loro è un amore impossibile, «uno dei più drammatici capitoli della storia della letteratura» scrivono i curatori Hans Höller e Andrea Stoll e, per quel che riguarda la Bachmann, una storia d’amore «non ancora ricostruita con rigore e coerenza in tutto il suo spessore storico-letterario» proprio alla luce dell’enorme influenza che su di lei esercitò la poesia di Celan (e fu vero anche il contrario: se non riuscirono ad amarsi sulla terra, il legame fra i due si sviluppò sotterraneamente in un riconoscibile contrappunto che affiora nelle opere).
Forse nuova luce verrà da un convegno e da una mostra documentaria e fotografica che si terranno nei pomeriggi di oggi e domani a Roma in Villa Sciarra-Wurtz, al Gianicolo. Spiega Ginevra Bompiani, editore della Nottetempo, che farà domani un intervento al convegno: «Hanno sicuramente pesato moltissimo l’uno nella vita dell’altro, e non solo da un punto di vista letterario. Però erano due personalità molto fragili, che non riuscivano a sostenersi reciprocamente. E infatti poterono avere relazioni più durature lui con Gisèle, lei con lo scrittore Max Frisch, che erano caratteri ben più saldi». Non è un caso che, quando quelle storie finirono, Paul Celan si suicidò gettandosi nella Senna (il 20 aprile 1970) e Ingeborg Bachmann (1962) cominciò a inanellare ricoveri in una serie di cliniche per malattie psichiche sviluppando per il resto della sua vita una forte dipendenza da alcol e psicofarmaci.
Avendo conosciuto a Roma la Bachmann negli anni sessanta, Ginevra Bompiani ha molti ricordi personali della scrittrice austriaca. «La sua fragilità, l’assoluta inadeguatezza per la vita pratica ti colpivano subito in lei. Ma insieme era circondata da un’aura che, anche a non aver letto un rigo della sua opera (non era ancora tradotta in Italia), coglievi al volo. Era delicata, timida, ma anche molto socievole. Un giorno andai a trovarla nel suo appartamento di via Giulia, con Giorgio Agamben (era la fine di gennaio del ’67), e la trovammo stravolta: “Un mio amico ha tentato di suicidarsi” ci disse». L’amico era Paul Celan. Prima di tentare il suicidio aveva aggredito e tentato di uccidere Gisèle (e avrebbe provato a rifarlo anche due anni dopo).
Paul e Ingeborg non si sentivano più dal ’63, quando la grave paranoia che lo affliggeva aveva coinvolto e distrutto anche i rapporti più profondi. Un’assurda vicenda di plagio, di cui era stato ridicolmente accusato, e alcune recensioni negative in cui aveva scorto l’eco dell’antisemitismo, erano nel suo delirio diventati il segno di un generale complotto contro di lui. Il fatto che amici come Ingeborg, Frisch, Heinrich Böll e altri cercassero di farlo ragionare e non prendessero sempre e comunque le sue difese si trasformò ai suoi occhi nella prova di un imperdonabile tradimento ai danni della Poesia e della Memoria per inseguire il successo personale. E i ripetuti tentativi della Bachmann di giustificarlo e schierarsi sia pure debolmente dalla sua parte, dovettero gravare pesantemente persino sulla relazione con il compagno, Max Frisch, minandone una sempre complicata convivenza.
Di tutto il caotico intrigo di relazioni, discussioni, tentativi di recupero, maledizioni, allontanamenti si coglie un poderoso, avvincente riflesso nel libro Troviamo le parole. E qualcosa anche in un altro libro, tradotto da poco dalla Guanda, La follia dell’assoluto. Vita di Ingeborg Bachmann, di Hans Höller, che più di una biografia, è una precisissima ricostruzione dei temi principali dell’opera di Bachmann nel loro rapporto con i fatti della vita. Fatti sentimentali, politici, storici. Il peso che sugli scrittori tedeschi e austriaci del dopoguerra ebbe il cosiddetto «complesso dei padri» compromessi col nazismo, il profondo senso di colpa di essere, sia pure innocenti, eredi di una tradizione «colpevole». Una generazione che cercò di ritrovarsi, senza sempre riuscirci e pagando un prezzo in molti casi altissimo, nella lingua tedesca comune.

Max Frisch


Scriveva Paul Celan nel 1958, in un discorso a Brema, in occasione di un premio letterario: «Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua». E, come sostiene Höller, anche la Bachmann cercò sempre «di salvare una patria nella parola». A costo di perdere se stessi. Nella notte fra il 26 e il 27 settembre del ’73, Ingeborg si addormentò con la sigaretta accesa e prese fuoco. Aggravò l’incidente gettandosi nella vasca da bagno riempita d’acqua fredda. Si spense il 17 ottobre. Morte accidentale o forse, una specie, anche il suo, di dilazionato suicidio?

SP al Napoliteatrofestival

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08giu

Cominciano venerdì 11 giugno a Napoli in vari foyer dei teatri della città le rappresentazioni-happening di “Grandi speranze”, la mia mini-pièce scritta per la rassegna “L’attesa”.
Venerdì 18 si terrà la conferenza stampa con tutti gli autori coinvolti (Milena Agus, Vincenzo Consolo, Ivan Cotroneo, Andrea De Carlo, Paolo Di Paolo, Dacia Maraini, Maria Pace Ottieri, io, Pulsatilla, Elisabetta Rasy), alle 12, nel Pan (il Palazzo delle Arti di Napoli) e nella stessa giornata, alle 21.30, “Grandi speranze” sarà rappresentato nel foyer del San Carlo.
Ci sarò.
Esiste anche un libro, in uscita contemporaneamente agli eventi, che raccoglie questi dieci lavori teatrali; “L’attesa”, edito da Bompiani.

Un’intervista di Riccardo Limongi sul mio “Grandi speranze” al Napoliteatrofestival in giugno (da http://www.teatro.org/rubriche/attesa_2010/)

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07giu

Foto di P. Comegna

Una signora della scrittura scende per strada fra la gente in fila, entra nell’Attesa fra sguardi pazienti ed impazienti, fra l’indugio e quella breve sospensione del tempo che si vive in una fila a teatro come alle poste, ad una biglietteria come ad una fermata di metropolitana, ed inserisce in quello spazio i suoi personaggi come se fossero semplici appartenenti a quella stessa fila, crea qualche minuto di sovrapposizione della letteratura alla realtà tale che molti forse restano col dubbio che quei personaggi non siano tali, ma compartecipi della stessa Attesa.

Quella signora è Sandra Petrignani, madre napoletana e padre romano, una vita trascorsa ad affrontare ogni possibile genere letterario, autrice di Grandi speranze, una delle rappresentazioni a sorpresa che saranno “messe in scena” senza altra scena che la gente fra cui saranno amalgamati gli attori.

La incontriamo pochi giorni prima di questo esperimento del Teatro Festival, sentendoci quasi come in attesa dell’attesa, e proviamo a tracciare il percorso che l’ha portata ad immaginare la sua scena.

Quale rapporto ha con la scrittura drammaturgica, e come la colloca rispetto alla narrativa?

Mi piace molto e in qualche modo mi rilassa. Dal punto di vista della costruzione per me la narrativa equivale a un grossa architettura, mentre la scrittura drammaturgica richiede l’invenzione di un “interno”. Mi diverte anche molto. E mi costringe a un più diretto confronto con la realtà quotidiana.

Il senso dell’Attesa: quali potenzialità nasconde questa sensazione, e come l’affronta nella sua scrittura?

Ho legato l’idea al luogo che ho scelto: il foyer di un teatro, quel tempo morto che passa fra il nostro arrivo in teatro e l’inizio della rappresentazione. Nella mia pièce, per uno scherzo della vita, il tempo morto si trasforma in un tempo decisivo che mette il protagonista ai ferri corti col passato e con l’immediato futuro. Incontra il grande amore dei suoi vent’anni che, in un momento cruciale della sua giovinezza, l’aveva lasciato solo a scommettere sulla sua vocazione umanitaria prima condivisa. I due destini si confrontano di nuovo in quel foyer e fanno conti impossibili col presente sotto la minaccia di un terzo personaggio, la moglie di lui, inevitabilmente gelosa e ignara di cosa realmente stia accadendo. Il tutto sotto un’altra comune minaccia: l’attesa è breve e bisognerà decidere rapidamente perché lo spettacolo sta per cominciare.

Quale relazione pensa che sia possibile tracciare tra Napoli e l’Attesa?

A me Napoli dà l’impressione di una città dove nessuno aspetta niente. Da un lato vanno tutti tremendamente di fretta, dall’altro la gente si porta addosso una specie di rassegnazione al ritardo, all’ostacolo, all’imprevisto fastidioso. Attendere è una necessità e una maledizione di cui Napoli sembra non voler tener conto.

“Grandi Speranze” potrebbe ricordare una frase di Guido Gozzano – non amo che le rose che non colsi – : ferma il tempo nel momento in cui arriva la tentazione di riprendere i fili della propria vita nel punto in cui crediamo che ci sia stata la cesura determinante, quella alla quale imputare le nostre insoddisfazioni dell’oggi… cosa succede in quell’istante?

Succede lo scacco. Non tenere conto del presente è impraticabile. Il presente è l’unica realtà. E succede, sempre e comunque, che le grandi attese o speranze o illusioni della giovinezza non siano mantenute, in un modo o nell’altro, persino quando una vita benevola ci vizia facendoci vincere le nostre scommesse. Qualsiasi scelta facciamo, anche se si rivela giusta, ci lascia l’amaro di quel che non abbiamo scelto e un inesorabile, sardonico punto di domanda: cosa sarebbe stato di noi se avessimo percorso l’altra strada? Qui, poi, le cose si complicano perché i due ex innamorati avevano condiviso un grande sogno: partire insieme per Calcutta come volontari di Madre Teresa. Lei, che allora aveva rinunciato, può ancora illudersi di dare una svolta in quel senso alla sua vita. Lui, che è partito e tornato sconfitto, è molto più cauto.

Rispetto alla tentazione di tornare indietro, quanto conta invece il coraggio di ritrovarsi nella strada percorsa, di cogliere se stessi per come si è cambiati?

Non c’è alternativa. Indietro non si torna. Le sliding-doors della vita si sono aperte e richiuse una volta per tutte. La frase “imparare dai propri errori” non ha molto senso: tanto non ci sarà mai riproposta una situazione assolutamente analoga a quella precedente.

La figura della donna sembra essere prevalente per quella che sembra un’azione coraggiosa ed attiva nel proporre un cambiamento all’uomo, ma in realtà ciò che davvero prevale, alla fine, non è piuttosto la figura maschile?

E non capita così nella realtà? Le donne sanno illudersi di più, si raccontano favole belle e ci credono profondamente. Forse vivono meglio, grazie a questo, sono più vivaci, reattive, coraggiose. Non è raro che riescano a contagiare i maschi coinvolgendoli nei loro sogni, ma se prevale il punto di vista maschile, alla fine, è perché è più realistico e smagato. I sogni vanno sognati, ma in misura proporzionale alla possibilità di realizzarli.

I personaggi sono dei quarantenni di oggi, degli “ex-trentenni”: esiste una particolare forma di attesa che ha colpito questa generazione piuttosto che un’altra, oppure specifica della coppia per come viene intesa nei giorni nostri?

Almeno gli ex trentenni di oggi, e quelli ancora più giovani, non si sono alimentati col sogno di cambiare il mondo! Le batoste degli ex sessantottini sono state molto più grosse di quelle cui sono destinati gli under quarantenni contemporanei. Il mondo potrebbero persino cambiarlo sul serio, pressati come sono dai giganteschi problemi non più rimandabili. Mi danno l’impressione di non aspettare nessun Godot, né tanto meno nessun Messia salvifico, di affrontare le cose con più concretezza e urgenza. Non sono immobili e apatici come li dipingono spesso i media. Sono in allerta.

Immagini il Suo pubblico fatto di persone in attesa -non sappiamo né dove né quando-, fra le quali si manifesta un’azione drammaturgica inconsapevole: sembra di parlare né più, né meno di una scena come le tante che a Napoli è possibile vivere per strada quotidianamente…

E’ quello che ho fatto scrivendo Grandi speranze: ho immaginato queste tre persone che si muovono e si spiano in mezzo alla folla che aspetta di entrare in platea. Gente che si annoia e quindi diventa ricettiva a qualsiasi stranezza, anche minima, succeda intorno. Siamo a Napoli, non a Stoccolma, e così ho fiducia che la gente s’impicci. Gente che apre le orecchie per spiare e decifrare un litigio coniugale, una storia d’amore forse rinascente, forse perduta per sempre.

Visita al Maxxi (da Giudizio Universale, 6 giugno 2010)

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07giu

Uno scorcio interno del Maxxi

Avevo visto il Maxxi il giorno dell’inaugurazione nel novembre dello scorso anno, quando era ancora vuoto. Si poteva ammirarne la movimentata architettura, l’intreccio vertiginoso delle scale, le grandi vetrate sul quartiere militaresco accanto a piazza Mancini, tutto caserme e fabbriche, palazzoni squadrati con una loro severa eleganza. Il Maxxi, Museo nazionale delle Arti del XXI secolo (come si chiamerà nel 2100…?), gigantesco corpo altrettanto squadrato, ma appoggiato sghembo, inclinato come non riuscisse a trovare la posizione giusta, domina improvviso gli angoli delle strade che vi s’incrociano (una è via Guido Reni, le altre non so). E’ bello col suo grigio che prende riflessi rosati riflettendo l’ocra dei palazzi intorno, mentre le vetrate diventano intensamente azzurre col cielo sereno o rimpallano le facciate che hanno di fronte. Magnifico.
Ariosi, danzanti gli spazi interni, labirintici, di grande respiro, un respiro che proietta subito il museo in una dimensione internazionale, indiscutibilmente contemporanea. Ma era vuoto in novembre, quando infuriavano perplessità e polemiche: non sarà mai adatto a mostre di quadri, le opere non pensate per grandi spazi soccomberanno, è un monumento all’architettura che uccide gli artisti… Macché, quante sciocchezze. Eccolo oggi, seconda inaugurazione: pieno. Di grandi istallazioni come di miniature, quadri, quadrucci, quadretti. Magnifico, magnifico. Così vivo e materno, sinuoso e orgoglioso. Ogni opera, gigante o piccolissima, trova il suo spazio ideale, si sistema e risplende.
Non si poteva davvero immaginare tanta duttilità, tanto pronto piegarsi del Maxxi anche al minimo della dimensione intima grazie a pannelli e pareti che compaiono secondo necessità, che creano corridoi, sale e salette di ampiezza diversa e che mai ricordano il noioso rincorrersi delle sale tradizionali dei musei, ma ti afferrano come un tappeto volante per trascinarti in alto e poi farti atterrare con calma, con grazia, sempre con un senso di protettivo abbraccio. Quanta energia, quanta femminilità. Gloria al super architetto Zaha Hadid che l’ha concepito così simile al più moderno dei sogni.

Un'opera di Gino De Dominicis esposta al Maxxi


Ma dunque andiamo con ordine, anche se al Maxxi è necessario procedere con disordine: voglio dire, abbandonando la preoccupazione di vedere tutto e lasciandosi invece guidare dall’emozione, dalla seduzione di un suono, di un nome, di un percorso che sembra aprirsi, come nella foresta, man mano che si avanza. Dunque il suono di una risata accompagna e scorta, rimbalza in basso quando sei in alto, dietro le spalle, a destra, a sinistra? Saprò più tardi che è uno degli scherzi di Gino De Dominicis del quale ne sono stati allestiti – onore al curatore Achille Bonito Oliva – anche altri (la Mozzarella in carrozza appena si entra: letteralmente una vecchia nera carrozza con dentro, adagiata sul sedile una mozzarella di gesso o di chissà quale altro materiale). Sono imprecisa, non sono un critico d’arte, sono una visitatrice qualsiasi, che si sta divertendo un sacco. Come tutti sono stata accolta nel giardino dallo scheletro gigantesco col naso-becco carnevalesco, sdraiato senza sofferenza, anche se una delle solite aste del suo creatore, De Dominicis, gli infilzava un dito. Mi sono poi ritrovata dentro un’opera riflettente dello stesso artista che ne specchiava un’altra e così stavamo tutti uno dentro l’altro: io che fotografavo me stessa, l’opera trasparente e l’opera riflettente, e pure qualche altro visitatore. Ma belli, bellissimi i quadri di De Dominicis, certe maternità sfuggenti, certi ritratti indecifrabili, certi richiami all’arte antica e antichissima, lamine d’oro a evocare divinità sumere… Non ho tempo di cercare significati, non hanno alcuna importanza adesso. Me li spiegheranno i critici, servono a questo. Io vado avanti a giocare col Maxxi, nel Maxxi. Qualcuno ha detto che l’arte moderna produce giocattoli? Ultimamente è vero, è proprio così. Per questo comunica allegria e fiducia in un futuro possibile? Comunica respiro a pieni polmoni, aria, luce, bellezza. Almeno questa volta, almeno questa mostra in questi spazi. Persino quando mi trovo di fronte alla parete di valigie di Fabio Mauri, Muro del pianto occidentale, e l’emozione – vi giuro – è enorme come la grandezza dell’opera, persino allora i tragici riferimenti alle partenze, agli olocausti, a separazione e perdita, vengono assorbiti nella macina della giostra, la grande giostra che è la vita e che il Maxxi celebra tutto sommato serenamente.
Ho visto tante altre cose. Impossibile segnalarle tutte. Ho ammirato le enormi tube (ovariche?) in pvc nero di Anish Kapoor. Sono quasi inciampata sul sacco blu di Maurizio Cattelan pieno di macerie. Mi è piaciuto l’igloo di vetri taglienti di Mario Merz e la Tenda di lampadine accese del sempre efficace Pistoletto e i disegni a carboncino su carta di Gilbert & George e le gambone di lui e di lei, coi loro piedoni e i vestiti d’antan che finiscono dentro al soffitto, di Ilya ed Emilia Kabakov e il paravento (Avaton) di legno combusto di Nunzio, e la geniale stanza dall’odore vegetale, resine, cuoio, legni e venature sul pavimento che si fa instabile come crosta terrestre di Giuseppe Penone…Stop.
Una volta tanto esco da un museo senza portarmi dietro un mood cimiteriale. Mi sento leggera con la sensazione di essermi scatenata nella stanza dei giochi, mi sento elettrica e fiduciosa. Contagiata dall’effervescenza degli artisti, dalla loro ironia e progettualità. Non so, forse è effetto del Maxxi che, come ha detto la Hadid, ha un carattere «poroso, un luogo in cui tuffarsi, un’estensione spaziale». Esattamente: mi sono tuffata e sto ancora nuotando. Nello Spazio. Quello cosmico beninteso.

ANTEPRIMA. Qualche brano dal mio prossimo libro (fine giugno 2010)

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29mag

E IN MEZZO IL FIUME. A piedi nei due centri di Roma (Laterza, collana Contromano)

Una gita in barca
Trastevere è l’unico quartiere di Roma che ha un rapporto stretto col fiume. Lo si capisce solo vivendoci; perfino quando abitavo sull’altra sponda, quella di Campo de’ Fiori, il fiume non esisteva per me come non esiste per i romani in genere. E’ lontano, ininfluente, dimenticato. Ora lo so, ora che vivo nel quartiere, il fiume appartiene a Trastevere, tutt’uno con esso, tutt’uno con un’idea antica della città. E’ necessario innamorarsi profondamente di Roma per ricordarsi del Tevere, per riconoscerlo come il sangue nelle sue vene. Bisogna sapere di quando la città degradava verso l’acqua e si nutriva dei suoi pesci e il fiume non era stato ancora relegato nel fondo del canyon costituito dai muraglioni, ma erano tempi in cui esplodeva facilmente invadendo le case, distruggendo animali, oggetti, persone.
…………
Una volta nel Tevere c’erano storioni, cefali, spigole, non solo ciriole, che sono giovani anguille, dette anche fiumarole o chiavicarole. E c’è un verbo bellissimo del dialetto romanesco che oggi non si usa più, “ciriolare”. Vuol dire procedere sinuosi come un’anguilla, destreggiarsi nella vita, cavarsela insomma. Mentre la ciriola, ormai, è per tutti uno sfilatino, un panino tipicamente romano, che ha la forma di un pesce dalla grande pancia.
«A ben guardare è un’enorme ciriola il Tevere stesso, con le sue anse pronunciate» disse Adriana quel giorno sul barcone. E’ vero, mica come il Tamigi che viene giù dritto sparato, o la Senna, maestosa e pomposa, per non parlare del Reno e del Danubio, fiumi larghi e solenni. «Il Tevere è sinuoso, femminile, tutto mammelloni che si insinuano nella città ad allattarla».
Così vuole la leggenda dei due fratelli, Romolo e Remo, allattati dalla Lupa, e la Lupa era Roma e Rumon era il suo nume, Rumon che era il Tevere prima di chiamarsi Tiber. Così parla la storia dei nomi se si risale indietro la loro corrente. «Ruma, la città del fiume» la chiamavano gli etruschi, poi la u si è chiusa graficamente in una o lunga, che si pronuncia stretta – così fanno le u nel corso del tempo. Ruma significava mammella.
«Guarda il mammellone di fronte all’Isola Tiberina, per esempio» indicava Adriana mostrandomi un punto sulla mappa appesa dentro al battello. Col dito andava ridisegnando la forma tondeggiante dell’ansa, la curva a S del tratto di fiume che stavamo percorrendo. Proprio lì c’erano stati i primissimi insediamenti. E noi ci stavamo arrivando.
«Rumina (Romina) era la dea dei poppanti» dissi, reminiscenza scolastica. La barca intanto arrivò all’ultima stazione, la Calata dell’Anguillara, davanti all’Isola Tiberina, quindi girò su se stessa per tornare indietro. Si ripartiva.
«E’ diverso vedere Roma dal fiume, ti cambia tutta la prospettiva, sembra un’altra città».
Il più imponente è il ponte di Castel Sant’Angelo, con i suoi angeli ad ali spiegate. Ce lo indicavamo l’un l’altra senza l’ombra d’un dubbio. E’ inconfondibile, anche visto dal basso.
«Ai romani non capita mai di vedere la città dal basso, non hanno un rapporto familiare con il fiume. Non più», l’ho detto io? Non importa. E’ così. I romani vanno su e giù per i lungotevere, ma non scendono quasi mai le ripide scale che portano agli argini. Vanno in macchina in un traffico infernale, non passeggiano sui lungofiume con quella calma consuetudine che fa venire voglia di scendere verso l’acqua. Così ignorano il fiume, lo temono, lo lasciano a vagabondi, drogati, clochard. Se vanno nei ristoranti sulle chiatte galleggianti, il fiume nemmeno lo guardano, il fiume che era la vita di Roma.
L’avrei capito in seguito. Solo i trasteverini lo considerano ancora cosa loro, i trasteverini costretti a passare i ponti «per andare in città», i trasteverini che l’odore salmastro lo sentono nell’aria fino in casa, così come sentono e vedono i gabbiani, che riempiono i vicoli silenziosi di richiami. Trastevere è il cuore di Roma, perché è la parte antica che non cede, che resta stretta all’anima dell’agglomerato originario, popolano, superstizioso, paesano, bigotto. Fiumarolo. Aveva capito tutto di Roma Laura Betti, la grande amica di Pier Paolo Pasolini, che abitava in via Montoro, dietro Campo de’ Fiori: «E’ una città di campagna, dove puoi uscire di casa zoccolando» diceva. A Roma si zoccola e si ciriola. E se non lo sai fare, o – peggio – te ne vergogni, non potrai dirti romano.
…………….
Il regno del barocco
Nella libreria antiquaria Cesaretti, di via del Collegio Romano, dove sono andata alla ricerca dell’introvabile Guida di Roma dell’americana Georgina Masson, quella utilizzata da Elsa Morante per vedersi un quartiere a settimana, quando pensava ossessivamente di essere sul punto di diventare cieca, incontro un’amica persa di vista da qualche anno, Daria Galateria, una francesista che abita nei paraggi. L’avevo lasciata in via della Vite e la ritrovo che si è trasferita in via del Gesù.
«Sono due Rome diverse» mi racconta mentre ci sediamo per mangiare qualcosa all’Enoteca Corsi, una vecchia trattoria, sotto casa sua, che esiste simile a se stessa dal 1940. «Intorno a piazza di Spagna, dove stavo prima, lo charme è perduto, è diventato centro commerciale, tutto una vetrina dove prevale la moda. E nemmeno alta, non solo almeno. Non che anche qui intorno, nel rione Pigna, non si pratichino i soliti commerci, ma conservano una fisionomia tradizionalmente romana. Prendi questa osteria, per esempio. I proprietari vengono da Leonessa. Danno del tu a tutti, il tu ciociaro. Aprono ristoranti ovunque nel mondo, persino in Australia, ma restano se stessi. Quasi un miracolo».
E la cucina è quella classica, piatti molto conditi, saporitissimi. Niente di dietetico, non sia mai, ma comunque semplice, casareccio.
«E’ diventato il quartiere dei politici ormai, questo qui» continua Daria che a dispetto della sua linea minutissima mangia tutto quello che le va. «C’è il Parlamento qua dietro e i politici si allargano, li incontri dappertutto. Eppure per me resta l’insula domenicana che era nel Seicento, un paesaggio urbano barocco, meraviglioso».
Mi prende sottobraccio e mi racconta la Roma che ama. In via Santo Stefano del Cacco mi dice ridendo che si era imbattuta per la prima volta in questa strada leggendo il Pasticciaccio. «Io credevo cha Gadda se lo fosse inventato quel nome, che fosse una delle sue bizzarrie insomma, e invece, pensa, “cacco” viene da “macaco, macacco”: avevano scambiato la statua egizia di Anubis dalla testa di cane, rinvenuta durante gli scavi e ora ai Musei Vaticani, per una scimmietta». Ridiamo insieme di quel povero santo per sempre legato a una parola ridicola. Davanti al piede gigantesco di via del Piè di Marmo, che sembra infilato in un’enorme pantofola, ridiamo di nuovo: «Era un piede femminile, malgrado le dimensioni». Piede di Iside probabilmente, sopravvissuto anche questo al tempio egizio crollato, su cui poi fu edificata la chiesa di Santo Stefano.
«E anche tutto questo riciclo di spazi, templi che diventano chiese, chiese che diventano palazzi, è divertente. Sdrammatizza la seriosità della religione, ti pare?»
Quando approdiamo nella settecentesca piazza Sant’Ignazio le dico che anche io, non particolarmente appassionata di barocco, provo sempre una gioia profonda ad attraversare questa piazzetta che sembra una scena teatrale, tanto che modifico i miei itinerari a piedi pur di includerla e poterla rivedere ogni volta.
«Forse è la piazza più bella di Roma» dico. Lei mi racconta che i tre palazzetti rococò sono chiamati burrò, e infatti c’è via dei Burrò.
«Sai perché?»
«Non ne ho la minima idea. Un nome di famiglia?»
«Da bureaux, uffici. Era la via degli uffici via dei Burrò. Erano chiamati burrò i tavoli da studio…»
Ora c’infiliamo dentro la chiesa di Sant’Ignazio e anche qui Daria ha una storia da raccontarmi. Lo fa quando siamo nel punto migliore per osservare l’interno disegnato di una cupola che non c’è, è solo un trompe-l’oeil, uno dei più spettacolari inganni barocchi, geniale soluzione gesuita di un incidente diplomatico.
«Perché vedi» mi dice «la cupola della chiesa dei gesuiti sarebbe andata a oscurare la domenicana Biblioteca Casanatense sulla via Sant’Ignazio! I domenicani giustamente si opposero, e così i gesuiti escogitarono questa soluzione spiritosa: invece di costruire una cupola ingombrante, ne crearono una immaginaria. Che bell’esempio di civiltà per risolvere un dissidio che era tutto politico!»
…………………………………..
Ecce San Saba, quasi Testaccio
Con Nanni Moretti ho appuntamento davanti al suo cinema, il Nuovo Sacher, che si trova ai margini di Trastevere a Porta Portese. Monto sulla sua macchina perché andiamo a mangiare – è l’una passata – in una tavola calda sotto gli uffici della casa di produzione a Testaccio.
«Non è Testaccio» precisa lui «è San Saba».
I confini sono netti, effettivamente: da una parte di via Marmorata, quella della Piramide, si stende Testaccio, dall’altra l’Aventino. La Sacher Film è un po’ più su, in via Annia Faustina, già nel rione Piccolo Aventino, o San Saba che dir si voglia, e più tardi, quando saremo negli uffici, Nanni mi mostrerà dalla finestra una splendida inquadratura della chiesa di San Saba, che domina dall’alto il colle con le inconfondibili colonnine bianche mentre una palma rigogliosa sembra farle vento di lato.
«Vedi che siamo a San Saba?» dice con un sorrisetto paziente.
Gli spiego che non vado così per il sottile, io ne faccio una questione di sponde del fiume, ancora una volta riva destra, riva sinistra e loro derive, ma verso l’entroterra.
«Allora…» si arrende allargando le braccia e sollevando una gonfia borsa impiegatizia che si trascina dietro.
Prima di salire in macchina aveva telefonato alla tavola calda, la sua preferita, informandosi sul menu e trattando con il gestore. Mi pare che si era accordato per le lasagne. Nanni ascoltava deliziato al cellulare la descrizione delle pietanze come si trattasse di piatti eccezionali, non so se per soddisfare una fame infantile scoppiata nel sentire descrivere i cibi o per far piacere alle persone con cui stava parlando, che infatti erano più d’una: al telefono si succedevano altri componenti della famiglia di ristoratori verso i quali prima o poi ci saremmo diretti. E mentre la telefonata andava per le lunghe, io mi godevo una tipica scena da film morettino, perché Nanni, con il mento spinto verso il cielo – che sembrava ancora più alto – chiedeva gli ingredienti uno a uno e voleva sapere se si trattava dello stesso piatto che aveva gustato qualche giorno prima o se erano state apportate delle varianti.
Poi in auto, mentre attraversavamo ponte Sublicio, mi aveva spiegato che quella non è una tavola calda uguale alle altre, fa una cucina casalinga mica pasticciata e grassa come ti servono tutte le tavole calde, e «poi i proprietari sono simpatici».
Guidava e parlava con la voce ad alto volume eppure afona, un poco velata, col tipico strascico degli anni sessantottini che non ha mai dismesso ed è talmente parte di lui da essere a questo punto semplicemente un modo di parlare morettiano, assertivo e belligerante. E pensavo che di Nanni Moretti mi piace il suo essere rimasto sempre uguale. Era così, ma proprio vestito e atteggiato così, quando l’ho conosciuto ai tempi di Ecce Bombo ed è rimasto così, prodigiosamente intatto.
«Sai, io i posti, i ristoranti, i bar, i negozi li scelgo non per come si mangia o perché sono rinomati, no: mi devo sentire a mio agio. Per me conta la familiarità, il calore, la situazione del suono, dei rumori. Quando trovo quello che mi piace, mi entusiasmo e vado soltanto lì. Tendo a frequentare sempre gli stessi posti, anche con i cinema lo stesso».
La tavola calda dove mi porta, a me sembra frastornante e incasinata come tutti i posti del suo genere, e poi è l’ora di punta, per fortuna che ci hanno tenuto un tavolo. I componenti della famiglia con cui ha parlato al telefono vengono a coccolarlo, e Nanni esagera le lodi delle lasagne, un piatto che a me pare normalissimo, ma contagiata dalla sua sicurezza sono pronta a sostenere che fu davvero speciale.
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I cocci del Villaggio Globale
Testaccio era una collinetta e un grande prato, una distesa di vigneti, un porto commerciale e una cava di marmo. Nel 1845 il primo omnibus a cavalli, inaugurato a Roma, partiva da piazza Venezia, attraversava via Marmorata e proseguiva fino alla basilica di San Paolo sulla via Ostiense. La pianura andava dalla Piramide Cestia fino al Tevere, da piazza dell’Emporio al Monte Testaccio. I romani venivano a farci scampagnate e a prendere il fresco, a scatenarsi in feste carnevalesche e a bere vino. E siccome nella forma il Mons Testaceus ricordava il Calvario, già nel 1200 era teatro di sacre rappresentazioni che riproducevano la crocefissione. Il nome deriva da testae, che vuol dire cocci, perché il cosiddetto monte è fatto di pezzi di vasi rotti sulla cui origine si raccontano storie diverse. Forse erano i frammenti di anfore mal riuscite, scarti delle vicine botteghe di vasai. Oppure, la versione più accreditata, sono i resti delle terracotte che contenevano i tributi dei sudditi da versare all’erario romano. Arrivavano in nave al porto Testaccio, dove venivano scaricati anche i ricchi materiali depredati alle terre conquistate, e subito si provvedeva alla dislocazione. Le anfore, svuotate e distrutte, anziché finire nel fiume dove avrebbero provocato intasamenti, venivano accatastate tutte insieme e mescolate a terriccio, perché non franassero. Nei secoli la discarica si consolidò in un montarozzo di cui ora, insieme a Nicola, percorro a piedi il perimetro lungo il ferro di cavallo costituito dalla via di Monte Testaccio, la più caratteristica del quartiere e la più modaiola. Ci sono i locali storici dove si suona il jazz, Caffè Latino e Radio Londra; le discoteche, Alibi, Big Bang, Coyote… e c’è la Scuola popolare di Musica, che mi riporta indietro agli anni ‘70: è nata nel 1975, uno dei migliori frutti – e duraturi – del ‘68 creativo.
Non so più in quale di questi locali, forse il Caffè Latino, Nicola mi invita a entrare perché io constati con i miei occhi che la parete bitorzoluta è costellata di cocci, i cocci delle vecchie anfore buttate via. Accarezzo con una certa apprensione la parete, è come se toccassi la pelle nascosta di Roma. Il Mons Testaceus, a cui tutti questi luoghi di ritrovo si sono attaccati come escrescenze, è un centro di irradiazione da cui sgorga la linfa invisibile della città, una corrente elettrica che attraversa velocissima la storia, trasmettendone l’umile, pagana sacralità.
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Quando c’era l’underground
Elio Pecora una sera mi porta con sé con aria di mistero. Lo seguo nei vicoli fino alla chiesa di Santa Maria. Mi annuncia: «Preparati. Vedrai che atmosfera!»
Tutte le sere, alle sette e mezza, la comunità di Sant’Egidio si raccoglie a cantare. Arrivano in tanti, si salutano, prendono il messale sulla panca all’ingresso e si sistemano nei banchi. E’ una preghiera aperta a tutti.
«Trovo straordinario che la gente, prima di ritirarsi a casa, passi di qui a compiere questo rito collettivo» sussurra Elio nell’ondeggiante luce delle candele. «E’ un modo poetico di vivere, che ti fa stare meglio al mondo. Una meditazione che non esclude nessuno».
Anche questo è Trastevere downtown, se “downtown” è il cuore antico di una città, là dove ritrovi le sue radici, lo spirito degli antenati. Ed è “village”, un a parte anticonformista rispetto all’andazzo generale: il mondo corre, qui ci si ferma, il mondo è ateo, qui umilmente ci si inginocchia, il mondo è intollerante, qui si aiuta il prossimo.
«Qualcuno sostiene che Trastevere è pieno di poveri, perché ci siamo noi di Sant’Egidio» mi dice don Matteo. «Ma i poveri ci stanno perché ci stanno. Punto. C’è un bisogno? Cerco di dare una risposta, trovare una soluzione. A questo dovrebbe servire il pensiero politico. Ma le risposte politiche non arrivano e la beneficenza non basta. I poveri hanno individualità difficili, difficoltà psichiche spesso, devi non solo soccorrerli, ma curarli. Aiutarli a inserirsi in circoli virtuosi, dare senso, motivazioni. Manca l’essenziale: un centro diurno, per esempio, dove chi vive per strada possa lasciare le sue cose senza paura di essere derubato del poco che possiede».
Mi risuona una frase di Roberto Di Feliceantonio: «Ogni giorno, se raccolgo li sordi dell’elemosina, magno e se no, no. Poi dicono che la fame a Roma nun ce sta. Ce sta eccome, te core appresso col Ferrari».
……………………
Una stella nell’Orto
Il mio bisogno di simmetria, mi fa ridiscendere in basso. Trastevere, quando piove, si trasforma in palude. Le irregolarità dei sanpietrini formano pozzanghere che in certi casi sono piccoli stagni dove i piccioni fanno il bagno e i gargarismi. Si cammina sbilanciati dagli ombrelli e attenti a dove si mettono i piedi. In queste condizioni sono andata all’Orto Botanico per non perdermi lo spettacolo della sua magnificenza umida e zuppa. In genere lo vedo asciutto e pieno di mamme con i bambini in carrozzina, una specie particolare di asilo nido. Pago i quattro euro all’entrata e mi addentro. Non piove a dirotto, anzi in realtà spiove e già spunta un raggio di sole dietro le nuvole. Sono sola fra piante dall’aspetto felice, l’aspetto che hanno sempre le piante ubriache d’acqua, fragranti di odori esplosi tutti insieme.
Ecco un altro dono del quartiere in riva al fiume che i romani trascurano e ignorano, questa giungla vera dentro la giungla di pietra, questo a parte strappato alla baraonda, questo silenzio rotto da una musica di trilli. Cince, fringuelli, cardellini, passeri, picchi, rampichini ringraziano la pioggia di essere caduta e di essere passata, invitano il sole ad asciugarli adagio. Procedo senza fretta, sarebbe un controsenso averne in un luogo che appartiene più all’universalità che alla contingenza, sosto a contemplare l’enorme radice contorta di un albero caduto. Tutto ha forma gigante, anche le canne di bambù di diversi spessori e le palme, tante palme alte e scapigliate.
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Arrivederci Roma
Quando ero piccola, per il mio compleanno, mio padre mi portava a fare un giro in carrozzella. Era per me l’avvenimento più emozionante della giornata, atteso con l’ansia dei bambini che non amano le sorprese, ma la ripetizione della sorpresa. Roma nei primissimi anni ‘60, a piazza Venezia, dove le carrozzelle sostavano in massa, aveva ancora l’odore di stalla, un odore di campagna. I cavalli sbuffavano, zoccolavano, scuotevano la criniera e aspettavano i clienti col tondo occhio vigile per poi “far ciriola” con loro. La scelta era complicata: questa no perché ha la capottina un po’ scrostata, quell’altra forse… ma il cavallo sembra nervoso. Ecco, questa! Non era come oggi col taxi, che sei obbligato a rispettare la fila. La carrozzella si poteva scegliere. Mi ci accomodavo come dentro una conchiglia e si partiva, le ruote scricchiolavano sulla strada, la brezza del movimento mitigava l’afa di luglio.
Mi piaceva ogni volta imboccare ponte Sant’Angelo diretti al castello, entrare nella sfarzosa scenografia berniniana con la doppia parata di angeli, dieci in tutto, aspettandomi di vederli incrociare le spade sulle nostre teste al nostro passaggio. Veramente la spada la possiede solo quello che negli anni è diventato il mio preferito, ma non è di marmo bianco, è di bronzo verdastro, e non è sul ponte. Non è nemmeno un angelo; è l’arcangelo Michele, che svetta sul tetto del castello e la spada la sta rinfoderando per annunciare la fine di un’antica pestilenza. La visione migliore si ha arrivando da via delle Fosse, in macchina, fermi al semaforo, possibilmente appena dopo il crepuscolo. L’angelo sembra sfiorare con i piedi le cime dei pini altissimi e il movimento danzante delle ali, delle vesti, del gesto, suggerisce un’impennata, l’improvviso possibile balzo per prendere il volo dentro l’azzurro che si sta facendo nero. E’ bellissimo.

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