Addio a Praga (su Studi Germanici, n.5, 2014)

Addio a Praga (su Studi Germanici, n.5, 2014)

Gemeva lei, gemeva lui. Tanto che, se qualcuno fosse passato loro accanto, avrebbe subito l’onda di un dolore stritolante, ne sarebbe stato turbato e coinvolto. Ma nessuno li poteva sentire. C’era chiasso in strada, quella stradina dove tutti andavano a piedi vociando.

Loro, però, dall’interno, potevano ascoltare i rumori esterni. Erano al pianterreno, l’unico piano della casa presa in affitto per la vacanza praghese. Lasciarsi a Praga, che idea romantica. Il letto era accanto alla finestra. Facevano l’amore gemendo, piangendo, cogliendo brani di conversazione in lingue diverse, la lingua del posto e le lingue dei turisti. Sembrava che la gente camminasse nella stanza, intorno al letto, che magari commentasse il loro modo di abbracciarsi, che facesse il tifo perfino perché lei, finalmente, venisse urlando. Lei avrebbe urlato di dolore, ma la gente avrebbe pensato fosse per il piacere. Era il dolore dell’ultimo appuntamento. In quella mesta vacanza quante volte avevano già fatto l’amore? Ogni volta che le parole fra loro diventavano insopportabili, facevano l’amore. Davvero s’erano illusi che Praga-la-magica avrebbe salvato il loro rapporto? Partire insieme, mentre si è già deciso di lasciarsi, mentre si è già innamorati di qualcun altro. E andare a Praga, proprio a Praga, mettersi al riparo di un così scomodo padre, lo scrittore che tutti e due amavano sopra ogni altro, quello che aveva presieduto al loro incontro. C’era una logica, una simmetria. Non avevano parlato di Kafka il giorno in cui si erano trovati a una festa per la prima volta una accanto all’altro? Le Lettere a Felice erano state il primo regalo, un avvertimento, una promessa, di lui a lei.

Dici che ti sono diventato indispensabile? Dio volesse…

Sogno di te quasi tutte le notti, tanto è il mio bisogno di stare con te. Ma altrettanto grande… è la paura che ne ho.

Ci sono fantasmi nella compagnia e fantasmi nella solitudine.

Non avrò mai intenzione di darti un dolore, e sempre te lo darò.

Era venuto il momento di leggerlo quel libro, che non aveva mai aperto, contentandosi di considerarlo un talismano. L’aveva buttato in valigia d’istinto e ora, ogni tanto, lo apriva e lo leggeva qui e là spaventata di trovarci un responso, la spiegazione di tutto, di quella impossibilità loro di restare insieme come di lasciarsi.

Tu non sai, Felice, che cosa sia certa letteratura in certi cervelli…

Camminavano verso il Castello, mano nella mano, in silenzio. Era il libro di Kafka che più amava lei, Il castello. «Il più divertente», diceva.

«Divertente!» si scandalizzava lui.

«Sì» insisteva lei. «Rido come una matta leggendolo».

Il quartiere Malastrana a Praga

Il quartiere Malastrana a Praga

Lui preferiva i Racconti. Ma erano d’accordo: se gli altri scrittori sparissero e restasse solo Kafka, basterebbe l’inimitabile Franz a dire tutto. Sulla condizione umana. Sul cosiddetto amore, sulla passione, sull’egoismo e sulla contraddizione. Sulla crudeltà cieca e balorda. E forse sì, adesso lo ammetteva anche lui, sulla profonda comicità dell’esistere. Non erano presi pure loro due in un ingranaggio misterioso e torturante, ma in fondo ridicolo e quindi degno di suscitare ilarità, loro due col loro piccolo, banale amore di tutti i giorni, la loro irresolutezza, la sensazione di compiere uno sbaglio lasciandosi, il più grande degli errori, e di perdere chissà quale occasione di vita meravigliosa restando insieme? Questa vita appare insopportabile, un’altra irraggiungibile.

C’erano momenti in cui non soffrivano. Quando, seduti in un caffè, parlavano d’altro. Non della loro relazione impossibile, del loro amore alla fine, della necessità di non rivedersi, dopo aver fatto ritorno, dopo quel viaggio d’addio così triste. Non telefonarsi più, dare un taglio. Per sempre. O per un periodo abbastanza lungo che sarebbe stato, appunto, una forma di per sempre. Per sempre fino a quando non si soffre più, e allora non conta. Perché il problema è arrivarci a quel punto. Da qui a lì è la tortura.

Un uomo che vive inutile come me e pur vive, e col suo esser vivo non combina altro che correre intorno a un’enorme buca e custodirla. Gli legge questa frase, adesso, seduti nel bar. Lui guarda lontano e ascolta, fa cenno di sì e ascolta.

«Che ne facciamo della nostra buca?» gli domanda a bruciapelo. Lui non risponde.

«Tutto finirà bene, deve finire bene» cita lui a sorpresa. Lei non crede che sia una citazione da Kafka.

«Eppure sì: leggi. Ho aperto le Lettere, e l’occhio mi è caduto lì» e le indica la pagina, la riga.

«Ma noi sappiamo come è andata nella realtà» balbetta lei.

«La realtà? Mi dai una definizione di realtà?»

«Quello che è stato».

«Volevo dire: comunque vada, sarà la cosa giusta. L’unico modo possibile per sopravvivere, insomma».

Ora lei lo aggredisce. «Che razza di filosofia da quattro soldi» grida. «E tu, tu saresti un lettore di Kafka? Non sa che farsene, Kafka, di lettori così. Lettori che lo tirano dove vogliono, a giustificare miserie che non lo riguardano».

«Io vorrei solo non restarci sotto. Sopravvivere a noi, alla nostra storia insomma» dice lui mestamente.

Praga, il Ponte Carlo

Praga, il Ponte Carlo

Lei sa di aver gridato per gelosia, gelosia dell’altra. Senza l’improvvisa apparizione dell’altra nelle loro vite, questo non sarebbe successo. Sarebbero andati avanti nel solito tran-tran ancora a lungo, magari per il resto dei giorni, pensa ingenuamente, con rabbia. Sono davanti al Castello, non ha voglia di visitarlo. Nemmeno lui.

«Torniamo giù».

Si precipitano correndo lungo i larghi scalini.

«Meglio il Ponte Carlo, allora. Andiamo al Ponte Carlo» lo tira per la mano.

«Ma non dicevi che ti opprime così scuro? Con tutte quelle statue tristi, incombenti?» le chiede riluttante.

«Perché l’abbiamo visto di notte, proviamo di giorno».

«Anche di giorno è triste, credimi, è la Moldava a essere triste».

«Andiamo nel Vicolo d’Oro, a vedere la casa dove Kafka visse con Ottla, andiamo a vedere la casa di Seifert…»

«No, sono stanco. Torniamo a Mala Strana, torniamo a casa nostra».

«Come abbiamo potuto credere di risolvere qualcosa in un posto così, con un nome così. Mala Strana contiene dolore e minaccia già nel nome» dice buttando la borsa sul letto e andandosi a chiudere in bagno, mentre lui le risponde: «Ma che dici? Mala Strana vuol dire Piccola Città, niente di minaccioso!» e si mette a cantare una vecchia canzone: «Piccola città, bastardo posto… mia nemica strana sei lontana… sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza… se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via… » Non ricorda altre parole e smette, anche perché la minaccia adesso gli sembra incombere dentro la canzone.

Quando lei esce dal bagno, con i vestiti accartocciati in mano, lui pure si è spogliato e infilato sotto le lenzuola.

Adesso faranno l’amore e sembrerà di farlo in piazza con tutta quella gente che passa là fuori e parla in cento lingue diverse.

Salta sul letto e lo scopre di colpo.

«E’ ridicolo come ti sei bardato per questo mondo» gli dice appena prima di baciarlo.

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NOTA. Le citazioni di Kafka sono tratte da Lettere a Felice (Meridiano Mondadori) e da Aforismi di Zürau (Adelphi).

La canzone Piccola città è di Francesco Guccini.

(luglio 2014)

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2 Comments
  • TULLIA
    Rispondi

    Che intensità. Che bello.

    7 Gennaio 2015 at 15:13

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