Del suonare scrivendo (L’Immaginazione n.323, maggio ’21)

Del suonare scrivendo (L’Immaginazione n.323, maggio ’21)

Thomas Bernhard

Se c’è una cosa che invidio enormemente è la competenza musicale: saper suonare uno strumento, leggere uno spartito, riconoscere già dalle prime battute di una sinfonia che si sta ascoltando Mozart e non Beethoven. E mi piace, leggendo, scoprire dentro un libro la passione musicale di un autore. E comunque, se un romanzo cita in un modo o nell’altro una certa composizione, non mi è possibile leggere quel libro senza cercarmi il cd e farlo suonare. Non ho fatto che ascoltare Glenn Gould per mesi dopo aver letto Il soccombente di Thomas Bernhard che tenta un’impresa impossibile: ricreare con le parole la magia delle Variazioni Goldberg di Bach attraverso l’inarrivabile interpretazione di Gould. Impossibile fino a un certo punto: trattandosi di Bernhard, il più musicale degli scrittori. Forse non sono le Variazioni che si ascoltano nel Soccombente, o non solo, ma un’altra musica meravigliosa: quella creata dalle parole dell’autore austriaco, così potente che la senti anche in traduzione (la splendida traduzione di Renata Colorni per Adelphi). E quando ho letto Il nipote di Wittgenstein e Cemento non facevo che ascoltare «l’enigma matematico della sinfonia Haffner» (la n. 35) come scrive lo stesso Bernhard.

Glenn Gould

Mozart stavolta, perché – sostiene Bernhard – «cosa sarebbe il mondo senza la musica, senza Mozart» (questo in Cemento). E nel Nipote di Wittgenstein che è un romanzo autobiografico: «La Sinfonia Haffner, la mia preferita». Io magari preferisco la n. 32 fra le sinfonie di Mozart, nell’interpretazione di Arturo Benedetti Michelangeli. Non facevo che ascoltarla, insieme alle sonate di Chopin, mentre leggevo Il demone della perfezione di Roberto Cotroneo (dedicato proprio a Benedetti Michelangeli). E che dire di Thomas Mann? Si può leggere il Dottor Faustus senza avvicinarsi a Schönberg?

E ora sto leggendo Il maestro e l’infanta di Alberto Riva, uscito in marzo da Neri Pozza, che mette in campo Domenico Scarlatti, musicista che conosco pochissimo e così lontano nel tempo da rendermi l’impresa dell’ascolto impervia e tanto più affascinante. “Esercizi per gravicembalo” leggo sulla copertina del cd, un modo antico di chiamare il clavicembalo, suonato da Laura Alvini.

«Cosa sono esattamente queste cose che componete, maestro?» chiede l’allieva Maria Bárbara di Braganza, principessa portoghese destinata a diventare regina di Spagna.

«Esercizi» risponde Scarlatti.

«D’accordo, ma la musica dov’è?» insiste lei (e sono ora tentata di chiedermi anch’io). Ma la risposta non ammette repliche:

«La musica è dentro di voi, maestà».

Chissà se sono state pronunciate davvero queste parole fra il musicista e quella donna asmatica troppo grassa, per niente attraente ma dall’anima sterminata.  Due nature simili, schive e scontrose che intrecciarono un rapporto di profonda amicizia e intima sintonia (non solo musicale) per tutta la vita, tanto che lui chiamò col nome di Maria Barbara una sua figlia. Con un’«opera di fantasia basata su fatti realmente accaduti» (così definisce Riva il suo meritevolmente inattuale romanzo) non si sa mai dove finisce la realtà e comincia l’invenzione narrativa. Ma non importa. Importa la potenza dei personaggi, l’originalità del loro legame, il senso forte della musica che Riva coltiva da sempre. «E di colpo, ecco che torna il suono del cembalo. Il patio ne è invaso, come di una vaporosa sostanza», scrive, e riesce realmente nella magia di farcelo sentire e di farci percepire a ogni riga quello che, credo, sia il senso di questo romanzo: che “la vita è altrove”, o almeno così dovrebbe essere per gli artisti autentici, per chi con l’arte – qui con la musica – stabilisce un rapporto privilegiato. Anche se Domenico prendeva le distanze da se stesso considerando la sua arte soltanto uno «scherzo ingegnoso», un esercizio di «franchezza sul Gravicembalo».

Mi colpisce questa parola “franchezza”. La interpreto come una sottolineatura della necessaria autenticità del fare artistico anche se le parole mutano di senso nel corso dei secoli e chissà quali erano le vere intenzioni di Scarlatti. Eppure, tutta la sua vita e il suo carattere, come ce li racconta Alberto Riva, vanno nella direzione della serietà e della “franchezza”. E anche l’intesa rara fra un uomo e una donna, senza complicazioni erotiche (anzi forse anche grazie alla mancanza di tali complicazioni) è un esercizio sonoro di difficile esecuzione che si dà a sensibilità superiori, un esercizio che solo un narratore con vaste esperienze sia musicali sia letterarie poteva farci “ascoltare”.

 

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