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Amare le poete (Foglio, 9 gennaio ’26)

Amare le poete (Foglio, 9 gennaio ’26)

Come si fa a non amarle le poetesse, con i loro caratteracci, le loro malinconie e improvvise travolgenti allegrie, coi loro versi e i loro trattini, le loro sigarette compulsive, il corteggiamento costante del suicidio, vero o allegorico, realizzato o sfuggito, soltanto per un pelo magari? Ci penso leggendo l’ultimo libro in ordine di tempo a loro dedicato, Ragazze che leggono poesie, pubblicato da Einaudi, di una poeta dei nostri giorni, Alba Donati, e dedicato a una Vivian che non può che essere Vivian Lamarque.

Sono ritratti sagaci e teneri di Emily Dickinson e Anna Achmatova, Antonia Pozzi e Wisława Szymborska e Sylvia Plath, che si ritroveranno a un certo punto – invitate dall’autrice – intorno a un tavolo a scrivere e a leggere tutte insieme. E c’è anche Virginia Woolf, che a differenza delle altre si siede decisa a un posto che sa essere tutto per sé, perché preveggente l’ha voluto e conquistato per l’intera stirpe di poetesse e scrittrici costrette a comporre in mezzo all’intera famiglia fra un pranzo da cucinare e un tè da offrire ai vicini nel pomeriggio. Le altre fanno confusione incerte, come bambine insicure che non riescono a riconoscere – fatale educazione femminile – il loro posto nel mondo. “Lo chiamano granello di sabbia” medita in versi Szymborska, che si è finalmente seduta. “Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia”. Medita sull’arroganza dell’uomo di dare un nome a tutto nella pretesa di imporre un ordine, il suo, all’intero universo.

È un ritrovo di fantasmi questo libro, ventosi e restii. E la più restia è sicuramente Dickinson che di granelli s’intende parecchio, soprattutto di quelli commestibili. Perché era lei a fare il pane per la famiglia, suo padre non ne avrebbe mangiato nessun altro. E lei? Lei resta affamata, chiusa nella sua stanza impenetrabile: “Un pane diede a ogni uccello Dio –/ a me – solo una briciola –/ Io non oso mangiarla – anche se ho fame –“. Così, affamata, l’ho ritrovata nel pellegrinaggio di Benedetta Centovalli ad Amherst, in Massachusetts, Nella stanza di Emily, che l’anno scorso La Tartaruga ha meritoriamente ristampato. È un altro di quei libri che ti si sistemano nel cuore, quei libri che ti aiutano a conoscere un autore come ti fossi seduto anche tu alla sua tavola. E, già che ci siamo, perché non citarne un terzo, Una chiara confusione (Edizioni Clichy), dedicato da Leonetta Bentivoglio alla, secondo lei e con ragione, estremamente dickinsoniana Patrizia Cavalli, andata tre anni fa a raggiungere gli amici scomparsi. “Tutti i miei morti amici sfaccendati/ che amavo più degli altri e non ho pianto/ perché ricchi com’erano di tempo/ sparso in regalo io non credevo/ che proprio loro non potessero più averlo,/ ora ritornano, hanno ripreso/ delicati a ciondolarmi intorno”. Sì, i morti ciondolano spaesati senza la forza di chiedere niente ai vivi, più spaesati di loro di fronte a certe mute apparizioni.

Alba Donati

Scrive Alba Donati che sono tutte artefici, le poetesse, di un coinvolgente cortocircuito fra la parte minuscola, quotidiana della vita e “il risultato quasi filosofico della poesia”. Le risponde Achmatova: “La vera tenerezza non si scambia/ con nulla, ed è sommessa”. Vita minuscola, tenerezza: due frecce all’arco della creatività femminile che sa trafiggere, spesso con irresistibile ironia, la presunzione di chi ha creduto per secoli di poter fare a meno della sua voce e del suo sguardo. “Lo sguardo dell’infanzia, che è pulito, terso, diretto sull’oggetto” dice Donati, e che è in grado di distinguere ciò che non si vede, le segrete risonanze fra le cose, dagli astri lontani che imprigionano destini al fondo del mare taciturno nei suoi abissi, perché siamo tutti personaggi di una fiaba che qualcuno si ostina a raccontare.

 

 

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