Una sovversiva infelicità (ilfoglio 30/7/26)
Figli di nessuno, gli insonni non dormono perché temono i sogni che dicono il vero sui nostri fallimenti e i nostri desideri inconfessabili. Così Iris, protagonista del romanzo Lunario dei giorni insonni (Einaudi) di Elvira Seminara, si isola in una casa di amici vecchi che deve essere svuotata fantasticando sui ghiacciai che vanno sciogliendosi – perché di perenne non c’è più nulla – e cercando di perfezionare l’infelicità, “una sana infelicità”. E la ragione è questa: “Va coltivata e preservata l’infelicità. È un atto sovversivo rispetto all’egemonia capitalistica del piacere”. Infatti oggi, come tutto, “la felicità è un business, si compra. Più spendi più sei felice, o meglio: appari felice”. Ma questo lo pensa Flavio, psicanalista anche lui notturno (via internet) che fugge una moglie oppressiva, come Iris l’uomo da cui sta divorziando. Flavio si candida a essere un semplice room-mate, senza complicazioni sentimental-sessuali, almeno nelle intenzioni. Iris invece vuole solo salvarsi dalla “ossessiva manutenzione della vita”, stare in pace. Ma è possibile stare in pace se la pace non è interiore?
Nel silenzio e nella solitudine dove cerca di farsi toccare solo dalla musica che vuole lei, vede cose che prima non vedeva e sente cose che prima non sentiva, ma basta questo? “Tutto chiede esistenza” afferma, parafrasando il bel titolo di Daniele Mencarelli Tutto chiede salvezza e facendo l’inventario delle cose che la circondano come in uno dei poetici elenchi della giapponese Sei Shōnagon, lontana nei secoli ma modernissima. E qui mi stupisco, perché Elvira Seminara mi rivela di non conoscere questa scrittrice. Infatti le somiglia ma non la nomina, fra i tanti autori che cita, da Dostoevskij a Chatwin, e che le hanno insegnato qualcosa, come Henry James che sosteneva non si debbano uccidere i ragni e rompere le ragnatele perché, spiega Iris, “La tela del ragno è lo sguardo dello scrittore, è un filtro flessibile e trasparente” e “…quando uccidi un ragno è come uccidessi Proust o Balzac…”
La protagonista di questo Lunario è una donna estrema che nutre pensieri bizzarri, a volte non giustificati, è alla ricerca di una se stessa notturna che tende alla luce del giorno anche se preferisce l’improvviso illuminarsi della notte, scruta le stelle e si preoccupa per le sorti della Terra che gira più lenta per il riscaldamento globale e per i mari sempre più caldi in cui tanti pesci non riescono a vivere… Sono pensieri di una figlia dei tempi, tempi incerti e preoccupanti in cui il destino dell’uomo è sempre più chiaramente autodistruttivo e folle e non c’è riparo nemmeno nella quiete fresca della notte. La scrittura di Seminara sorprende per libertà e densità di informazioni e per il suo muoversi intorno a più centri, in quanto un centro solo non c’è, soprattutto fuori dalla letteratura. E poi è bello che, nello sfaldarsi di tutto, non rinunci a una storia d’amore e così Iris, mentre Flavio pronuncia, parlando di tutt’altro, una serie di verbi alla seconda persona plurale – ci alziamo e cadiamo, preghiamo e sbagliamo, ci rialziamo, ritorniamo, sbandiamo e cantiamo… – lei sente soltanto “ -amo in tutte le parole, era magnifico. Ho pregato che non smettesse”.
Perché alla fine è proprio così, se tutto chiede salvezza e chiede esistenza, è una fortuna che da qualche parte ci sia ancora e sempre l’amore a dare una mano, anche se fatto di pura illusione: è comunque un modo per dare corpo ai sogni, persino quelli da cui cocciutamente rifuggiamo. E in questo libro, scritto come in corsa, sorvolando territori noti o mai visti, col vento in poppa come si dice, il senso è proprio il sogno che, aggirando la nostra incredulità, si realizza. Perché, come conclude l’autrice: “Non ti difendi mai troppo dalla vita”. Ed è un bene.


