Ammalarsi con grazia (Foglio, 5/6/26)
In quanti modi si può definire un libro che parla di qualcosa che ci è accaduto davvero: autofiction, memoir, diario… Ma ce ne sono alcuni che sfuggono alle definizioni. Arrivano dritti alle emozioni come l’incontro con qualcuno che ci sorprende per quanto di sé riesce a dirci senza dirlo e in questo non dire senti che sta la vita tutta intera, la vita nel suo senso o nonsenso segreto. Una volta Carl Jung guarì una giovane paziente affetta da insonnia semplicemente cantandole una vecchia ninna nanna e soffiandole sul viso come fosse, il suo respiro, una brezza di vento. Magie dell’inconscio.
Anche un libro può trasformarsi nel soffio che ci guarisce, perché capace di farci cambiare postura, sconfiggere pregiudizi, accettare. Accettare persino l’inaccettabile. È questa la lezione che ho appreso leggendo La cura di Concita De Gregorio (Einaudi Stile Libero). Intanto: “Dove sono le cose” come dice il titolo del primo capitolo. Sì, fare ordine prima della partenza che non si sa quanto durerà e se ci sarà ritorno, perché è la partenza per l’ospedale dovuta a un’insidiosa malattia. Ecco, mi sembra di avvertire un moto di generale rifiuto: basta con queste storie strappalacrime sul proprio tumore! Basta con le gravidanze difficili, con figli voluti o non voluti, comprati, adottati, non nati…basta! Effettivamente i libri su queste vicende personalissime e terribilmente realistiche si sono moltiplicati, capisco le resistenze.
Ma La cura non denuncia e non ammorba, non tormenta il lettore col lamento. È, si direbbe, un libro sapienziale senza le altezze della filosofia che allontana la comprensione invece di avvicinarla. Scrive De Gregorio: “La cura è premura, è controllo, è ordine. È un compito per chi la offre e per chi la riceve. È un viaggio prima ancora che una meta”. E poi bisogna ricordarsi sempre “di respirare”, che vuol dire stare tranquilli, ancora una volta accettare. Certo, niente di nuovo. Che altro insegnavano i grandi sapienti della storia antica, che cosa insegna la spiritualità orientale, occidentale o quel che volete? Accettare e uscire da se stessi, mettersi a guardare gli altri, la sofferenza degli altri.
Qui la protagonista capisce che la malattia è venuta a cambiarle la vita e che “un attimo prima era il tempo di prima. Un attimo dopo, il tempo di dopo” e fra questo prima e questo dopo è successo tutto, cioè l’essenziale. Sono comparsi “gli altri”: simpatici, buffi, disperati, ottimisti. Gli altri, le altre. Che non siamo noi, eppure lo siamo. Così il libro del suo personale calvario per De Gregorio si trasforma in un altrove molto più interessante del proprio ego mortificato, l’altrove dove si muove un teatro inaspettatamente ricco di “cura”, appunto. Perché prendersi cura è essere curati, è accorgersi dell’amore degli altri per noi alimentato dal nostro per loro. Figli da non terrorizzare, un marito poco espansivo e che si rivela essere il contrario, le vicine di letto, le loro storie, i medici capaci di gesti minimi affettuosissimi, gli infermieri attenti e insostituibili…
Fortunata lei, Concita, si penserà, a trovare tanto altruismo intorno a sé. Ma non è questa la verità. “Tuo è il tempo del presente. Tua la decisione sulla rotta, d’ora in poi. Cosa farne, adesso, sta a te”, scrive. Lei certo è una persona volitiva, si capisce a ogni riga, o osservandola vivere nel tempo di prima. Ma ugualmente non deve essere facile decidere di non farsi la plastica e lasciare che i seni siano due cicatrici a forma di sorriso. Non è facile esporre capelli ridotti a quattro peli aspettando che ricrescano. È una questione di forza di carattere, ma si può imparare: “Preferisco stare nel corpo come è diventato, stare molto semplicemente nelle cose che succedono, senza fingere che non siano successe”. La lezione è questa, e scritta con grazia rara.


