Sorpresi di spalle al centro di se stessi, in Lo sguardo del pubblico (Electa)

Sorpresi di spalle al centro di se stessi, in Lo sguardo del pubblico (Electa)

«L’osservatore è l’osservato» diceva il filosofo indiano Jiddu Krishnamurti e insegnava a guardare le cose come se fosse ogni volta la prima volta eliminando i ricordi che le immagini possono suscitare e creando una relazione immediata, e priva di conflitti, fra chi osserva e l’oggetto dell’osservazione. Mi è ritornato in mente questo insegnamento guardando le fotografie di Mario Ceppi e di Pasquale Comegna, le une in bianco e nero, le altre a colori, dentro un museo, la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, che ormai chiamiamo tutti familiarmente GNAM. Probabilmente i due fotografi non pensavano a Krishnamurti, che magari non significa nulla per loro, magari non sanno neppure che è esistito e cosa ha scritto e predicato, eppure ne sono stati la migliore illustrazione, proprio perché loro stessi, e innanzitutto, hanno usato uno sguardo non psicologico, non giudicante. Uno sguardo inglobante in cui i tre momenti: opera, spettatore, fotografo, ovvero cosa osservata, osservatore, osservatore dell’osservatore e della cosa osservata, sono diventati tutt’uno in un’opera nuova, che ora noi guardiamo.

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Foto Mario Ceppi

Un gioco di specchi, se vogliamo, ma specchi che non ci rendono mai la nostra immagine e ci pongono fuori, in una distanza siderale, nella vertiginosa altezza stellare, dove diventiamo divinità invisibili. E da lì, a nostro turno, guardiamo. Guardiamo, per dire, quell’uomo inchinato che, in una foto di Ceppi (p.84), scruta in un foro entrando a sua volta dentro un’opera, anzi dentro due opere: quella dell’artista e quella del fotografo, unificando magicamente passato (il momento in cui l’opera è stata concepita) e futuro (il momento in cui noi guarderemo la fotografia). E penso alla serie di foto di Comegna in cui i visitatori entrano dentro i quadri in modo ancora più impressionante perché grazie a una certa inclinazione o sfruttando il riflesso su un vetro, l’autore ha volutamente giocato ad abolire la distanza fra osservatore e osservato. Anche se non la troverete in questo libro, voglio ricordare ugualmente una bella maestra che, davanti al gruppo di scolaretti affatturati che accompagna, sprofonda nel rosso increspato di una tela di Burri come fra coltri insanguinate. In compenso ne troverete un’altra d’insegnante, quasi sommersa dai suoi allievi adolescenti che stanno per entrare (questa è l’impressione) nel parco squadrato di un celebre quadro di Giacomo Balla (p.102). E cosa dire del giovane viso maschile che affiora fra i ricami di Luciano Fabro (“Buco”, p.105) o del profilo di ragazza allineato a quello dei guerrieri nella grande pittura futurista di Gerardo Dottori (p.99)? Le opere contemporanee tollerano l’interferenza, anzi spesso la sollecitano, ed ecco tanti visitatori (quanti bambini!) che camminano sulla superficie incrinata e riflettente di Alfredo Pirri (p.14, p.103), magnifica “porta” del museo, che evoca come meglio non si potrebbe l’incantesimo di Alice nel Paese delle Meraviglie, Alice che – non per caso – attraversa lo specchio e si ritrova in un altro universo. Universo della favola, appunto, universo dell’arte. Lo sa bene Pistoletto (abile manipolatore di specchi), che collocando una donna ad altezza quasi naturale dentro una delle sue opere riflettenti costringe l’osservatore, il passante, il curioso a varcare la soglia fra verità e finzione, realtà e fantasia.

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Foto Pasquale Comegna

Lo ha capito Pasquale Comegna cogliendo la triangolazione che un ragazzo crea inconsapevolmente col personaggio dell’opera (p.10): lui, il ragazzo, guarda altrove (qualcuno che passa, un altro quadro, una bella ragazza che vorrebbe fermare?), ma il suo doppio – riflesso – guarda dalla parte opposta (dentro l’opera, oltre la soglia del vero) a sua volta guardato dalla donna di Pistoletto. Così i personaggi diventano tre e solo in questo modo, immettendo una persona viva – cioè colui che passa e entra nello specchio – si coglie la vertiginosa complessità del progetto artistico. La donna, che sembrava anonima, di spalle e inconsistente, acquista una vita propria, una personalità: è lei stessa una visitatrice del museo che s’interroga sull’opera, ma allo stesso tempo è in colloquio col ragazzo in una postura d’intimità, quasi si prendono per mano. Senza il fotografo, mediatore di sguardi, costruttore di ponti immaginari, non sarei arrivata a capire dove davvero voleva portarmi Pistoletto. E ora sono io pure dentro l’incantesimo: sono Alice. E capisco anche perché tutte queste persone che guardano sono quasi sempre di spalle. Stanno tutte dirigendosi verso un’altra dimensione, una dimensione fantastica dove si diventa complici dell’artista e se ne condividono le intenzioni.

 

Foto Pasquale Comegna

Ma non si limitano a guardare i visitatori. C’è chi fotografa a sua volta col cellulare, chi medita, chi s’inchina a leggere una targhetta, chi disegna, chi si volta stanco di osservare. Sono di spalle, dicevamo, e il fotografo è un inseguitore, un fantasma, un persecutore incessante di passi perduti, che saranno poi ritrovati nella fotografia. Gli osservatori hanno spesso i nasi sollevati, le teste piegate leggermente all’indietro. Sono gli stupiti. In loro l’autore ha raggiunto il suo scopo, perché ancora e sempre ha ragione Giovan Battista Marino: «E’ del poeta il fin la meraviglia…», «Chi non sa far stupir vada alla striglia…», e un pubblico risucchiato dall’opera è il miglior premio del fare artistico, il vero risultato, motivo di gloria imperitura e di collocazione dentro al Museo.

Non so se Ceppi ha guardato con ironia o semplice distacco o celata disapprovazione il signore serio e un po’ pingue che s’immortala in un selfie accanto a una donna ritratta da Modigliani (p.66). Ma ironia o no, ecco che, nella sua foto, un gesto stucchevole dell’oggi diventa apoteosi di questo guardare le opere entrandoci dentro, questo divorante bisogno di esserci, eppure anche di trovare un centro in se stessi e di proiettare la propria caduca piccolezza dentro un poco di grande, eterna bellezza.

 

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