Ricordo di Beppe (L’Immaginazione n.353 maggio-giugno 2026)
Quando apprendo la notizia della sua morte, nel giorno di Pasquetta, il 6 marzo scorso, tiro giù i libri di Beppe Sebaste dallo scaffale. Sono tanti, di editori diversi, grandi, piccoli, medi, uno persino autoprodotto, s’intitola significativamente Fallire, in senso beckettiano naturalmente. Perché, sapete cosa sosteneva Beckett, autore molto amato da Sebaste? «Ho provato. Ho fallito. Non importa. Riprova. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio». L’ha scritto in Worstward Ho, del 1983, ed è diventato una dichiarazione di poetica in cui il fallimento non è una sconfitta, ma il senso della vita e quindi dell’arte, o ancora meglio: un modo corretto di accettare l’assurdità dell’esistere e quindi di essere uno scrittore onesto. Certo una quindicina di anni prima Samuel aveva vinto il Nobel. E sapete come aveva reagito quando la moglie, che aveva preso la telefonata, glielo ha detto? Mettendosi le mani nei capelli e dicendo sgomento: «Che catastrofe!» cercando di sfuggire ai giornalisti scatenati.
Fallire ha un sottotitolo altrettanto significativo: Storia con fantasmi, perché a Beppe piaceva di più parlare coi morti e dei morti, rispetto alla «vita precaria e claustrofobica» fatta di una «politica piena di mostri, amori spettrali, lavori per soldi…» Del resto lui, scrivendo, pensava di più «al tono che alla storia» perché, come tutti gli scrittori che piacciono a me, era sempre alla ricerca di qualcosa «più Alto dell’umano». Ma la sua coerenza interiore andava oltre la scrittura: era una persona intensamente, profondamente spirituale, strettamente vegano, innamorato degli animali e di tutti gli esseri privi di parola. Per questo, venuto a vivere a Narni – a pochi chilometri da dove sto io e altri vecchi amici – in una casa affacciata su un panorama bellissimo, aveva cominciato a frequentare una comunità spirituale che lo coinvolgeva sempre di più.
Poi la sua compagna, Stefania Scateni, responsabile per tanti anni della Cultura all’Unità, e autrice di racconti, si è ammalata di Alzheimer. E Beppe le è stato vicino, nella loro casa romana con incredibile generosità, abnegazione, amore che definirei cristiano se non sapessi che era buddista. Ha raccontato questa vicenda straziante nel suo ultimo libro, Una vita dolce, pubblicato con Neri Pozza nel 2022 di cui voglio ricordare almeno questa considerazione, così preveggente: «Se lei scompare, sono io che non vedo. Se divento invisibile, sono ancora io a essere cieco. Se lei diventa cieca, sono ancora io a non vedere». Dico preveggente perché, dopo l’inevitabile internamento di Stefania in un istituto, anche Beppe non era più lo stesso. Come un contagio, non so. Per fortuna la sua comunità spirituale si è presa cura di lui. Un giorno mi è capitato di incontrarlo, in una cittadina fra Giove e Narni, i nostri rispettivi luoghi umbri, protetto da due membri femminili di quella comunità. Era sorridente ma non mi riconosceva e io non capivo cosa dicesse.
Non è accettabile che un amico, uno scrittore, che ha riversato per tutta la vita parole parole parole nei suoi libri, non ne abbia più di coerenti. Riapro quei volumi tutti sparsi intorno a me e rileggo le mie sottolineature. Ritrovo mille illuminazioni che Beppe sapeva darmi scrivendo. Di persona no, non si atteggiava mai a maestro, era semplice, diretto, gioviale persino. Ma ora, per esempio, apro uno dei più famosi fra i suoi romanzi (chiamiamoli così, ma i suoi erano romanzi speciali, diversi), H.P. L’ultimo autista di Lady Diana (Einaudi) e leggo: «Ciò che spinge a scrivere, e i lettori a leggere, delle biografie, è il desiderio di scorgere il daimon, l’invisibile che si nasconde ovunque in mezzo al visibile». Oppure, dallo stesso libro: «Scrivere, qualunque cosa si scriva, è riconoscere che siamo mancanti». E forse per questo lui, per riempire quella mancanza, si è ritirato nello spirito, nella ricerca di sé nell’Altro? E l’avrà trovato l’Altro? E forse per questo negli ultimi anni della sua esistenza, non ha avuto più bisogno delle parole umane?
Penso a un altro suo titolo di maggior “successo”, ma so che questa parola gli avrebbe fatto orrore, Panchine (Laterza), con ancora un sottotitolo significativo, Come uscire dal mondo senza uscirne, perché «sulle panchine si contempla lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere tempo». E poi: La passeggiata (Manni), e quel catalogo di Oggetti smarriti (Laterza) pieno di apparizioni, perché di fantasmi non solo letterari sono piene le sue pagine, e Tolbiac (Baldini&Castoldi), e gli incontri con maestri contemporanei raccolti in Porte senza porta (Feltrinelli, poi riuscito da Sossella), dove fra i maestri annovera anche il suo adorato amico fotografo Luigi Ghirri, di cui in casa teneva con orgoglio una grande foto incorniciata… Ma che cos’è un maestro, poi? Dice saggiamente Sebaste: «È colui che indica il cammino del ritorno a sé». Quanto male ci risparmieremmo se i potenti del mondo intraprendessero questo cammino. Ciao Beppe.



