Yourcenar e il quinto comandamento (Fogliata, 27 maggio ’26)

Yourcenar e il quinto comandamento (Fogliata, 27 maggio ’26)

Marguerite Yourcenar

Sembra li abbia scritti oggi Marguerite Yourcenar i due saggetti di Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra che ora Einaudi propone con uno scritto di accompagnamento di Stefania Ricciardi per illustrare “l’ambientalismo sovversivo” della scrittrice belga. Perché “l’uomo mi ha delusa” diceva, e gran parte di questa delusione era dovuta proprio a come l’essere umano ha saputo fare scempio della natura, vegetale e animale, senza trascurare nemmeno se stesso.

Il primo, che dà titolo alla piccola raccolta, risale al 30 settembre del 1987 (l’anno in cui il buco dell’ozono cominciò a considerarsi inquietante). Era la prolusione che tenne per la V Conferenza internazionale dedicata all’Ambiente e che ebbe luogo in Quebec. Era stato pubblicato in un volume collettivo mai tradotto. Il secondo invece, Chissà se il soffio vitale delle bestie scenda in basso, verso terra? risale a sei anni prima ed è raccolto ne Il Tempo, grande scultore (Einaudi). In quella fine dell’87 Yourcenar progettava di tornare in Oriente, meta di tanti suoi viaggi, perché voleva “veder sbocciare i fiori di gennaio” in Nepal. Prima però, il 14 ottobre, aveva un impegno cui teneva moltissimo: una commemorazione di Borges a Harvard. Borges era scomparso l’anno precedente e lei aveva fatto appena in tempo a conoscerlo di persona a Ginevra. Amava molto Borges, e la commemorazione fu un grande successo, malgrado il forte mal di schiena e di testa che non le dava pace. Per il Nepal però non riuscì a partire. Avrebbe dovuto mettersi in viaggio l’11 novembre, ma tre giorni prima si era sentita male, la mente le era entrata in confusione. Fu ricoverata nella stanza n.114 dell’ospedale di Bar Harbor, a Mount Desert, nel Maine, dove viveva da una quarantina di anni, dopo aver abbandonato l’Europa sull’orlo della seconda guerra mondiale e dopo qualche peregrinazione americana. In Nepal non andò. Morì un mese dopo il ricovero. Aveva 84 anni e nessuna intenzione di fermarsi. Una grande viaggiatrice come lei, era stata ferma troppo a lungo per essersi presa cura per anni della sua compagna Grace Frick, malata di cancro. E poi si era ammalato anche il giovane omosessuale Jerry Wilson, ultima grande passione della sua vita, col quale aveva girato tanto, in Africa, in India.

Jerry Wilson

Erano viaggi i suoi dettati dall’amore per la natura e per gli animali, come volesse verificare di persona cosa fosse rimasto intatto e quanti danni l’uomo fosse riuscito invece a compiere. Di questo parlano i due saggi e della paura per la guerra, le tante guerre che accelerano inquinamento e distruzione. Fosse vissuta oggi c’è da giurare si sarebbe imbarcata con la Flottilla, con buona pace di chi non considera eroi quelli – di tutte le età- che lo fanno, e si sarebbe magari esposta con un’alzata di spalle al ludibrio, perché costretta, lei vegetariana, a mangiare un panino al prosciutto in mancanza di altro, come oggi Greta Thunberg. “Sono vegetariana per quanto possibile” diceva di se stessa e non c’è ammissione più legittima. Se lo fossero tutti “vegetariani per quanto possibile”, a quanti animali risparmieremmo l’orrore degli allevamenti intensivi.

Si richiama, Marguerite, al quinto comandamento, il più disatteso: “Non uccidere”, ma per osservare che persino la pace fra gli uomini è bellicosa. “La nostra pace competitiva pericolosa quanto la guerra” scrive. Se la prende con la pubblicità piena di notizie false, e ancora non sapeva niente della nostra generale dipendenza da schermi grandi e piccoli, né di Intelligenza Artificiale. Cara Yourcenar, sì, quanto ci delude l’uomo “con tutto il falso che aggiunge” al suo esistere e quanto tanto più caro è “l’animale che non possiede niente, tranne la propria vita, che così spesso gli prendiamo”.

 

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