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Giulia o Diego? Tutti e due! (Imm. 344 nov.-dic. ’24)

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Ci sono scrittori che devono scrivere sempre, se no gli viene l’ansia, e scrivono scrivono, pagine e pagine non ispirate o ispiratissime non importa, ma devono scrivere e pubblicare in continuazione qualcosa. Ci sono scrittori che cercano di sfuggire alla scrittura e riescono a sedersi e a produrre qualcosa solo sotto un impulso di stress irresistibile, quando proprio non sanno più dove scappare. Ci sono scrittori che odiano i lettori e cercano di rendergli la vita difficile, ci sono scrittori che invece li assecondano e semplificano il loro racconto fino a diventare banali. Ci sono gli scrittori di fatti e personaggi storici che studiano moltissimo prima di poter stendere la loro trama e devono poi, mentre compongono, sempre andare a controllare di non allontanarsi troppo dal vero. Ci sono quelli che amano gli intrighi e se non c’è almeno un morto e un commissario nelle loro pagine non sono contenti e quelli che non saprebbero da che parte cominciare per scrivere un giallo. Quelli che pescano nell’autobiografia e quelli che la rifiutano. Ci sono scrittori – scrittrici soprattutto – che come la raccontano loro una storia d’amore non lo sa fare nessuno e quelli che invece, siccome il mondo più che da amore è percorso da odio e violenza, cercano una qualche miserabile guerra antica o contemporanea da riplasmare perché così sembrano più attuali. Quelli che s’ispirano a fatti di cronaca e quelli che della cronaca non sanno che farsene, tanto ci sono già i giornali…

E poi tutte queste categorie rientrano in due grandi “scuole”, chiamiamole così: quella della piacevolezza, della capacità di scrivere come se l’autore fosse seduto sul divano nella casa del lettore e quella di chi invece è sopraffatto dai propri terrori, dalle proprie angosce e si aspetta semmai che chi lo legge lo segua nell’abisso, vada a fargli compagnia in tutto ciò che non torna nell’umana esistenza. E non è che un posizionamento o l’altro (ho tracciato due estremi, ma poi in mezzo le sfumature sono molteplici) garantisca un maggiore o minore successo. Il successo resta un mistero solo a grandi linee decifrabile o prevedibile.

Ma la faccio breve: queste riflessioni che forse lasciano il tempo che trovano, mi sono venute in mente leggendo due romanzi in contemporanea (mi succede a volte di non saper decidere a chi dare la precedenza). Mi riferisco ai recenti Il male che non c’è di Giulia Caminito (Bompiani) e a I titoli di coda di una vita insieme di Diego De Silva (Einaudi). Non starò qui a fare recensioni, anche perché gli autori li conosco e sarei troppo tentata dalle interpretazioni autobiografiche. Vorrei invece continuare la riflessione sul rapporto fra chi scrive e il lettore perché Caminito e De Silva mi sembrano perfetta illustrazione di quanto andavo dicendo. Sono due scrittori che conoscono l’ebrezza del successo senza essersene fatti condizionare – due bravissimi scrittori e anche di successo dovrei dire meglio – e stanno su sponde opposte. Affrontano lo stesso tema: il dolore di vivere ma con modalità diversissime.

La splendida naturalezza dell’uno si oppone all’introversione – definiamola così – dell’altra. L’uno racconta la fine di un matrimonio felice dai due punti di vista, della moglie e del marito. E lo fa scindendosi, ma senza mai perdere la riconoscibilità lieve, spiritosa, malinconia della propria voce. “Tendiamo a sottovalutare le cose. Le cose in senso oggettivo, non metaforico. Le cose che ci stanno intorno, che teniamo in casa, che portiamo addosso. Le cose che arredano, decorano, servono. Le cose che compriamo, conserviamo, regaliamo…”

L’altra va a fondo del buio, spegne tutte le luci, affonda nella catastrofe, anzi dà alla catastrofe addirittura un corpo e una lingua: “Ma i boli di carta e inchiostro non scendono nell’esofago come dovrebbero, Catastrofe è costretta a sputarli, a riempire il tappeto di carta pesta e pestata, lettere rese illegibili dai succhi gastrici, frasi sbiadite fino a ridursi in linee nere. Il suo sguardo è giallo e le pupille sono sottili e lunghe, le zampe hanno stracciato i libri con una semplicità spaventosa…” Ma per quanto ci provi Caminito a far fuori grazie a Catastrofe la scrittura, la scrittura si salva sempre. C’è sempre un personaggio che a un certo punto dice: “Ti racconto una storia bella”. C’è la passione per una cosa che si chiama letteratura e che salva il marito triste dei Titoli di coda e il ragazzo furibondo del Male che c’è o forse non c’è.  E il lettore appagato ringrazia. E tutta quella tipologia di scrittori che elencavo all’inizio può andare a farsi friggere: perché o si è scrittori oppure no. E quelli che ho letto in parallelo lo sono sul serio, moltissimo.

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