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LUOGHI (L’IMMAGINAZIONE n.302)

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«Stanotte l’aria è dolcissima ad Alghero», «Qui ad Alghero continua la mite accondiscendenza dell’aria», «Qui ad Alghero la fine di novembre è probabilmente il periodo più silenzioso e prezioso dell’anno», «Sulla strada che da Sassari mi conduce ad Alghero una stella cadente, improvvisa e insolente»… Alghero Alghero Alghero. E Viterbo. Viterbo contraltare geografico e psichico: la città sarda dell’età adulta contrapposta a quella laziale di nascita, delle radici, della famiglia. In  di Massimo Onofri (La nave di Teseo, 390 pagine, 17 euro) solo apparentemente il tema centrale è il fumo del sigaro toscano che l’autore aspira come un bimbo il latte della mamma e di cui ricorda, per ogni accensione, la panchina, il balcone, la strada, teatri del suo gesto incendiario, la compagnia o la solitudine sotto una silenziosa, comprensiva palma nana. Nel fumo si avvolgono il pensiero, il ricordo, la nostalgia, la riflessione su un testo appena letto o evocato per associazione, Moravia, Comisso, Henry James, Virginia Woolf e Nooteboom, Lucrezio e Manganelli, Szymborska e Roland Barthes, ma il vero perno del racconto è geografico («Quant’è tenera Milazzo in questa notte di stelle irrevocabili»). Geografia che ha precise coordinate nello spazio e che diventa immediatamente interiore, rimbalzando contro cieli alti e lontani, contro luna e stelle leopardianamente indifferenti all’affannato vivere e morire delle creature. A volte le riflessioni sono metafisiche, a volte romantiche, altre sconsolate e stupefatte per il crescente «degrado culturale italiano», e gli interrogativi del saggista, che ha anni di rigorosa militanza critica e di libri alle spalle, sono inevitabilmente i nostri, tentati come siamo, tentatissimi a volte, di perderci in un’altra geografia, remota, dimissionaria, esiliata: via, via dalla cocciuta passione per la letteratura così sotto scacco oggi. Via nel fumo d’un sigaro toscano, magari. «Meno male che io ho il mio Antico Toscano: e un balconcino che s’affaccia sul mare della Riviera del Corallo per sognare e dimenticarmi persino di me stesso». Perché, come scriveva nel suo diario Cesare Pavese, accanito fumatore di pipa e di sigari lui pure: «La vita senza il fumo è come il fumo senza l’arrosto».

 

Nel cinema, il luogo che si sceglie per ambientare le scene d’un film si chiama “location”, però Oscar Iarussi precisa subito nell’introduzione al suo Andare per i luoghi del cinema (il Mulino,172 pagine, 12 euro): «Location, un termine che non troverete in questo libro, perché abbiamo nello sguardo la luce dei paesaggi e dei personaggi». E del resto il capitolo s’intitola Lo splendore del vero. Ecco uno spunto interessante: i luoghi reali scelti come set diventano finti, diventano location e infatti non c’è da fidarsi visto quanto facilmente al cinema un luogo ne sostituisce un altro. Un esempio per tutti: il Vangelo secondo Matteo è stato girato in Basilicata e non in Palestina. Pasolini trovò Matera, rispetto a Gerusalemme, ancora «salva dall’omologazione culturale e dalla mutazione antropologica che fa assomigliare i figli del popolo ai piccoli borghesi», racconta Iarussi. Non vorrei sbagliarmi, perché vado a memoria, ma anche i bellissimi panorami “transilvanici” del Nosferatu di Herzog erano pura Lucania. Però Iarussi non lo cita, si limita infatti alle città: Venezia, Torino, Milano, Bologna, Firenze, Napoli, Matera, Bari, Palermo, e Roma inevitabilmente… Un giro d’Italia per capoluoghi italiani, un profluvio di notizie che non riguardano solo il cinema, ma si allargano a vari altri campi artistici arrivando a qualche gustosa capriola dentro i tempi in cui i fatti narrati si svolgono.

E’ questa capacità di coinvolgere nel suo discorso cinematografico ogni aspetto della società con una dovizia di informazioni e di legami fra le cose, le persone, gli avvenimenti, che affascina nei libri di Iarussi. Primo fra tutti C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita, pubblicato dal Mulino nel 2011. In questo Luoghi del cinema, in più, c’è lo straniamento del vero che diventa finzione, capace di farsi più vera del vero, quando ci viene restituito un ambiente attraverso lo schermo. Non si può entrare dentro l’immagine, eppure la fascinazione rende il miracolo possibile. Ed è lo stesso miracolo che celebra la letteratura restituendo realissima un’invenzione, in nome di quella “sospensione dell’incredulità” che sta alla base di qualunque gesto artistico riuscito. «La Pensione Bertolini del romanzo di Forster [Camera con vista] non è mai esistita. Vi era a Firenze un albergo Bartolini da cui lo scrittore mutuò il nome, modellando il pretesto e l’ambiente su un episodio autobiografico….» Autobiografia, biografia, memoria, case, alberi, strade, oggetti: sono queste le parole magiche che accendono l’incantesimo della scrittura quando la narrazione si radica a un luogo.

 

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