Amore in assenza (Il Foglio, 13/2/26)

Amore in assenza (Il Foglio, 13/2/26)

Quanti libri hanno raccontato storie d’amore? E in particolare storie d’amore che finiscono? In genere finiscono perché non si ama più, perché l’amore ci lascia, quello che provavamo e quello che suscitavamo nell’altro. E se non è l’amore a sparire, ma la persona dell’altro, e non perché muore, ma perché – pur restando – diventa un’assenza? Questo è un tema meno raccontato. Sicuramente nessuno ha saputo fin qui raccontarlo come Silvia

Bortoli, senza lagne né disperazione, senza penose descrizioni, anzi sottraendo parole. Addirittura parlando principalmente d’altro, e con sarcasmo, parlando dell’arrivo di un cucciolo di Jack Russell nella sua vita, mentre la sua vita stava andando in pezzi e suo marito le restava accanto senza esserci, senza essere più lo stesso. Il cucciolo è una peste bisognosa di tutto, suo marito un’assenza bisognosa di tutto. Così da signora già avanti con gli anni, con figlia sistemata altrove in una professione interessante, sposata a un intellettuale simpatico e intelligente che sa tenerle testa, si ritrova pian piano a fare da madre a tempo pieno a due creature tanto diverse che dipendono totalmente da lei. Addio letture, addio scrittura, addio vita sociale. Parlo di Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto (Quodlibet), breve racconto che definirei minimalista sugli scherzi che fa l’esistenza. Un giorno, mentre sta camminando con E., il marito già in confusione ma ancora capace di esprimersi, Silvia lo ascolta porle questa strana domanda: “Cosa faremo, quando morirò?” Lei gli spiega che non deve preoccuparsi, perché quando uno muore non ha più problemi. Ma lui insiste: “Non mi piace questo fatto che dovrò lasciare la casa”. È una delle loro ultime conversazioni, poi E., che ha una forma di Alzheimer, si chiude sempre più in se stesso, si rintana “nella mente ed è lì, al sicuro, nell’apatia e nel silenzio”.

Silvia Bortoli

Lei pensa, per scuoterlo, di prendergli un cane. Ed è così che il piccolo Jack fa irruzione nella loro vita. Il marito, però, non mostra nessun interesse per il nuovo turbinoso arrivato. E Silvia si ritrova alle prese – oltre a rassicurare continuamente E., rivestirlo perché si mette gli abiti in modo sbagliato, fargli il bagno, raccogliere i pezzi degli oggetti che rompe inavvertitamente, accendergli il televisore per avere un po’ di tempo per sé – con un cucciolo da educare, coccolare, giocarci a palla, alzarsi prestissimo per portarlo ai giardinetti a fare i bisogni.

Primo piano di Jack

E ai giardinetti Cani Liberi oltre a scoprire un’umanità che ignorava, impara la complessità dei rapporti fra gli animali, i problemi di gerarchia, la centralità degli odori e del sesso, simpatie e antipatie ingovernabili. Uno stress aggiuntivo che non immaginava e che le fa spesso invocare una liberazione attraverso improbabili rivendite, affidi o cessioni varie del suo Jack. Ma a queste invocazioni non crede nessuno, né il lettore, né tanto meno lei. Sono buffonate a cui si lascia andare per non abbandonarsi alla disperazione in parallelo alle buffonerie che fa il cane, un esilarante catalogo di comportamenti, improvvisi entusiasmi, paure isteriche, scodinzoli esasperanti o addirittura “scorpinzoli” secondo un indovinato neologismo. Chiunque abbia mai avuto un cane ne riconoscerà le gesta divertentissime e tenere. “Avere un cane che quando ti svegli viene a controllare se per caso ti penzola la mano fuori dal letto, e se penzola, ci infila sotto la testa per farsi accarezzare, e se ti fermi, ti dà dei colpetti perché tu continui…” E scoprirà anche come si può tener testa alla disperazione, al lutto, all’incredulità di ciò che ci accade, non solo grazie a un cane, ma soprattutto grazie alla creatività di parole giuste, calibrate, inconsuete, capaci di cogliere il lato comico persino nei momenti più critici della vita.

 

 

 

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