Cronaca di una tempesta (IlFoglio 13/3/26)

Cronaca di una tempesta (IlFoglio 13/3/26)

Marta, Gerry e la piccola Bianca sbarcano su un’isola del sud Italia dove passano le vacanze. Sono una coppia di quarantenni con figlioletta di due anni, che si esprime nel modo bizzarro e pieno di invenzioni divertenti di chi si sta appropriando delle parole giocando e sperimentando. La vediamo spesso alle prese col suo papà in un rapporto felice e privilegiato. Eppure in quel loro sbarco che si vorrebbe spensierato c’è già qualcosa di vagamente inquietante. Troppa luce, troppa gente, troppa attenzione protettiva verso la bambina, troppi scossoni sulla Panda che li porta alla casa presa in affitto in Vicolo dei Magistri già Strada Torrente Minore, troppe rocce nere in mezzo ai colori accecanti del cielo. Come sempre. Eppure Gerry sente qualcosa di diverso nell’aria, che forse altro non è se non ansia da viaggio. Non lo scriveva Patrizia Cavalli nei versi che gli tornano in mente? Ma valorose sono le partenze / anche se spesso un imbarazzo le consuma

Poi l’ansia, o imbarazzo, si attenua. Comincia la vacanza. Il mare, gli aperitivi al bar o in terrazzo, le chiacchiere con gli amici e i pettegolezzi di coppia la sera a letto. Un insieme di gesti leggeri che poi, dopo la catastrofe, si trasformeranno in segni, tappe verso il compiersi del destino, perché la catastrofe rende “necessaria la cronaca delle vite degli altri”. Non solo la propria. Così, con pigrizia estiva appunto, Nicola Ravera Rafele procede a passi felpati in un romanzo dal titolo che mette subito in guardia, Nubifragio (HarperCollins), ma potrebbe alludere al naufragio di un rapporto o alla rottura di una amicizia, catastrofi grandi e piccole che a volte travolgono il quotidiano e proprio nei momenti più impensati. Gerry poi approfitta del tempo libero per ragionare su sé stesso e sulla sua generazione che sente allo sbando, sulla direzione da prendere nella vita, fa bilanci insoddisfacenti, si misura con il successo di un conoscente ben più anziano di lui che è una star dell’architettura, corteggiatore di donne giovani, ben piazzato nella vita, soddisfatto di sé professionalmente ed eroticamente. O così appare. Perché questo è un romanzo che racconta, o almeno suggerisce, anche l’altro lato delle persone, quello in ombra che difficilmente trapela all’esterno.

Nicola Ravera Rafele

Un po’ come il cielo dell’isola, “ancora blu” ma “filtrato da uno strato leggero di piccole nuvole bianche”. Sono cirrocumuli. “Nessuno li nota, i cirrocumuli, quando arrivano. Morbidi, decorativi, come un drappeggio sul celeste, come una garza. Nessuno li nota mentre annunciano la burrasca”. E poi la burrasca arriva. Introdotta da una frase decisiva: “Cominciò a piovere dopo mezzanotte”. E allora? Quante volte comincia a piovere dopo mezzanotte? Perché allarmarsi?  Perché, se si sta leggendo questo libro, la pioggia, quella pioggia notturna, è un altro definitivo segnale di ciò che lo scrittore si è preoccupato di suggerire mentre raccontava i normali diversivi di una vacanza, le tensioni e le simpatie fra persone della stessa età o di generazioni diverse, l’inconsistenza di discussioni da apericena (visto che “non avevamo nulla da dire, ma soltanto cose da dirci”), i problemi sentimentali di una, il garbuglio fallimentare della vita di un altro, la lotta di una bambina per impadronirsi delle chiavi del mondo, le chiavi del linguaggio.

La tempesta travolge tutto. Viene giù la montagna da cui gli alberi erano stati estirpati e mai ripiantati, il Vicolo dei Magistri torna a essere il torrente che era stato, Bianca, Marta e Gerry rischiano di morire travolti dal fango. Ma di questa seconda parte emozionante, che riesce a ricreare un’esperienza personale terribile vissuta dall’autore, e del coraggio risolutivo di un giovane uomo che si era definito irrisolto, non sarebbe giusto anticipare i tanto potenti dettagli.

FacebooktwittermailFacebooktwittermail
No Comments

Post a Comment