Storia di un’amicizia stravagante (24/4/ 26)

Storia di un’amicizia stravagante (24/4/ 26)

Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni

C’è una foto di diversi anni fa in cui Celati e Cavazzoni sono insieme, giovani e carini, in una posa simpaticamente inclinata di lato come due attori che hanno appena concluso un numero di varietà. Due clown scherzosi che hanno dimenticato il vestito di scena, uno bruno, uno biondo, capaci di improvvisare scambiandosi un solo sguardo senza sbagliare una mossa. Una splendida intesa, la loro, che ora Cavazzoni racconta in Storia di un’amicizia (Quodilibet) perché Gianni Celati non c’è più, se ne è andato nel gennaio di quattro anni fa, pochi giorni prima del suo ottantacinquesimo compleanno, dopo una malattia che gli ha reso impossibile scrivere, leggere e alla fine anche esprimersi sensatamente. E per questo, e perché tutti e due amavano molto l’Orlando furioso, in copertina ci sono le ampolle del senno perduto sulla terra e naturalmente quella di Orlando, pazzo furioso per amore, è la più grande di tutte, e meno male che il paladino Astolfo andò a cavallo dell’ippogrifo a recuperarla sulla luna quell’ampolla, perché lassù va a finire tutto ciò che perdiamo sul nostro disturbatissimo pianeta.

Purtroppo oggi sulla luna si va a colonizzarla piantando bandierine e non sono più tempi di ippogrifi, così Cavazzoni, che non è un astronauta ma uno scrittore, il senno del suo amico non ha potuto recuperarlo se non restituendolo in un libro che fa morire dal ridere e commuove anche molto. Forse chiamarlo senno è troppo, visto che il suo racconto ci parla di due coltissimi squinternati, lui e Celati, e forse Celati pure di più. Infatti, se torniamo alla fotografia che dicevo, si può notare che Cavazzoni sembra proteggere l’amico tenendogli una mano non proprio appoggiata, ma quasi, sulla spalla, in un abbraccio preoccupato e fraterno.

E così li seguiamo in peregrinazioni a piedi in luoghi improbabili (“ci sembrava di essere due pellegrini smarriti, o due chiacchieroni che a forza di chiacchiere non sanno più bene dove sono finiti”) e in mangiate e bevute nelle osterie bolognesi, fra una vodka e l’altra, sempre chiacchierando e disputando sulle comuni  grandi passioni, Dante prima di tutto, e poi Boiardo e Ariosto, e Pascoli e Delfini e Manganelli e Malerba e di un altro notevole svitato come Federico Fellini che s’era innamorato del primo libro di Ermanno, Il poema dei lunatici, fino a trarne un film. Poi sfottendo con cattiveria certi scrittori loro contemporanei che compaiono in tv “senza neppure avere un libro da vendere”, quelli di grande successo e alla moda, mentre loro invece sono innamorati del fallimento e dei perdenti e se vanno a un festival è il Festival della Disperazione che si tiene a Andria in Puglia.

È un’amicizia molto maschile, questa, fatta di complicità e qualche litigio, in cui le donne entrano come argomento angelicato o buffonesco e in amore si diventa timidi fino alla paralisi. Indimenticabile il modo in cui Celati riuscì a conquistare, “lui che non sapeva fare la recita del corteggiamento”, quella che divenne poi la compagna della sua vita, la sceneggiatrice e traduttrice Gillian Haley. Gianni la invita a cena, ma non spiccica parola per tutto il tempo, e lei pure è attratta ma intimidita. Poi pagano, escono, ed ecco che lui, come in una comica, inciampa e cade disastrosamente e la scena è così buffa e indegna di un dongiovanni che scoppiano a ridere e finalmente Gianni può essere quello che è: “uno dei fratelli Marx”, che evidentemente a Gillian non dispiacevano per niente.

Poi si arriva alla “fine finale”. Pagine piene di tenerezza in cui la comicità involontaria dell’altalenante malattia, e il desiderio maldestro di nasconderla facendo peggio, portano al precipizio conclusivo di “questa comparsata in terra che illude, di cui alla fine resta poco, qualche traccia, per un po’, la memoria in qualcuno…”

FacebooktwittermailFacebooktwittermail
No Comments

Post a Comment