La bella vita (22/aprile/26)
Capita ai lettori forsennati, forsennatamente costretti a leggere libri di cui poi devono scrivere, di aver voglia di un giro al largo. Bisogno di relax, come andare alle terme. Il mio giro al largo, questa volta, s’incarna in due testi lontanissimi l’uno dall’altro, ma che ugualmente mi hanno portato lontano da assilli del genere: che stile ha questo scrittore? perché mi racconta questa storia e con queste parole? E invece: stendersi su un divano e lasciarsi portare in tempi tanto fastosi da sembrare un sogno con Andare per Grand Hotel di Stefano Pivato (uscito ora da il Mulino) o, tutto al contrario, tuffarsi nei nostri giorni disgraziatissimi, ma con una visione piena di speranza, per risorgere e stabilire complicità con i più giovani, come fa Gianrico Carofiglio nel suo nuovissimo Accendere i fuochi. Sottotitolo: Manuale di lotta e gentilezza (Mondadori). Ecco il mio bagno termale.
Con Pivato si parte per un lungo viaggio italiano negli anni Venti da un Grand Hotel all’altro. Non solo per catapultarsi in luoghi di bellezza sublime, da Portofino a Taormina per dire, ma anche per attraversare sale, saloni e stanze da gioco piene di specchi, come in un romanzo di Agata Christie. Imbattendosi in qualche morto, persino, ogni tanto, perché più d’uno, e non solo nella Belle Époque, ha deciso di togliersi la vita in un albergo di lusso. Il più vicino a noi è senz’altro Luigi Tenco che scelse di uccidersi al Savoy di Sanremo il 27 gennaio del 1967. E Sanremo, con le sue spiagge e il suo casino, è uno dei luoghi che ha annoverato una fittissima densità di Gran Hotel, oggi quasi tutti riconvertiti in residence o fondazioni. Ecco anche come si spiega la presenza incongrua nella cittadina ligure di una chiesa ortodossa dalle cinque cupole, che svettano superbe tra fronde verdissime. Ebbene, era il 1874 quando la zarina Maria Alexandrovna cominciò a svernare sulla nostra costa, naturalmente portandosi dietro le famiglie più altolocate di Mosca. E poi si tassarono per avere una chiesa tutta loro in terra straniera. Ma aneddoti a parte, che coinvolgono tanti nomi celebri della nostra e altrui storia, ciò che è davvero prezioso in questa rassegna di grand hotel è la ricostruzione di un mondo, di tempi e abitudini lontanissimi dall’oggi, di cambiamenti enormi e fondativi, come il passaggio dalla carrozza alle ferrovie (e pensate allo sfarzo di quei primi treni…), dalle locande agli alberghi, dalle mense improvvisate alla scelta abbagliante di ghiotti menu in ristoranti scintillanti. Un mondo di fiaba, riservato ai ricchi, ma che almeno faceva sognare anche chi ricco non era.
E oggi, che la differenza sociale è più sgarbata e perversa, in cui nessuno racconta più fiabe, ma solo bugie, in cui la parola democrazia è troppo spesso un guscio vuoto dove si nascondono loschi affari e politiche menefreghiste? Oggi uno scrittore come Carofiglio cerca e trova le parole più chiare e dirette per invitare a una “lotta gentile”, fatta di profonda comprensione delle cose e capacità di “vedere”. Se cita Goethe, non dimentica di aggiungere “grande poeta tedesco” perché lo sa che per tanti – e non solo giovani – il nome di Goethe non significa nulla, ma la sua frase “gli errori rendono amabili” ha invece un suono rassicurante: “perché l’errore rompe la maschera ingannevole della perfezione” e tutto sta a saperne fare l’uso giusto. Questo Accendere i fuochi insegna prima di tutto a tirarsi su le maniche. È un invito a rioccupare le piazze, ma in un modo nuovo: la piazza del sé che sa vedere gli altri e impegnarsi per loro. Un libro per semplici e giovani poco colti, d’accordo. Ma quanti semplici vagano oggi senza senso né meta, con l’unico faro appannato di un’immensa confusione?


